Una certa idea di destino


Capitolo III

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Il pomeriggio di un fine settimana di metà settembre, nel profumo di mare, quello intenso che le alghe impreziosiscono con note esotiche che rapiscono i sensi,  Vincenzo risorse da un sonno profondo che lo aveva sorpreso poco dopo aver ancorato il gozzo in una baia a ridosso di un promontorio che cadeva a picco sul mare di Capri.

Era caldo e, quando è caldo, l’aria umida pesa sulle cose e sugli umori, li bagna e li appiccica, immergendo il tutto in un chiarore indistinto che sa di bianco latte.

Spesso a queste latitudini tali condizioni del tempo preludono all’arrivo nel giro di poche ore di venti che portano piogge e temporali: per questo Elisa era un pò preoccupata, non aveva voglia di trovarsi a dover fronteggiare mare grosso con quella barca.

In mare ti senti sempre impreparato perché non puoi mai sapere che evoluzioni prende il moto delle onde ed il vento. Anche se sei esperto e hai navigato per anni senti una mancanza, una incompletezza che ti lascia esposto al caso e agli eventi imprevedibili.

Sistemi le vele, stringi i nodi delle cime, orienti la prua contro vento, calcoli una rotta, guardi l’orizzonte, interpreti il moto delle nuvole, ma non basta: qualcosa, più di qualcosa, ti sfugge e ti rende in fondo un pò inquieto.

E allora guardi gli strumenti di bordo, ti colleghi su internet con il meteomar per avere le ultime previsioni, ascolti il bollettino emesso dalla capitaneria del porto più vicino: in sostanza ti aggrappi alle tue risorse razionali, alla ragione garantita dalla tecnica a tua disposizione, ai numeri e ai dati, insomma.

Vincenzo è un marinaio moderno, si fida del potere calcolante della tecnica, come tutti ormai nel nostro mondo tecnologico in cui la natura è strumento che va utilizzato ai nostri fini: la natura come risorsa da sfruttare ed usare.

Ne aveva parlato più volte con Elisa di come il progresso tecnologico avesse portato al predominio del concetto di utilitarismo: le cose e anche le persone hanno valore se e solo se sono utili a qualcosa o producono vantaggi economici. La ragione strumentale ha il predominio su qualsiasi altro pensiero o sentimento.

L’imponderabile, il caso, il pensiero irrazionale, i miti, le stelle e con esse il sentimento di mistero ed il senso che hanno gli eventi quando noi non ci separiamo dal mondo guardandolo solo come risorsa, sono messi in un angolo e ci  aggrappiamo unicamente alla falsa sicurezza di una tecnologia che deve per forza funzionare.

La barca invece può affondare, il mare può avere il sopravvento e la sapienza e l’esperienza a volte non servono a salvarci o a redimerci dagli errori e soprattutto non è la tecnologia che  può promuovere un orizzonte di senso.

Noi uomini occidentali ormai da qualche millennio viviamo nella certezza scritta a chiare lettere nei primi versetti della bibbia: all’uomo è stata dato da Dio il potere di utilizzare la natura a suo piacimento, interpretando se stesso come espressione del dominio sulle cose, sul mondo.

Su queste basi così compenetrate nel nostro intimo da non essere più solo credenze religiose, ma ragioni culturali diffuse e ritenute verità assoluta, si annida e prospera “l’ospite inquietante” autore di quel senso costante di tristezza e di inquietudine che spesso ci prende e come bianco latte si appiccica al nostro animo.

Vincenzo ricordava perfettamente il sogno che aveva fatto poco prima durante il sonno profondo da cui si era svegliato:aveva visto Don Chisciotte che… “ripulite le armi, battezzato il suo amato ronzino e dato a se stesso la cresima, si era convinto che non gli mancava  nient’altro se non cercare una dama di cui innamorarsi: perché un cavaliere errante senza amore è come un albero senza né foglie né frutti o come un corpo senz’anima”

Chissà che il sogno e il folle Don Chisciotte non possano dare una risposta plausibile  all’ospite inquietante, disse Elisa ammiccando con quel suo sorriso che sempre riusciva a sciogliere i pensieri confusi e contorti di Vincenzo.

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Una certa idea di destino


Cap. II

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La cosa non fu immediata come sperava. Eppure Elisa glielo aveva detto: ti devi preparare un minimo o forse anche un pò di più. Ed in effetti riflettendoci era proprio successo questo: il tempo che si sarebbe chiuso con l’evento finale era iniziato non quando era cominciata la sua caduta, ma molto prima.

Ricordava di una gita in barca con il suo gozzo in una giornata di vento di maestrale che gonfiava pericolosamente la vela latina ma che sapienti mani avevano per fortuna saputo cucire con filo di seta resistentissima. Nonostante l’attenzione dovuta nella conduzione della barca a causa del mare forte, gli occhi di Vincenzo erano concentrati sulla scia prodotta dalla chiglia e dai movimenti dell’acqua che accarezzava le murate dello scafo.

Guardava in maniera ipnotica la fenditura che la barca provocava sulla superficie dell’acqua e come questa poco dopo si richiudeva e  rimaneva, in lontananza, solo una piccola increspatura, un leggero solco che poi scompariva lasciando la superficie dell’acqua dietro di lui intatta come senza memoria del suo pur recente  passaggio. Sembrava che di lui, della sua barca e del suo andare per quel mare non restasse alcuna traccia, che il mare non fosse capace di registrare seppur un minimo, impercettibile segno del suo passaggio.

Questa evidenza lo aveva messo, lo ricordava benissimo, in uno stato di ansia che la sera, ritornato a casa, si era addirittura trasformato in una profonda quanto inaspettata sensazione di disperazione.

