storie


Storie di donne artigiane

Ci sono donne che sanno interpretare alla perfezione il mestiere di funambolo. Su una corda sottilissima cercano un equilibrio instabile esercitando complicati numeri di alta giocoleria con il sorriso sulla bocca.

Madri, donne, mogli, amiche e…..artigiane.

La mia amica Eléna è una di queste.

Credetemi è un grande funambolo per come è riuscita a percorrere una fune ad altezze da far paura (metafora), conservando il sorriso ed una fine arte creativa che ha versato, con l’aiuto di un’ amica, tra le trame di oggetti preziosi.

Preziosi non solo nel valore intrinseco delle pietre e dei metalli con cui disegna collane, bracciali, orecchini. Preziosi piuttosto per la capacità che hanno i suoi oggetti di parlare di storia antica (la mitica Persia) e di storie più vicine; queste ultime quelle che affascinano di più.

Gli oggetti preziosi sono strabilianti e luccicanti strumenti di comunicazione e di relazione. Se sono fatti a mano con gli strumenti del saggio artigiano, raccontano la storia di chi li ha prodotti.

I violini di Stradivari raccontano ancora oggi la storia dell’artigiano sopraffino che li ha realizzati. Parlano non solo delle straordinarie tecniche utilizzate e ad oggi ancora non replicate, ma dei pensieri, delle emozioni che nella tenera luce del laboratorio di Stradivari nascevano e si incrociavano.

Lo stesso accade per gli oggetti creati con amore da Eléna.

Elèna, sfrutta le possibilità che offre il web per farsi conoscere.

Non a caso ho detto farsi conoscere e non “vendere prodotti”.  Chi non ha un brand consolidato dovrebbe evitare di vendere sul web con un sito vetrina: sarebbe uno spreco di tempo e l’insuccesso  è quasi assicurato.

Meglio raccontarsi; raccontare la propria passione, raccontare l’amore per le cose che si fanno. Le persone non hanno più bisogno di prodotti.  Siamo subissati di prodotti per tutte le tasche ed in tutte le forme (..è la globalizzazione, bellezza!!!)

Vogliamo relazioni, esperienze legate, si ad un prodotto o  a un servizio, ma dove la mano dell’artigiano sia riconoscibile e dove sia riconoscibile l’unicità che nell’oggetto l’artigiano ha saputo disegnare.

E quando abbiamo un prodotto con queste caratteristiche, la gioia non sta tanto nel possederlo.

L’esperienza affascinante sta invece nel condividere le storie legate all’oggetto con le persone a noi vicine.

Non più prodotti ma strumenti per costruire relazioni.

Pensate che stia esagerando?

Chiederò a Eléna di raccontare un giorno la sua storia.  Un assaggio lo potete avere, per adesso, scoprendo i suoi gioielli:  www.daranya.com

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Prima di raccontare la mia storia, che comunque posso sintetizzare con questa vignetta

mi piace narrare

la simpatica storia di un pubblicitario e di un sarto inglese.

Savile Row, indirizzo esclusivo della sartoria londinese, è da sempre il luogo preferito dai gentlemen della City, sede dei più importanti e conosciuti laboratori sartoriali del mondo, tra cui Anderson & Sheppard, Gieves & Hawkes, Davies & Sons, Henry Poole & Co e Norton & Sons.

In un bar di questa via stanno un pubblicitario appoggiato al bancone che sorseggia sconsolato una birra ed un sarto, un certo Thomas, di abiti da uomo che ha un negozio nella famosa via.

Tra una birra e l’altra il pubblicitario si mette a chiacchierare con il suo vicino e rimane affascinato dai racconti di Thomas, il sarto, dalle sue storie di stoffe e di asole, di vestiti che descriveva con la passione di un artista e con la sapienza di un fine artigiano d’altri tempi.

Gli abiti tagliati su misura erano si bellissimi, ma talmente esclusivi e costosi che il sarto londinese non riusciva a trovare abbastanza clienti nella seppur ricca Londra.

Il pubblicitario non sapeva nulla di sartoria, ma aveva esperienza di social web.

Allora propose a Thomas di scrivere quelle belle storie della sua quotidianità artigianale in un blog; lui avrebbe dovuto solo raccontare, il blog lo avrebbe realizzato il pubblicitario.

E’ del gennaio 2005 il primo post del blog (English Cut) in cui il giovane sarto inglese si presenta: il laboratorio, i tessuti, lo stile, i prezzi; e si racconta: le sue passioni, i viaggi, l’amore per la barca a vela.

