The obsession with communication, branding, and persuasion is not preparing anyone for the world that actually exists.
Ogni mattina in metropolitana vedo la stessa scena.
Seduti o in piedi, quasi tutti hanno gli occhi su uno schermo. Qualcuno scorre un feed, qualcuno guarda un video, qualcuno risponde a messaggi. Ogni persona è illuminata dalla stessa luce livida, immobile, presente e assente insieme. Aggiornata su tutto. In contatto con niente. Poi la fermata arriva, la gente scende, e lo schermo resta acceso.
È questa la fotografia del nostro tempo: siamo la generazione più informata della storia ma la meno attrezzata ad agire ed incidere sulla realtà. I giovani escono da percorsi formativi costosi senza la capacità di abitare la complessità reale. Le tecnologie promettono connessione e producono isolamento. Conosciamo le cause di quasi ogni problema rilevante del nostro tempo. Eppure quei problemi restano non solo irrisolti, ma soprattutto non correttamente formulati.
La risposta che si sente ovunque è sempre la stessa: occorre comunicare meglio, costruire brand personali più efficaci, padroneggiare le tecniche di persuasione. Le università moltiplicano i programmi in comunicazione e pubbliche relazioni. I coach aziendali insegnano ai giovani come gestire le obiezioni, come chiudere una trattativa, come farsi ricordare. Chi impara a comunicare meglio un problema raramente cambia le condizioni che lo producono: agisce sul sintomo, non sulla struttura.
Il problema reale sta altrove, o forse la sua non corretta formulazione ci devia e ci confonde.
Per cominciare ad orientarci forse occorre andare alle origini e capire come funziona davvero la mente umana. La ricerca degli ultimi trent’anni ha prodotto una svolta che la cultura popolare ha ancora largamente ignorato.
Per Gregory Bateson la mente non è una proprietà del cervello individuale. Lo illustra con un esempio semplice: un cieco che cammina con il bastone. Dove finisce la sua mente? Alla pelle, al manico, o alla punta del bastone che tocca il terreno? Per Bateson la risposta è la punta del bastone: è lì che il sistema riceve le informazioni che guidano il movimento, è lì che la mente, intesa come sistema che elabora e risponde, si estende davvero. La mente emerge nel sistema di relazioni tra l’organismo e il suo ambiente, non dentro il cranio. Quello che questo implica in pratica è che la qualità del pensiero di una persona dipende non solo da ciò che ha dentro la testa, ma dalla qualità degli ambienti, delle relazioni e delle realtà che abita. Cambia l’ambiente e cambia la mente. Trasmetti informazioni a una mente senza cambiare l’ambiente in cui opera, e cambi molto poco.
La teoria della mente allargata, elaborata negli ultimi trent’anni all’incrocio tra filosofia e neuroscienze cognitive, sviluppa questa intuizione con argomenti rigorosi: la mente si estende negli ambienti, negli oggetti, nelle relazioni e nei corpi con cui è in contatto diretto. Pensa a quando hai imparato a guidare. Potevi aver memorizzato ogni norma del codice della strada, superato la teoria con il punteggio pieno, capito la meccanica del veicolo. Il primo giorno dietro al volante in movimento hai scoperto di non sapere ancora niente. La conoscenza che contava era nelle mani, nei piedi, nella visione periferica, nella distanza percepita attraverso il corpo. Quella conoscenza non si trasmette: emerge solo dal contatto diretto con la cosa stessa.
La mente non è confinata dentro la testa. Si estende negli ambienti, negli oggetti, nelle relazioni con cui è in contatto diretto.