Seduto a tavola in silenzio, di fronte Elisa,  gli occhi bassi sul piatto, come se lì dentro potesse trovare risposta all’angoscia provocata dagli strani pensieri che lo avevano assalito in barca, restava immobile come quando si presagisce l’arrivo di un uragano contro cui ormai non si può più fare nulla.

Raccontami come è andata la giornata, disse Elisa cercando il suo sguardo liquido come il brodo della minestra che gli aveva preparato.

Vincenzo non riuscì a parlare se non quando, disteso sul divano, con la testa poggiata sulle gambe di Lei, aveva accennato delle sue strane riflessioni in barca quella mattina. Lo fece con una certa ritrosia: gli sembravano pensieri stupidi, senza senso e ancor di più  tale era la disperazione che lo aveva assalito, senza dubbio esagerata ai suoi occhi se non folle.

Per fortuna le donne hanno la capacità di non spaventarsi di fronte alla follia: l’accolgono quotidianamente come presupposto essenziale di una vita che è intrisa di ciò che non è razionale e ne è motore indispensabile.

Ma conoscendo Vincenzo come esponente della specie maschile, Elisa aveva risposto con alcune argomentazioni comprensibili e accettabili dal suo cervello che lui considerava unicamente capace di razionalità.

Vincenzo ascolta, aveva detto, prova a ribaltare la tua visione delle cose: del tuo passaggio su questa terra sono molto pochi a curarsene. Non è poi così importante, anzi non lo è affatto.

Tu un giorno cadrai e alla fine di quella caduta ci sarà il nulla. Niente speranza di un’altra vita, di una felicità eterna, nessun incontro con una entità che ti guarderà amorevolmente negli occhi dicendoti che sei salvo e che ti meriti di riposare in un paradiso. Non ti guadagnerai l’immortalità, né altre ricompense.

Per questo motivo non c’è nessun senso in quello che fai, che progetti o desideri: sai che alla fine della caduta qualsiasi senso verrà eliminato.

Quindi: nessun senso, niente speranze e così  per fortuna, è questa la bella notizia, niente di-sperazione.

Rimane solo questo intervallo di tempo, che dalla natura ti è stato concesso di vivere, ed un sentiero da percorrere.

Tu lungo il cammino puoi diventare puntina di grammofono, sismografo, elettrocardiografo, sensore capace di auscultare le vibrazioni del mare che percorri e trasferire queste alla tua mente.

Non è il mare che tiene memoria di te, tu come singolo non conti nulla, ma tu come navigatore puoi diventare una meravigliosa macchina di pensieri: questi pensieri non scendono dal cielo ma salgono dalle acque da te attraversate e come tamburo si diffondono per la gioia di coloro che con te salgono sulla stessa barca.

La natura ti ha dotato di piedi e di cervello e non di radici e per questo nell’animo sarai sempre nomade e irrequieto: sei pastore e navigatore non sei contadino che rivendica il possesso dei terreni.

Il nomade, il marinaio non possiede spazi ma semplicemente li attraversa. Egli appartiene ad un altro mondo, il suo andare è l’antitesi dell’idea di possesso su cui si basa la moderna civiltà in cui abiti e di cui l’idea romantica dell’amore è testimonianza assoluta e distruttiva.

Tu hai piedi per camminare e mani per remare, punto.

Detta così la situazione è tragica?

Si.

Ma certo molto meglio della  disperazione e della depressione che invece annichilisce e ti lascia senza volontà di agire.

Così invece puoi lasciare spazio, senza il fardello delle speranze e degli auspici, ad una  interessante scoperta del tuo daimon, della tua essenza, del tuo talento, di ciò che sei.

Per l’amore che ti voglio ricordati della caduta inevitabile e nel frattempo cerca il tuo talento ma con misura e rispettando i giusti tempi, senza accelerare troppo.

Attraverso l’amore che io ti saprò dare, raccogli la fiducia di poter attraversare la discesa verso la parte di te più profonda e folle con la certezza che io ti tenderò la mano per farti risalire su, dopo che avrai scoperto la tua vera anima.

 

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Una certa idea di destino


Capitolo I

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Gli era venuta voglia di fermarsi: mentre cadeva.

Si era reso conto che stava precipitando solo quando le cose attorno a lui avevano cominciato a scomparire dal suo orizzonte visivo con una velocità inusuale. Non che fosse spaventato, aveva solo una strana sensazione di impellenza a togliersi il più rapidamente possibile dalla situazione in cui si trovava.

Aveva sempre avuto una precisa idea del destino, del suo, e comprendeva che quello che stava succedendo non coincideva con quello che aveva immaginato fosse giusto per lui, o quanto meno predestinato per lui.

In effetti non sopportava l’idea che le cose, in quel momento, stessero andando in maniera diversa da come le aveva pianificate: il destino che meritava era quello che aveva progettato, nient’altro, sia nei tempi che nei modi.

Di questo, qualche tempo addietro, ne aveva parlato con Elisa: di come lui avesse predisposto il percorso esatto che avrebbe fatto nella vita: “Il mio destino si realizzerà perché io lavorerò duro in quel senso, senza mai perdere l’obiettivo e tenendo sempre in vista la mia meta”, aveva detto con fredda determinazione.  Gli avevano fatto credere, sin da piccolo, che la volontà sposta montagne, che se concentri le tue energie ottieni quello che vuoi: certo bisogna essere cinici nei confronti degli altri e di se stessi, ma il fine giustifica i mezzi.