Prosegue, dedicando un’ode alle sue forbici che immortala in una foto pubblicata sul blog, così come gli abiti che va man mano realizzando.

Le storie di Thomas piacciono, il suo blog acquisisce clienti fedeli e al ritorno da un suo viaggio a New York  ottiene ventidue ordini.

Tramite il blog e le sue storie genuine che raccontano dei luoghi e della passione che mette quando taglia e cuce, acquisisce stima, reputazione attraverso il passaparola.

In sostanza, attraverso dei racconti quotidiani, il mercato di Thomas è diventato globale e lui vi accede anche attraverso uno strumento si socializzazione come il suo blog, che è molto ma molto diverso da un sito vetrina.

I mercati sono conversazioni.

Le narrazioni sono potenti strumenti di marketing.

Molto poco costosi.

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Le aziende riscoprono le storie



Straordinarie le fiabe dei fratelli Grimm.

Eccone una, si intitola: “Il principe ranocchio o Enrico di Ferro“.  Interessante.

A proposito di promesse, impegni, parole date e non mantenute. Un tema a parte che merita di essere approfondito è relativo al concetto di “servire gli altri”  e di “servizio”.

Dovremo discuterne approfonditamente visto che  molti manager del marketing in azienda si vantano di essere attenti (usano  un termine stupido: “focalizzati”) al servizio ai clienti.

Ma ne parleremo un’altra volta. Adesso la fiaba.

Nei tempi antichi, quando desiderare serviva ancora a qualcosa, c’era un re, le cui figlie erano tutte belle, ma la più giovane era così bella che perfino il sole, che pure ha visto tante cose, sempre si meravigliava, quando le brillava in volto. Vicino al castello del re c’era un gran bosco tenebroso e nel bosco, sotto un vecchio tiglio, c’era una fontana. Nelle ore più calde del giorno, la principessina andava nel bosco e sedeva sul ciglio della fresca sorgente. E quando si annoiava, prendeva una palla d’oro, la buttava in alto e la ripigliava; e questo era il suo gioco preferito.
Ora avvenne un giorno che la palla d’oro della principessa non ricadde nella manina ch’essa tendeva in alto, ma cadde a terra e rotolò proprio nell’acqua. La principessa la seguì con lo sguardo, ma la palla sparì, e la sorgente era profonda, profonda a perdita d’occhio. Allora la principessa cominciò a piangere, e pianse sempre più forte, e non si poteva proprio consolare. E mentre così piangeva, qualcuno le gridò: “Che hai, principessa? Tu piangi da far pietà ai sassi.” Lei si guardò intorno, per vedere donde venisse la voce, e vide un ranocchio, che sporgeva dall’acqua la grossa testa deforme. “Ah, sei tu, vecchio ranocchio!” disse, “piango per la mia palla d’oro, che m’è caduta nella fonte.” – “Chétati e non piangere,” rispose il ranocchio, “ci penso io; ma che cosa mi darai, se ti ripesco il tuo palla?” – “Quello che vuoi, caro ranocchio,” disse la principessa, “i miei vestiti, le mie perle e i miei gioielli, magari la mia corona d’oro.” Il ranocchio rispose: “Le tue vesti, le perle e i gioielli e la tua corona d’oro io non li voglio: ma se mi vorrai bene, se potrò essere il tuo amico e compagno di giochi, seder con te alla tua tavolina, mangiare dal tuo piattino d’oro, bere dal tuo bicchierino, dormire nel tuo lettino: se mi prometti questo; mi tufferò e ti riporterò la palla d’oro.” – “Ah sì,” disse la principessa, “ti prometto tutto quel che vuoi, purché mi riporti la palla.” Ma pensava: Cosa va blaterando questo stupido ranocchio, che sta nell’acqua a gracidare coi suoi simili, e non può essere il compagno di una creatura umana!
Ottenuta la promessa, il ranocchio mise la testa sott’acqua, si tuffò e poco dopo tornò remigando alla superficie; aveva in bocca la palla e la buttò sull’erba. La principessa, piena di gioia al vedere il suo bel giocattolo, lo prese e corse via. “Aspetta, aspetta!” gridò il ranocchio, “prendimi con te, io non posso correre come fai tu.” Ma a che gli giovò gracidare con quanta fiato aveva in gola! La principessa non l’ascoltò, corse a casa e ben presto aveva dimenticata la povera bestia, che dovette rituffarsi nella sua fonte.
Il giorno dopo, quando si fu seduta a tavola col re e tutta la corte, mentre mangiava dal suo piattino d’oro – plitsch platsch, plitsch platsch – qualcosa salì balzelloni la scala di marmo, e quando fu in cima bussò alla porta e gridò: “Figlia di re, piccina, aprimi!” La principessa corse a vedere chi c’era fuori, ma quando aprì si vide davanti il ranocchio. Allora sbatacchiò precipitosamente la porta, e sedette di nuovo a tavola, piena di paura. Il re si accorse che le batteva forte il cuore, e disse: “Di che cosa hai paura, bimba mia? Davanti alla porta c’è forse un gigante che vuol rapirti?” – “Ah no,” disse lei, “non è un gigante, ma un brutto ranocchio.” – “Che cosa vuole da te?” – “Ah, babbo mio, ieri, mentre giocavo nel bosco vicino alla fonte, la mia palla d’oro cadde nell’acqua. E perché piangevo tanto, il ranocchio me l’ha ripescata. E perché ad ogni costo lo volle, gli promisi che sarebbe diventato il mio compagno; ma non avrei mai pensato che potesse uscire da quell’acqua. Adesso è fuori e vuol venire da me.” Intanto si udì bussare per la seconda volta e gridare: 