Riccardo Manzotti, filosofo e neuroscienziato italiano, spinge questa intuizione fino alle sue conseguenze più radicali nella teoria della spread mind. Per Manzotti l’esperienza non è una rappresentazione interna della realtà: è identica alla realtà con cui siamo in contatto causale diretto. La nostra esperienza non è una copia interna degli oggetti e degli ambienti che incontriamo: è identica a quegli oggetti e a quegli ambienti lungo la catena causale che li connette a noi. La Spread Mind è una teoria filosofica e scientifica rigorosa, ancora minoritaria rispetto all’ortodossia neuroscientifica. Come ipotesi di lavoro produce però una conseguenza precisa e scomoda. Per esempio, leggere un report su un quartiere difficile è un’esperienza reale, ma è l’esperienza del report, non del quartiere. Sono due esperienze distinte con conseguenze diverse su come si pensa e si decide. Chi legge un documento sulla realtà di un territorio entra in contatto causale con quel documento, non con quel territorio. Einstein poteva immaginare di viaggiare alla velocità della luce perché la sua immaginazione operava su oggetti fisici reali che aveva incontrato direttamente: treni, orologi, raggi di luce. La sua teoria non nacque dal niente ma dal contatto prolungato con la realtà fisica. Chi deve cambiare le condizioni di lavoro in una filiera, trovare un accordo in un territorio di conflitto, modificare il comportamento di un paziente, ha bisogno dello stesso tipo di contatto: con quella realtà stessa, non con le sue descrizioni.
Le conseguenze di tutto questo sono visibili ovunque, a chi sa dove guardare.
Le decisioni che prolungano un conflitto vengono quasi sempre prese da persone che in quel conflitto non ci sono mai state. Ministri, generali, negoziatori che abitano stanze protette, persone la cui mente non si è mai estesa verso la realtà che gestiscono. Quella realtà rimane fuori dal loro campo esperienziale. E questo si riflette, con una coerenza quasi meccanica, nelle decisioni che prendono. I soldati che si trovano fisicamente di fronte al nemico in una trincea a volte smettono di spararsi e cominciano a scambiarsi cibo, come accadde durante la tregua di Natale del 1914 sul fronte occidentale. I negoziatori che hanno vissuto il territorio del conflitto raggiungono accordi che chi lo conosce solo attraverso i rapporti non riesce a immaginare. La vicinanza fisica è una condizione necessaria, non sufficiente. Cambia però strutturalmente il tipo di decisioni che si riesce a prendere, perché cambia la realtà dentro cui quelle decisioni vengono elaborate.
La stessa struttura è all’opera in ogni organizzazione, ogni comunità, ogni scelta tecnologica. La posta in gioco cambia. Il meccanismo è identico.
Tim Ingold, antropologo e uno dei pensatori più precisi su cosa sia davvero la conoscenza, distingue tra due modi di muoversi nel mondo. Il trasporto porta qualcuno da A a B senza che il percorso trasformi chi lo compie. Il wayfaring è il movimento di chi abita il percorso mentre lo attraversa: si trasforma attraversando, conosce facendo, diventa diverso perché ha percorso quella realtà con il corpo. Ricevere informazioni assomiglia al trasporto: ti sposta dall’ignoranza alla conoscenza senza che tu abbia toccato nulla. Costruire contatto diretto con la realtà assomiglia al wayfaring: ti trasforma perché hai attraversato qualcosa insieme ad altri, hai fatto qualcosa con le mani, hai abitato un luogo con il corpo.
Ogni luogo porta con sé qualcosa che non appare in nessuna sua descrizione. I Romani lo chiamavano genius loci, lo spirito del luogo. È l’osservazione precisa che una comunità, un territorio, un quartiere porta una qualità che esiste solo nel contatto diretto con esso. Ciò che vi è accaduto, le tensioni che restano irrisolte, le competenze incorporate nelle pratiche quotidiane, i ritmi che strutturano la vita collettiva: niente di tutto questo appare in un dataset. Per Bateson quella qualità è parte del sistema cognitivo di chi abita quel luogo: è nella mente di chi lo percorre ogni giorno, distribuita tra i corpi, gli spazi, i gesti condivisi. Chi abita una comunità porta con sé la memoria di ciò che è accaduto in quel luogo. Chi arriva con un progetto già definito, con obiettivi stabiliti altrove, con tempi decisi prima di aver toccato quella realtà, sta facendo “trasporto”. Chi entra in una comunità disponibile a essere cambiato da essa, a costruire con, insieme invece che per, a modificare la propria comprensione in risposta a ciò che incontra davvero, sta facendo wayfaring. Sta incontrando il genius loci invece di ignorarlo.