Le più grosse baggianate sono proposte alla gente sotto forma di motti o sentenze e frasi fatte: fatte da coloro che scambiano desideri e speranze con la realtà e si affidano al senso comune per navigare, senza verificare se quella rotta, indicata da altri, è buona per non andare a finire contro gli scogli. Di questo Elisa ne era convinta, ma quella volta  aveva evitato di controbattere: pensava fosse inutile. Troppo convinto lui di quello che diceva: sembrava un prete durante il sermone della domenica.

Come chi segue con una certa coerenza una religione non si fa tante domande sul perché e sul per come, evitando così di cadere nella rete delle incertezze che creano ansie, anche lui, come questi, evitava accuratamente il minimo dubbio su una certa idea di destino che sentiva invece perfettamente tagliata su misura per se. Diremmo anzi che questa idea di destino se l’era proprio ritagliata secondo gusti, preferenze e desideri su cui aveva per anni pensato, programmato, deciso e scelto.

Almeno a lui sembrava fosse successo proprio così: lui, il suo destino, lo aveva creato.

La caduta che stava sperimentando in quel momento lo aveva però trascinato su un sentiero sconosciuto, mai pensato prima, fuori totalmente dalle rotte da lui con cura disegnate e fin lì navigate. Eppure di navigazione se ne intendeva: marinaio nella mente con il mare nel cuore, sulla pelle sempre sale, tempeste e sole, aveva da sempre posseduto una barca: a vela, rigorosamente.

Aveva studiato per questo in un istituto nautico a Santa Marinella, rinomato per aver formato i migliori comandanti della marineria commerciale, quindi si era imbarcato appena sedicenne su un caicco come mozzo per una cruise line privata che portava a zonzo per il mare di Zanzibar ricchi vecchietti desiderosi di finte avventure, era diventato, poi, proprietario di un gozzo ligure comprato in un piccolo cantiere navale nell’isola di Sant’Antioco, aveva rimesso in ordine le vele -vela latina per la precisione- e il fasciame con l’aiuto di un mastro d’ascia dell’isola di Carloforte e,  definite sulla carta nautica le coordinate di navigazione, aveva portato il suo gozzo, con una traversata in solitario di soli due giorni, sulla costa amalfitana. Lì si era fermato per alcuni giorni a casa di amici della madre.

A Vincenzo, suo padre marinaio nell’animo e nella vita anche lui, sin da quand’era un piccolo scugnizzo di pochi anni, raccontava storie di pescatori e di gozzi a vela latina intrise di avventure che facevano rimanere con la bocca aperta quel piccolo babbeo del figlio, nelle notti di pioggia prima di addormentarsi: dopo poco inesorabilmente cadeva in un sonno sereno come solo un bambino può avere.

Fu proprio a causa di quei racconti serali che il piccolo cominciò a desiderare e a costruire per se, con l’immaginazione, il gozzo delle storie di suo padre, legandolo indissolubilmente a quella certa idea di destino che lo avrebbe accompagnato negli anni avvenire.

Certe volte i padri non si rendono conto quanto le storie che raccontano abbiano il potere di  trasformarsi magicamente in rovere per la chiglia e per le ordinate, in pino ligure per il fasciame, mogano per i banchi e faggio per i remi, costruendo così, nel tempo, senza accorgersene,  per i figli un gozzo a vela latina che può prendere il mare con una certa sicurezza, anche nel mare agitato da venti imprevisti, e disegnando per loro una bozza di idea di destino che li prenderà per tutta la vita e che di quei venti di tempesta se ne infischierà bellamente.

Gozzi e destino si incrociarono nella vita di Vincenzo che con il mare aveva sigillato un patto.

Se si vuole tentare l’avventura di conoscere un  uomo, e lo stesso vale per una donna, si dovrebbe avere l’abilità di riconoscere e avere la pazienza di studiare questi incroci che, nascosti nel profondo di ognuno, sono crocevia di infiniti destini e di scelte e di gesti d’amore e di battaglie: altrimenti incomprensibili ai più.

Sono come nodi alla maniera dei marinai: intrecciano idee, pensieri, immaginazioni, eventi, persone, in forme  a prima vista senza senso, seguendo linee orientate in direzioni diverse, per poi prendere percorsi  a prima vista senza sbocchi, ma poi invece si chiudono ad un certo punto, improvvisamente e magicamente, in un nodo che risolve il mistero, legando con forza e coerenza.

Non a caso i nodi sin dall’antichità non sono solo stati utili a legare cose, ma hanno sempre avuto significati religiosi e sacri, esoterici e superstiziosi. Insomma il nodo così come incrocia in modi straordinari e diversi le cime di un gozzo a vela è  anche, da sempre,  cardine, crocevia e  significato dei destini di un uomo.

E come per i nodi, tra questi destini,  ne scegliamo uno che rappresenta quella certa idea di vita  più coerente con ciò di cui abbiamo bisogno o ci sembra di aver bisogno. Esistono infatti diverse categorie di nodi a cui corrispondono funzioni (e filosofie di vita) diverse, molto diverse l’una dall’altra.  Si hanno così nodi di “arresto” o di “appesantimento”, nodi di “accorciamento”, nodi di “congiunzione” e nodi “d’avvolgimento”, ma anche nodi per il rimorchio.

Categoria a parte sono le “gasse”, nodi molto utilizzati dai marinai in quanto servono a soddisfare gran parte delle necessità. Sostanzialmente non ci si può considerare marinai se non si sa realizzare rapidamente una gassa d’amante: serve ad esempio per salvare un uomo in mare e ha inoltre il pregio di potersi sciogliere rapidamente, anche quando le cime sono bagnate.

Elisa un giorno gli aveva chiesto perché si chiamasse “d’amante”. Vincenzo le disse che non c’entrava niente l’amore, ma che “amante” è la manovra che serve per tirare su il pennone: Elisa scoppiò in una risata incontenibile, pensando che Vincenzo avesse fatto una battuta da bar dello sport.