“Figlia di re, piccina,
aprimi!
Non sai più quel che ieri
m’hai detto vicino
alla fresca fonte?
Figlia di re, piccina,
aprimi!”

Allora il re disse: “Quel che hai promesso, devi mantenerlo; va’ dunque, e apri.” Lei andò e aprì la porta; il ranocchio entrò e, sempre dietro a lei, saltellò fino alla sua sedia. Lì si fermò e gridò: “Solleva mi fino a te”. La principessa esitò, ma il re le ordinò di farlo. Appena fu sulla sedia, il ranocchio volle salire sul tavolo e quando fu sul tavolo disse: “Adesso avvicinami il tuo piattino d’oro, perché mangiamo insieme.” La principessa obbedì, ma si vedeva benissimo che lo faceva controvoglia. Il ranocchio mangiò con appetito, ma a lei quasi ogni boccone rimaneva in gola. Infine egli disse: “Ho mangiato a sazietà e sono stanco. Adesso portami nella tua cameretta e metti in ordine il tuo lettino di seta: andremo a dormire”. La principessa si mise a piangere; aveva paura del freddo ranocchio, che non osava toccare e che ora doveva dormire nel suo bel lettino pulito. Ma il re andò in collera e disse: “Non devi disprezzare chi ti ha aiutato nel momento del bisogno”. Allora lei prese la bestia con due dita, la portò di sopra e la mise in un angolo. Ma quando fu a letto, il ranocchio venne saltelloni e disse: “Sono stanco, voglio dormir bene come te: tirami su, o lo dico a tuo padre.” Allora la principessa andò in collera, lo prese e lo gettò con tutte le sue forze contro la parete: “Adesso starai zitto, brutto ranocchio!”

Ma quando cadde a terra, non era più un ranocchio: era un principe dai begli occhi ridenti. Per volere del padre, egli era il suo caro compagno e sposo. Le raccontò che era stato stregato da una cattiva maga e nessuno, all’infuori di lei, avrebbe potuto liberarlo. Il giorno dopo sarebbero andati insieme nel suo regno. Poi si addormentarono. La mattina dopo, quando il sole li svegliò, arrivò una carrozza con otto cavalli bianchi, che avevano pennacchi bianchi sul capo e i finimenti d’oro; e dietro c’era il servo del giovane re, il fedele Enrico. Enrico si era così afflitto, quando il suo padrone era stato trasformato in ranocchio, che si era fatto mettere tre cerchi di ferro intorno al cuore, perché non gli scoppiasse dall’angoscia. La carrozza doveva portare il giovane re nel suo regno; il fedele Enrico vi fece entrare i due giovani, salì dietro ed era pieno di gioia per la liberazione.

Quando ebbero fatto un tratto di strada, il principe udì uno schianto, come se dietro a lui qualcosa si fosse rotto. Allora si volse e gridò:

“Enrico, qui va in pezzi la carrozza!”
“No, padrone, non è la carrozza,
Bensì un cerchio del mio cuore,
Ch’era immerso in gran dolore,
Quando dentro alla fontana
Tramutato foste in rana.”

Per due volte ancora si udì uno schianto durante il viaggio; e ogni volta il principe pensò che la carrozza andasse in pezzi; e invece erano soltanto i cerchi, che saltavano via dal cuore del fedele Enrico, perché il suo padrone era libero e felice.

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