La stessa logica vale per l’intelligenza artificiale, che si sta rapidamente affermando come l’ambiente cognitivo dominante per la generazione che entra oggi nel mondo del lavoro. Chi usa un sistema AI che risponde sempre, ma seguendo regole probabilistiche simulando il senso, che elimina la resistenza, che risolve i problemi senza mai averli davvero sperimentati, trova sempre meno occasioni per estendere la propria mente verso realtà difficili. Chi delega sistematicamente all’AI il lavoro cognitivo complesso perde progressivamente il contatto diretto con quella complessità, e con esso la capacità di abitarla. Bateson lo riconoscerebbe immediatamente: quando si rimuove l’ambiente dal sistema organismo-ambiente, la mente si impoverisce.
Chi ragiona in modo moralistico, giudicando e chi si concentra sul branding condividono la stessa struttura profonda: entrambi agiscono sulla superficie dell’esperienza invece che sulle condizioni che la producono. Chi impara a brandizzare se stesso prima di aver fatto qualcosa di reale, impara a imitare la forma di un’identità prima di averne sviluppato la sostanza. Chi impara a gestire l’impressione invece di costruire la presenza impara a muoversi sulla superficie delle relazioni senza mai abitarne la profondità. Il problema non è con i giovani che si sono adattati a questi strumenti. È con chi ha progettato quegli strumenti come unico paesaggio disponibile, e con chi non ha costruito paesaggi alternativi.
La domanda giusta non è come comunicare un valore più efficacemente. È come costruire le condizioni in cui quel valore diventa esperienza vissuta. Come abitare una comunità abbastanza a lungo perché cambi il modo in cui si pensa. Come creare le circostanze in cui una realtà entra nell’esperienza diretta di chi deve agire su di essa e lo trasforma dall’interno.
Il futuro non appartiene a chi sa comunicare meglio. Appartiene a chi sa costruire le condizioni in cui gli altri pensano, decidono e agiscono meglio.
Chi impara a tenere questa postura, smette di cercare messaggi migliori e comincia a costruire condizioni migliori. Smette di sensibilizzare e comincia ad architettare ambienti. Smette di gestire la superficie delle relazioni e comincia ad abitarne la profondità.
Il futuro non appartiene a chi sa comunicare meglio. Appartiene a chi sa costruire le condizioni in cui gli altri pensano, decidono e agiscono meglio. A chi costruisce fiducia attraverso la coerenza nel tempo, invece che attraverso la gestione dell’impressione nel momento. A chi capisce che l’identità non è un brand da costruire: è una direzione da scoprire attraverso il fare, il fallire e il ricominciare.
È un lavoro più lento, meno visibile, meno immediatamente gratificante di una bella campagna o di un discorso ispirato. È anche l’unico che produce cambiamenti che durano.
— Epilogo —
Peter Scholze è considerato uno dei matematici più brillanti della sua generazione. La cosa più importante che ha fatto non è stata risolvere un problema difficile: è stata costruire un linguaggio che rendesse certi problemi facili.