Provocare le risate di Elisa faceva parte di quella certa idea di destino che Vincenzo aveva adottato da ormai tanto tempo.

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The life essence and the essence of the toaster


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Il tostapane è un oggetto imperfetto.

E come ogni “essere” imperfetto diventa il destinatario, impassibile in questo caso, dei nostri improperi nei suoi confronti quando ci arrostisce le fette di pane facendole diventare tizzoni neri come carbone: cioè quando si premette di non fare bene quello per cui l’abbiamo comprato: dorare il pane e renderlo così croccante che ci possiamo spalmare sopra uno strato di delizioso burro e fantastica marmellata di arance amare.

Siamo fatti così: “ Tu devi fare esattamente quello per cui ti ho scelto e, con sacrificio, pagato. E che cazzo!!!”

E questo anche se non sappiamo (conosciamo) che, per esempio, differenti tipi di pane dorano in tempi diversi e a temperature diverse.

Ma il Nostro (tostapane) è stato dotato solo di una manopola che definisce certe temperature per certi tempi, punto.

Noi ignoriamo se il pane che abbiamo comprato oggi dora dopo 3 minuti a 120° oppure ce ne vogliono 5. La differenza alla fine sarà tra una fetta di pane grigliata a dovere o un pezzo di nero carbone; oppure tra una fetta tostata così così ed una invece dorata alla perfezione: come esattamente piace a noi.

E allora che fare?

Ci ha pensato un’azienda di piccoli elettrodomestici per la casa: la Breville (https://breville.com.au/collections/toasters/products/the-smart-taost-4-slice-long-slot?variant=35290135058)  ed il suo designer Richard Hoare.

Senza proporre chissà quale innovazioni o definitivi cambiamenti tecnologici, ma solo aggiungendo un pulsante che si chiama “ A BIT MORE” : semplicemente. In italiano sarebbe “ ancora un pò”.

Cosa possiamo fare con il bottone “A Bit More” ?

Una cosa che mi affascina per la sua capacità di rendere il mio pane tostato così come lo voglio io.

Premendo il pulsante una volta che è iniziato il processo di tostatura dopo qualche minuto, e sicuramente prima che il pane bruci, automaticamente il pane esce dalla fessura per farsi dare un’occhiata da me e se voglio che si dori ancora un pò tocco il tasto: il pane ritorna dentro la fessura e dopo poco riesce per farsi dare un’altra occhiatina: ti piaccio così? se si lo prendo, se no premo di nuovo il pulsante. Alla fine avrò il mio pane tostato come cazzo dico io.

Semplice no? Ma nemmeno così scontato visto che tutti gli altri tostapane in commercio sono progettati su elementi quantitativi: quale temperatura, quanto tempo, ecc..

Richard Hoare, il designer, in questo caso ha dovuto pensare su un piano completamente diverso. Certo non ha fatto ricerche di mercato per sapere quello che la gente voleva per un nuovo tostapane: dobbiamo renderci conto che noi non sappiamo, quasi mai, cosa veramente vogliamo!!

Hoare non si è concentrato su quello che la gente desidera, ma piuttosto sull’essenza di un oggetto in questo caso il tostapane: come faccio a dare più controllo a chi usa il tostapane la mattina tra mille cose nella testa e i bambini che non si alzano dal letto e io che mi dimentico che ho riacceso il tostapane perché il pane era ancora bianco, ma lui, quel bastardo, ha riavviato l’intero ciclo, col risultato che adesso il pane è bruciato??!!

Il tasto “ A Bit More” non reinventa il tostapane e non cambia il mondo: tutto rimane fondamentalmente lo stesso, ma solo con qualcosa di meglio che mi permette un maggiore controllo sul processo di tostatura, evitandomi quel piccolo inferno del pane bruciato la cui ferale notizia arriva con l’odore penetrante nella camera dei bambini che sto cercando di far uscire dal coma, finto:  quei due matti che a scuola non vogliono andare (come dargli torto, a proposito di scuola!!).

MI direte a questo punto: senti, io il tostapane non lo uso e della Belville e del suo designer e di come sono fatti i tostapane sinceramente non me ne può fregare di meno.

Ok. La faccenda del tostapane sicuramente non è questione di vita o di morte, però l’idea del tasto “ A Bit More” possiede un fascino ed un significato che va la di là dello stupido tostapane.

Cosa mi affascina della faccenda?

Primo: che per avere una vita un pò meno infernale basta fare qualcosa, piccole cose senza aspettare di rivoluzionare le nostre vite con chissà quali decisioni definitive: bastano piccole cose, piccoli accorgimenti che evitano quei tanti piccoli inferni quotidiani che non ci ammazzano, ma che rendono a volte le nostre vite un disastroso pozzo di ansie.

Per stare in questo mondo in modo umano non abbiamo bisogno di passioni travolgenti, né certo di rassegnarci ad una noia pervasiva.

Ma adattarci, compiendo piccoli passi, ad alcuni aspetti della natura che sono al fondamento del vivere, rifuggendo come la peste nera il concetto di vivere felice.

Solo un passo dietro l’altro così come ci insegnavano i contadini di un tempo che si arrendevano al passare delle stagioni e che non contrastavano la natura, né la forzavano ma semplicemente facevano tutto ciò che era necessario per assecondare le opportunità che Lei avrebbe offerto “naturalmente “: un passo alla volta: “a bit more”.

Secondo: forse è arrivato il momento di abbandonare l’idea della necessità a tutti i costi della conoscenza come elemento primario del nostro percorrere la vita.

