Itaca


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“Loro ridono di noi perché siamo diversi e noi rideremo di loro perché sono tutti uguali”

Questa è una citazione d’apertura che ho letto nel prologo di un libro. Non so di chi è.

Interessante perché mi ha costretto, la citazione di cui sopra, ad abitare lo spazio di alcune domande a cui non ho precisa risposta o soluzione, ma già di per se abitarlo, questo spazio, può essere un inizio o un ritorno a casa.

Perché a volte ci sentiamo profondamente diversi e quando lo siamo realmente ci becchiamo le risate di scherno da parte degli altri? ( le risate quando va bene……!!!)

Le diversità creano barriere, incomprensioni, separazioni, lotte familiari, divorzi, guerre, terrorismo e fondamentalismo religioso, segregazione, razzismo e migranti in fondo al mare.

Eppure dalla diversità e da idee originali e non “normali” nascono progresso, innovazione, arte, tecnologia, in sostanza ciò per cui come umani ci distinguiamo dagli altri esseri che abitano il mondo che conosciamo.

Ma allora perché ammiriamo la diversità in quelli che la mettono in pratica nelle arti, nella scienza, nella tecnologia ed invece la combattiamo subdolamente e ci fa paura quando la vediamo accanto a noi, nelle persone che in una maniera o nell’altra sono prossimi per vicinanza di familiarità o di luogo: i figli, le mogli, i compagni, gli amici, i colleghi di lavoro, ma anche il migrante siriano che “invade” la nostra terra o il ragazzo con il cromosoma in più e gli occhi da cinese (sindrome di Down) che abita nell’appartamento accanto al nostro?

Mi direte che le ragioni sono tante: educazione, cultura, razza, ideali, religione, disuguaglianze economiche, convinzioni politiche, regole e usanze sociali, storia, paure.

A questo punto vi propongo una provocazione.

E se la causa di tutto questo fosse, alla radice, invece una sola?

E questa causa primigenia fosse il tempo, si il tempo.

Noi siamo quello che siamo perché abbiamo, unici su questo pianeta, una percezione del tempo tutta particolare.

Infatti per noi è impossibile vivere nel momento, nell’adesso.

Lo percepiamo, sappiamo che esiste ma non lo possiamo vivere.

Quello che per noi è l’adesso è costituito dai nostri ricordi di ciò che è avvenuto prima e dalle nostre aspettative di ciò che verrà e questo equivale a dire che per noi non c’è un adesso.

Questo continuo e schizofrenico andare indietro nel tempo con i ricordi e passare avanti nel futuro con le aspettative e i desideri ci procura la maggior parte delle insofferenze, dispiaceri e infelicità che percepiamo continuamente come sottofondo musicale della nostra vita.

Quello che ci salva, per modo di dire, dalla completa pazzia o depressione totale è la nostra capacità di raccordare due cose che non esistono e non sono reali affatto, il passato ed il futuro, con qualcosa che è invece tangibile e tranquillizzante e che spalmiamo sulla nostra vita come fosse nutella su una fetta di pane. Questa nutella, dolce ma un pò stucchevole, sono le nostre abitudini di tutti i giorni e la “normalità”, che in fondo non è altro che seguire gli altri nelle loro abitudini.

La diversità, l’allontanarsi dalle abitudini, è uno strappo su questa superficie liscia e lucida di pane e crema di cioccolato.

E’ una interruzione in quel processo continuo di andare e tornare tra passato e futuro che ci rende inquieti, ansiosi e poco disponibili nei confronti dei diversi.

Agire al di fuori delle nostre abitudini, essere diversi ed accettare la diversità degli altri ci impone invece di stare nel momento, sentendo il brivido che questo produce.

Se ci fate caso quelli che noi consideriamo diversi è gente che è riuscita a volte a stare  nel momento ed è per questo che noi li percepiamo diversi.

Se vediamo un ragazzo Down mentre gioca una partita a calcio su un prato di periferia e nel bel mezzo di una concitata azione di gioco di fronte la porte avversaria si allontana per andare a raccogliere una margherita che ha visto al margine del campo, ecco questo per noi non è normale perché noi non viviamo il momento che per lui invece è la sola realtà.

E se poi, sempre il ragazzo Down, esulta quando gli avversari fanno goal, ecco per noi non è normale perchè nello sport c’è il mio avversario e non si può vincere tutti e due e soprattutto non si gioisce quando è lui a vincere.

Sono, questi, strappi al processo del tempo che lo fermano su un momento, eliminando il passato (inesistente) ed il futuro (mai visto) con i suoi obiettivi da raggiungere, interessi da soddisfare, vantaggi da procurare, progetti da acquisire. Di queste cose noi “normali” non possiamo farne a meno.

Fosbury che , nel corso dell’ Olimpiade del 1968, salta l’asticella per primo con una tecnica assurda: all’indietro dandogli le spalle e non  guarda l’ostacolo nel momento decisivo. Cosa fuori da ogni logica per tutti gli altri che saltavano in maniera “normale” con il salto ventrale.

Guardate i filmati dell’epoca e vedrete gente che dopo quel salto, sugli spalti si sganascia dalle risate o rimane a bocca aperta. Peccato che pochissimo tempo dopo, tutti seguono la sua nuova tecnica.

Lui con la sua diversità produce uno strappo nel tempo facendo diventare gli altri, e la loro tecnica di salto in alto, dei dinosauri.

Marcel Proust che ne “La ricerca del tempo perduto”, sua opera più famosa, spende circa 50 delle 3.000 pagine del libro solo per descrivere le sensazioni legate ad una tazza di tè.