La topologia è il ramo della matematica che studia le proprietà degli spazi e delle forme. Nel corso del ventesimo secolo i matematici avevano costruito un’infrastruttura concettuale potente ma sempre più inadatta al lavoro moderno. Lavorarci era come percorrere un’autostrada con una macchina che si rompe continuamente: si arrivava a destinazione, con una fatica sproporzionata rispetto al risultato. Scholze e il suo collaboratore Dustin Clausen, matematico danese, hanno costruito un nuovo sistema di definizioni. Dimostrazioni che prima erano tortuose sono diventate pulite ed eleganti. E qualcosa di inatteso è successo: i matematici hanno potuto vedere e raggiungere territori che prima erano inaccessibili. Una nuova piccozza, come la descrivono loro, che non serve solo a scalare meglio le pareti note: con essa, catene montuose prima invisibili diventano esplorabili.
Quello che ha fatto Scholze illustra un principio che vale ben oltre la matematica.
Henri Poincaré, uno dei matematici più dotati della storia, aveva intuizioni corrette che il linguaggio matematico del suo tempo non riusciva a rendere completamente rigorose. Le idee c’erano. Mancavano le definizioni giuste per formalizzarle e dimostrarle. Usare il termine adeguato per ciò che esiste, trasforma l’intuizione vaga in pensiero operativo. Un’organizzazione i cui membri descrivono i propri clienti come segmenti di mercato abita un universo cognitivo diverso da una i cui membri li descrivono come persone con storie specifiche e bisogni incarnati. Chi usa il secondo percepisce dimensioni che il primo non riesce a formulare.
Il linguaggio è prima di tutto l’infrastruttura dentro cui le decisioni prendono forma, e solo secondariamente il mezzo con cui si comunicano. Scegliere il linguaggio con cui si pensa significa decidere quali problemi saranno visibili e quindi da affrontare e quali rimarranno invece invisibili. Il filosofo Ludwig Wittgenstein lo diceva con radicalità: i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo: i limiti di ciò che riesco a pensare, prima ancora di ciò che riesco a dire agli altri.
Chi lavora con un linguaggio costruito prevalentemente intorno alla trasmissione: come raggiungere le persone, come farsi ricordare, come misurare la ricezione, fatica a vedere i territori che un linguaggio diverso renderebbe accessibili. I problemi che contano davvero hanno una struttura diversa: come costruire fiducia in contesti di complessità radicale, come prendere decisioni in assenza di dati sufficienti, come stare dentro realtà complesse senza ridurle a ciò che si riesce solo a misurare.
Il linguaggio con cui si pensa non si sceglie a tavolino. Si forma attraverso il contatto diretto con la realtà: abitando luoghi scomodi, attraversando esperienze che le categorie esistenti non riescono a descrivere, costruendo relazioni con chi vive il mondo in modo radicalmente diverso. Chi fa questo sviluppa un vocabolario più ricco. E un vocabolario più ricco apre territori che prima erano invisibili.
FONTI E RIFERIMENTI
Bateson, G. (1972). Steps to an Ecology of Mind. Chandler Publishing, San Francisco.
Clark, A., Chalmers, D. (1998). The Extended Mind. Analysis, 58(1), 7-19.
Manzotti, R. (2017). The Spread Mind: Why Consciousness and the World Are One. OR Books, New York.
Manzotti, R., Parks, T. (2017). Dialogues on Consciousness. OR Books, New York.
Varela, F., Thompson, E., Rosch, E. (1991). The Embodied Mind. MIT Press, Cambridge.
Ingold, T. (2007). Lines: A Brief History. Routledge, London.
Ingold, T. (2011). Being Alive. Routledge, London.
Ingold, T. (2013). Making. Routledge, London.
Mauss, M. (1925). Essai sur le don. Presses Universitaires de France, Paris.
Sennett, R. (2012). Together. Yale University Press, New Haven.
Connerton, P. (1989). How Societies Remember. Cambridge University Press, Cambridge.
Sontag, S. (2003). Regarding the Pain of Others. Farrar, Straus and Giroux, New York.
Slovic, P. (2007). Psychic numbing and genocide. Judgment and Decision Making, 2(2), 79-95.
Butler, J. (2009). Frames of War. Verso, London.
Arendt, H. (1958). The Human Condition. University of Chicago Press, Chicago.