Noi non conosciamo, punto.

Solo partendo da questa evidenza possiamo muoverci verso una più approfondita visione dell’essenza del mondo che ci circonda e delle persone che ci interessano.

Il designer ha creato il tasto “A Bit More” non attraverso un processo scientifico di conoscenza ed analisi.

Ha solo guardato all’essenza del tostapane e all’essenza dell’essere umano che spesso per rendersi la vita più semplice ha bisogno non di stravolgenti innovazioni tecnologiche ma di maggiori possibilità di controllo. Esattamente come il contadino di un tempo che controllava il cielo la mattina e decideva se seminare o era tempo di sarchiare ancora il terreno.

Potremmo scegliere di passare quindi dall’angoscia di sapere, e dalla sua impossibilità, al fare, al creare scenari e soprattutto provare e fallire e riprovare.

Poco spazio alle passioni che sono un ossessivo concentrarsi sul proprio essere e sui sentimenti che pensiamo reali ma che invece sono frutto  della visione romantica che dal ‘500 pervade la letteratura, la musica, la psicologia meno evoluta e soprattutto la pubblicità che ci beviamo ogni giorno in quantità industriali.

Quest’ultima si fonda sulle passioni e sui nostri sentimenti portandoli in magnifica evidenza e dandogli quell’importanza che sta alla base del meccanismo della pulsione continua a consumare.

Passioni e sentimenti, portati a questi livelli esasperati, non ci permettono di vedere la differenza tra una ossessione che si subisce (la compulsione a consumare per esempio) e un destino che invece si sceglie.

Potremmo allora tentare un passo che ci porti lasciando l’ossessione per la conoscenza e per il nostro essere o essenza (mito un pò troppo mitizzato del “conosci te stesso”) verso una vita fatta di “fare”, di costruzioni e tentativi, sporcandosi le mani, evitando di fermarsi solo a pensare e progettare.

Siamo molto più bravi a fare che a pensare correttamente.

Permettiamoci di evolvere continuamente senza bloccare niente e nessuno dentro il nostro desiderio di possedere mettendo davanti il nostro  pseudo diritto alle passioni e ai sentimenti.

Alla vita non importa un fico secco dei nostri sentimenti, né delle passioni che ci dominano. La vita vuole evolvere “A Bit More” e noi questo processo a volte lo blocchiamo trattenendo cose, desideri, persone e così la vita muore. La nostra. Nel vero senso della parola.

Le culture asiatiche, quella cinese o giapponese per esempio,  sono nate e cresciute con una filosofia di approccio alla vita completamente diverse dalla nostra.

Non avendo avuto un Aristotele o un Socrate come genitori, hanno sviluppato un approccio dove alla base non c’è l’essere, ma il processo del vivere e del fare.

Meno pensieri basati sull’essenza, sulle passioni e i sentimenti e più vita come processo evolutivo basato sul fare e sul seguire gli accadimenti e da questi ricercare quotidianamente di trarne il meglio.

Non so chi  stia meglio, loro o noi occidentali con la nostra ricerca spasmodica di voler essere sempre qualcosa e qualcuno.

Ma questo non è rilevante. Rilevante è sapere che alternative al nostro modo di vedere e pensare esistono e funzionano anche.

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Ore giapponesi


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A volte si parte per una destinazione con la voglia di scoprire, immaginando che al ritorno si possano portare indietro ricordi chiari, sensazioni nette su ciò che si è visto e su quello che  è capitato nel corso del viaggio.

E  a volte proprio questo non capita, anzi a Vincenzo capitò esattamente l’opposto: non sapeva dire cosa aveva visto se non con sintetiche espressioni del tipo: bello, interessante, curioso, ecc..

Amici, colleghi, parenti domandavano per conoscere di più su quel paese lontano e un pò esotico che lui aveva visitato in un viaggio con il figlio, ma lui rimaneva un pò inebetito di fronte alla loro legittima curiosità: non sapeva bene cosa rispondere, aveva le idee confuse, mille immagini  si affastellavano nella sua testa, ingarbugliavano i suoi pensieri e le parole uscivano dalla sua bocca banali e un pò insulse.

Alcune trasformazioni sono trasformazioni lentissime e silenziose e per questo non si percepiscono se non nel momento in cui producono eventi ed impatti sulla nostra vita così rilevanti che rimaniamo attoniti domandandoci come è possibile che siano avvenuti così all’improvviso.

Nella realtà si preparavano, quegli eventi, da lungo tempo, solo che Vincenzo non se ne accorgeva perché i deboli segnali si mescolavano nella prassi con le sue abitudini quotidiane, nascondendoli alla sua vista con abilità da giocoliere.

Dei nostri giorni davvero importanti, di quelli che cambiano il nostro destino, di quelli che precedono una rivoluzione, non resta quasi mai una traccia. Talmente grande è la scossa che dimentichiamo gli avvenimenti che hanno preceduto quei giorni fatali e non sappiamo ricostruire fatti, avvenimenti, persone che ci hanno condotto, quasi a nostra insaputa, sino a lì.

Quel viaggio a Vincenzo aveva sconvolto il normale procedere della sua vita ed il modo di vedere il mondo, ma non sapeva né raccontare, né ricostruire cosa esattamente fosse avvenuto.

Solo di una cosa era certo: tutto non sarebbe più stato come prima.

Vincenzo si ritrovava adesso dopo il viaggio in Giappone con dubbi, tanti, ed una sola certezza: che il dubbio è più affascinante della certezza perchè il dubbio ci riguarda, è una domanda rivolta a noi, dunque rivela qualcosa di noi a noi stessi e ci permette di investigare l’ignoto.

E’ un viaggio di quelli che trasformano, non sai bene come e non ne sai il risultato finale: il viaggio, in questo caso, non ha una destinazione certa.

Questi erano i pensieri e le sensazioni che Vincenzo aveva provato subito dopo aver poggiato  piede a casa di ritorno dal viaggio in Giappone.

Di lui dopo quel viaggio ci si poteva chiedere, a ragione, se era un imbecille o un genio senza sapere quale fosse la risposta giusta: e questo aveva un certo fascino ai suoi occhi.

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Il surf e le leggi dell’universo


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Alcuni, quando viaggiano per andare da qualche parte, pianificano attentamente il percorso che devono fare, prevedendo nel dettaglio i tempi e i punti intermedi per raggiungere la meta nella maniera più efficiente possibile: cioè nel minor tempo  e risparmiando energie. Energie che possono essere di diverso tipo: mentali, fisiche ed economiche, anzi soprattutto queste ultime: denaro in buona sostanza.

Poco o punto spazio viene lasciato al caso e all’improvvisazione: come in un processo gestito da un computer sanno esattamente che dopo A viene B e sicuramente poi C. Prendono l’autostrada che, senza deviazioni, li porterà alla massima velocità possibile, in tutta sicurezza, o quasi, lì dove hanno programmato di essere. Tutte le indicazioni necessarie, su dove sono in  quel preciso momento e se sono nella direzione giusta,  vengono date con regolarità costante lungo tutto il tragitto programmato: così ci si sente veramente sicuri. Inoltre se dovesse venire  fame improvvisa quanto impellente si dovrà solo aspettare qualche chilometro e ci sarà un autogrill con tutto quello che necessita: fantastico!

Altri, per arrivare dove vogliono arrivare, preferiscono modi più lenti, più lunghi e tortuosi sprovvisti di indicazioni così frequenti come quelle che normalmente si hanno lungo un’autostrada: in questo caso vogliono essere certi di arrivare alla meta, ma devono mettere in conto qualche imprevisto:  durante il viaggio soffriranno di una certa insicurezza derivante dal non sapere dove esattamente sono in un preciso momento e in che tempi esatti arriveranno a destinazione.

Questi soffriranno di un certo grado di imponderabilità: è per esempio il caso di chi preferisce per arrivare da qualche parte, prendere una nave, un piroscafo, un battello: una mareggiata improvvisa può costringere a riparare temporaneamente in un porto che non era stato programmato nella pianificazione del percorso fatto prima di partire.

Alcuni di questi ultimi, per ridurre le problematiche di insicurezza e imponderabilità accennate prima, si inventano un sistema che originale non è ma, per ridurre le ansie di cui sopra, può funzionare, anche se non sempre. Sono coloro i quali decidono di andare per mare con mezzo galleggiante adeguato alle condizioni,  ma scelgono pur tuttavia di far trainare il natante su cui si sono imbarcati da un rimorchiatore con potenti motori che sia in grado di trarre d’impiccio la barca da tempeste improvvise che possono sempre capitare lungo la traversata.

Anche se a loro sembra di essere  al comando, in realtà è chi guida il rimorchiatore che definisce rotta e velocità.

Molte volte chi si affida a questa modalità di navigazione, che chiamerei assistita, non si premura di dotarsi, in caso di necessità o volontà di cambiamenti vitali,  di adeguate tronchesi per tagliare la cima che lo trascina al seguito del potente rimorchiatore.

Imprudenza, che solo alcuni ritengono tale,  viene resa ancor più grave se si nota che i rimorchiatori invece, tutti i rimorchiatori, posseggono una cesoia potentissima in grado di tagliare, senza esitazioni, la fune che traina l’imbarcazione nel caso si rendesse ciò necessario per casi che solo il comandante del rimorchiatore può valutare.

In questi casi coloro che avevano affidato la loro barca alle forze e alle volontà del rimorchiatore, si trovano improvvisamente, ma prevedibilmente, in balia delle onde senza sapere dove si trovano, né quanto dista il primo porto per un ricovero necessario.

E’ come se Ulisse per il suo viaggio, scorrazzando nei mari del mondo,  avesse deciso di far trainare la sua barca da un’altra triremi, magari con equipaggio e comandante originari di Troia. Converrete che non sarebbe stata una mossa geniale anche se apparentemente potrebbe sembrare una scelta dettata da adeguata prudenza. Raccontata così sembra assurdo, ma molti fanno proprio così, con buona pace di Ulisse e del “seguir virtute e conoscenza”.

Altri ancora, ma sono veramente pochi, decidono di andare per mare surfando, appoggiati provvisoriamente ad una tavola per tentare di cavalcar le onde. In questo caso ci troviamo direi proprio in un altro mondo, rispetto ai casi precedenti.

I pochi che si avventurano in tale modo, scriteriato per i più, di percorrere vie, infatti non solo non dispongono di indicazioni, né di accessori che garantiscano di rimanere sulla tavola sino alla riva, ma essi stessi cercano il caso e l’imponderabile e su questi basano il loro più genuino piacere. La prossima onda per surfare non sanno quando comparirà, l’aspettano solamente. Non sanno quanto alta sarà né quando la sua cresta si ripiegherà su se stessa, chiudendo l’ imprudente surfista dentro una gabbia di acqua che lo centrifugherà nelle profondità.

Cavalcare un’onda dura una ventina di secondi più o meno: quindi tanti rischi, tante incertezze, un abbandono al caso per qualcosa che è così momentaneo, caduco, che termina così velocemente, così effimero, ma anche così leggero e così veloce che sembra di volare.

Così, di onda in onda, cercando quella che permetta di proseguire la cavalcata per altri 5 secondi e poi un’altra  per tentare ancora: stavolta però la forza è immane e per un attimo si rimane sospesi in aria per poi cadere giù nell’abisso d’acqua dove ogni riferimento spaziale e temporale viene eliminato e bisogna solo affidarsi alla fisica dei corpi galleggianti e alla benevolenza dell’onda stessa che decida ad un certo momento di sputar l’intruso di nuovo in superficie.

E poi ricominciare.

Perché farlo? Perchè scegliere questo modo assurdo di andare? Perché tante e continue cadute e poi di nuovo su per poi cadere  ancora seguendo il volere dispettoso del caso e dell’imponderabile?

Non so dirvelo, ma c’è qualcosa di affascinante in questa  visione del modo di andare  e di attraversare la vita che a me sembra molto reale e vero.

Mi dicono, i surfisti, che è  controintuitivo  andare per onde con la tavola da surf: per questo è necessario tanto allenamento e soprattutto iniziare quando si è molto giovani: i circuiti cerebrali devono plasmarsi su modalità che dobbiamo recuperare dal nostro cervello ancestrale.

Altro fatto che ritengo interessante e per questo lo riporto qui a titolo di esempio di un certo modo di andare per le strade che ci siamo scelte, mi dicono, quelli che fanno surf, che è necessario entrare nell’ordine di idea che bisogna cadere, spesso e anche volentieri: e non è una frase fatta. Questo perché chi non cade vive nel terrore di cadere ed è assai facile che nella traversata faccia di tutto per resistere in piedi, proibendo alle gambe il minimo cedimento.

E’ questa resistenza, questa strenua volontà di appigliarsi a qualcosa che è per sua natura instabile ed in continua e casuale trasformazione e quindi non permette che ci si aggrappi: si possono solo poggiare con dolcezza i piedi sulla tavola ed andare sapendo che per certo si cadrà.

Cadere è parte della traversata e può essere piacevole, non sempre, ma a volte si: estremamente piacevole sentirsi effimeri e leggeri.

Non si tratta, mi dicono, di avere coraggio nell’affrontare onde che a volte sono immense e rabbiose, ma è questione di attuare una specie di “sorveglianza attiva” che significa non mettersi in testa di avere l’onda che piace, ma solo aspettare in maniera attenta per cavalcare l’onda propizia che il caso consegnerà prima o poi e a quel punto tentare di salirci su senza garanzie di quel che succederà; anzi sapendolo esattamente: poco dopo l’onda disarcionerà il surfista, inevitabilmente ed inesorabilmente.

Rimane a questo punto sospesa una domanda legittima: perché mai dovrebbe interessare saperne sui modi del surfista quando per carattere, educazione e cultura si è deciso di andare con modalità diverse? Chi l’ha detto che fare surf sia meglio che farsi beatamente trascinare da un rimorchiatore in tutta sicurezza e con poco sforzo?

Ecco qui, non casualmente, mi fermo.

Perché proprio in questo, credo,  risiede il senso più profondo e ultimo delle parole caos,  crisi, fallimento, caduta: un passaggio necessario, a volte non completamente piacevole, dopo il quale molte certezze e molte sicurezze saranno convertite in altro ed una nuova consapevolezza inquadrerà il modo in cui noi vediamo il mondo e le circostanze che ci capitano.

Guardare ad altri modi e mondi non necessita di aderirvi nella quotidianità (non voglio essere un surfista per esempio), ma permette di vedere se stessi ed il modo in cui viviamo da altri punti di vista: ci apre possibilità di interpretazione delle cose che ci capitano e forse un giorno nuovi modi di agire che possano ridurre angosce e il sentimento di ingiustizia e rabbia che ci pervade in ogni momento.

Uno spaesamento necessario per riconciliare noi stessi con la natura e con gli altri.

E’ venuta l’ora, penso, di cominciare a dire “no” ad alcuni modi rigidi ed infelici di andare per il mondo, attaccati come ventose e con la mano chiusa a stringere non si sa cosa di così importante. Questi “no” sono negazioni di un mondo che non ci sta bene ed allo stesso tempo rappresentano una apertura ed una invocazione alle possibilità di molti futuri  “si”.

Per legge della fisica vuoto e pieno, materia e antimateria vivono assieme sempre ed inseparabilmente: seguendo tale legge l’onda prima ci porta su e poi ci tira giù: in questo non c’è male, né destino avverso, ma solo un principio che avremmo dovuto comprendere ormai da tanto tempo visto che è nato con l’universo di cui facciamo parte.

Ma forse sarà meglio che le prossime volte io mi limiti a  parlare di investimenti in borsa o dell’ultima dieta vegano-omeopatica o di quanto fa bene il cibo biologico!

E allora saranno felici di aver sentito parlare un uomo così interessante e ragionevole.

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Voce nella notte


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Ehi, tesoro, vieni, ascolta questa canzone: è “Voce ‘e notte”.

L’hai mai sentita? E’ una melodia che riconoscerei tra milioni: fa parte del repertorio della canzone popolare napoletana: quando ero  bambino mi capitava di ascoltarle; sai, canzoni come “O sole mio”: mio nonno Vincenzo era un appassionato di questo genere di musica.

Mi accoccolavo accanto a lui e vedevo il volto di Vincenzo estasiato: sedeva nel giardino della nostra casa di Nicolosi, sotto i noci centenari,  quando al tramonto l’aria delle sere d’estate si faceva fresca e profumata, e ascoltava con gli occhi chiusi un 33 giri che andava sulle note di ‘O surdato ‘nnammurato e di Malafemmina: canzoni d’amore, spesso di un amore struggente per una donna.

Nonno Vincenzo, che uomo! Certo non lo ricordo come un uomo sentimentale e romantico, almeno per quello che lui rivelava in famiglia o a noi nipoti. Lavorando sin dall’età di 7 anni era diventato  imprenditore di un certo successo: molto concreto senza fronzoli, dedicato notte giorno alla sua impresa e ai suoi operai.

Questo è quel che ricordo di lui e quello che sempre hanno raccontato di lui le persone che hanno vissuto vicino a questo signore d’altri tempi.

Perché ascoltava con l’animo rapito quelle canzoni d’amore napoletane?  Forse quelle canzoni gli ricordavano tempi passati, quando, bel giovanotto senza una lira in tasca, amoreggiava con qualche ragazza che non avrebbe mai più rivisto?

Oppure…?

La scorsa estate, a Cortona, nel corso di un incontro con uno scrittore napoletano, ho sentito raccontare la storia della più bella canzone napoletana: era proprio “voce ‘e notte”. Il testo è bellissimo e diventa commuovente e meraviglioso quando se ne conosce la storia che c’è dietro questo testo: una storia vera che vorrei raccontarti.

Dai, posa il libro e siedi qui, accanto a me.

Devi sapere, innanzitutto, che la canzone napoletana classica è sempre dedicata ad una persona, una donna in genere. Anche  “voce ‘e notte” quindi, ma questa canzone è  speciale: è anche una serenata, una serenata particolare, però.

Infatti la serenata normalmente contiene nel suo testo sempre il nome della persona a cui viene dedicata: era infatti portata – si, devi sapere che la serenata “si porta” non “si fa”- dicevo, era portata generalmente di notte, per strada, sotto i balconi di palazzotti con più condomini e doveva essere chiaro a chi era destinata.

La serenata di “voce ‘e notte” è una serenata, ma senza nome.

Cosa vuol dire?

La risposta è nella storia vera che coinvolge l’autore del testo, il poeta Eduardo Nicolardi.

Correva l’anno 1903 ed Eduardo Nicolardi, giovane poeta di 25 anni, si innamora di Anna Rossi l’esile e bellissima vicina di casa, figlia di un facoltoso commerciante di cavalli. Quando Eduardo dichiara il suo amore ai genitori di Anna, questi lo cacciano via. La loro giovane figlia non poteva andare ad un poeta dal futuro incerto, ma a Pompeo Corbera, un ricco cliente del padre dalla veneranda eta’ di 75 anni. Anna cerca di ribellarsi, perché anche lei si era invaghita del poeta, ma a quei tempi era difficile contrastare il volere di un padre. Anna quindi sposa il vecchio Corbera.

Eduardo non si rassegna all’idea e spesso la notte, con la speranza che solo un disperato amore può dare, va sotto i balconi dei “novelli sposi”: vuole almeno vederla.

Una notte d’inverno sopraffatto dalla tristezza  e dal desiderio della sua Anna, si rifugia in un caffè e scrive di getto il testo della canzone “Voce ‘e notte”, che è una serenata senza nome perché lui non può rendere pubblico il nome della sua amata: lei era sposata con un altro.

Una canzone autobiografica quindi, poi musicata dal maestro Ernesto De Curtis e uscita nel 1904: riscontrò un successo di pubblico favoloso.

Ma Anna in realtà non è andata via, è come se solo fosse dovuta partire. C’è una grande differenza infatti fra andar via ed invece dover partire, allontanarsi temporaneamente, sapendo che esiste un luogo dove sicuramente si vuole a tutti i costi tornare.

Il destino farà tornare da lui Anna perché il marito, qualche anno dopo, morirà ed Eduardo ed Anna avranno un matrimonio lungo e felice con la bellezza di 8 figli.

Questa è la storia vera che ha dato spunto alla canzone “Voce ‘e notte”: una serenata senza nome fatta ad una donna che lui credeva di aver perduto per sempre, ma che invece non era mai andata via.

Mio nonno ne sono sicuro era affascinato dalle parole di questa canzone e chissà a cosa pensava, quando le ascoltava all’ombra dei noci, con gli occhi chiusi ed un leggero sorriso sul suo viso onesto.

Ora sto sentendo quella musica: mi arrivano intriganti profumi di gelsomino di quando ero bambino, il profumo della salsa di pomodoro che le sante mani di mia nonna Eleonora preparava la mattina presto; percepisco l’amore di nonno Vincenzo come se mi fosse ancora accanto: i sogni, oggi, ritornano prepotenti assieme alle note di quella canzone: le persone a cui ho voluto veramente bene non vanno mai via.

Questa è la storia di Voce ‘e notte e di nonno Vincenzo.

Dai, adesso andiamo in cucina, ho voglia di una spaghettatina di mezzanotte. Ricorda: quando l’inverno si dovesse intrufolare nella tua anima anche se fuori è piena estate, non rimanere a letto rigirandoti in ossessivi pensieri, ma corri in cucina e butta alcuni spicchi d’aglio nella padella e falli sfrigolare al calore di un buon olio assieme ad alcuni filetti di acciuga dissalata, rompendoci dentro con le mani un bel pomodoro maturo. Pasta di grano vero fatta con lievito madre, mi raccomando.

E se ti va, fai una telefonata a persona a te cara, dicendogli: vieni da me, si lo so che è mezzanotte, ma qui c’è uno spaghetto notturno che non vede l’ora di meravigliarti felice.

Cucina, canzoni, libri sono poetiche rappresentazioni dell’animo umano e sono lì che ci aspettano, capaci di eliminare qualsiasi “mal di vivere”, ogni tristezza e melanconia inutile, ma soprattutto ci danno la potente necessità di nutrire il mondo.

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