Per noi normali questo è folle, ma lui sospende il tempo, lo stira e lo spezzetta fino all’inverosimile per capire l’essenza delle cose e degli oggetti più banali della nostra vita quotidiana e lì per un attimo ritrova la gioia del momento e sospende la corsa schizzofrenica tra passato e futuro.

E potremmo continuare con Steve Jobs che abbandona l’università per frequentare un corso di calligrafia: sospende il corso normale, quello per intenderci che consigliamo ai nostri figli: scuola, università, lavoro sottopagato o diventare cervello in fuga all’estero e produce uno strappo, ponendo le basi per la rivoluzione nel mondo dei personal computer.

Perfetto. E allora? mi potreste dire.

Io non ho ricette, né posso insegnare ad alcuno a vivere (anche perché ancora devo impararlo io).

Però a questo punto una riflessione si può fare. O meglio mi viene voglia di fare un’altra domanda (le domande sono come le ciliegie!!).

C’è qualcosa, oltre le abitudini,  che può servire, magari momentaneamente, a farci uscire dalla corsa del criceto sulla ruota tra passato e futuro e fermarci per un attimo, raccordando il tempo?

Esiste un luogo o qualcosa che ci possa permettere, magari anche a tempo scaduto, di ricomporre il tempo spezzato dalla diversità che guardiamo con occhi di terrore a volte negli altri?

Ci ho pensato e non so se può essere una risposta sensata, ma io ve la dico lo stesso.

E se questo qualcosa fosse la capacità di amare?

Se ci fate caso la maggior parte delle relazioni si spezzano perché uno dei due si sente, magari dopo anni, troppo diverso dall’altro, finiscono così i matrimoni, le amicizie e anche i rapporti di lavoro in una azienda.

Ci sentiamo o diventiamo diversi e la diversità ci impone di rompere i legami presi in epoche diverse e poco prima che ciò accada finisce l’amore che proviamo per l’altro o la stima e la fiducia che riponevamo in lui o lei. Non esiste più un tempo comune.

Quando invece proviamo amore intenso la sensazione che abbiamo è che il tempo si fermi e noi stiamo “nel momento” con la persona amata, stiamo con lei o lui in uno spazio che esclude gli altri che vivono invece in un mondo normale in cui il tempo è un processo avanti e indietro e non un momento completo in sé.

Allora la capacità di amare potrebbe essere strumento potente per raccordare i tempi (passato e futuro),  e farci stare qualche volta nel momento, in ciò che ci succede adesso, e ricomporre così gli strappi prodotti dalle diversità di ognuno di noi.

Mi viene in mente l’Odissea e una delle più belle storie d’amore mai raccontate, quella di Ulisse e Penelope, che è il fulcro di tutto il fantastico racconto mitologico di Omero. Nell’Odissea questo fulcro è il ritorno a casa, mentre nell’Iliade è l’assedio determinato e feroce di ciò che hai sempre desiderato.

L’Odissea è storia di tempi spezzati dalla lontananza, di momenti trascorsi ognuno con le proprie peripezie (Ulisse con maghe, ciclopi e sirene e Penelope con i Proci e la sua tela) e di ritorni e ricomposizione di legami e raccordo di tempi.

La storia la conosciamo tutti, ma qui mi piace ricordare il penultimo episodio: il ritorno di Ulisse ad Itaca, da Penelope.

A parte la carneficina dei Proci fatta da Ulisse, è tenerissimo l’incontro tra Penelope e colui che lei non riconosce più perché cambiato fisicamente e invecchiato. Il tempo comune di loro due è stato spezzato dalla lontananza, hanno vissuto vite diverse, sono passati 20 anni, che li hanno fatti diventare altri da quelli che erano.

Ulisse, che per intelligenza e genio non era secondo a nessuno, comprende e accetta in un primo momento di dormire lontano dal suo talamo e da lei.

Solo dopo dice a Penelope qualcosa che permette di ricomporre il loro tempo, raccontando a lei come, anni prima, aveva costruito il loro talamo da un grande olivo che aveva tagliato e scavato con le sue mani per ricavarne il letto dove avevano dormito e si erano amati, prima che lui lasciasse Itaca.

Solo allora Penelope riconosce ed è sicura che quell’uomo è Ulisse. Omero dice:” …..ed in quel momento a Penelope si sciolsero le ginocchia e venne meno il cuore”. Bellissimo.

Solo loro due conoscono il segreto del talamo e quindi, ora, Penelope è certa che lui è Ulisse. Il  tempo  è stato ricomposto ed è di nuovo unico per loro. Ora esiste il momento, lo spazio, o meglio il tempo unico, in cui Penelope e Ulisse si possono amare.

Forse Ulisse, o meglio Omero, voleva suggerire che il significato della vita sta nei momenti: certo non in tutti, ma solo in alcuni.

Non sto dicendo che Omero fosse così malvagio da consigliarci di vivere i momenti (come fanno alcuni pseudo maestri orientali) perchè sarebbe stato da parte sua una profonda cattiveria suggerire qualcosa che è impossibile. Solo che quando arriva quel momento, dovremmo riconoscerlo e fare ciò che è necessario fare senza rimandare aspettando tempi migliori.

Quindi la prossima volta che proviamo a ricomporre un legame spezzato dovremmo, fare come fece Ulisse: innanzitutto raccordare e mettere in sintonia il tempo nostro e quello della persona amata. Poi magari abbracciarsi. Quindi raccontare cosa è successo nel tempo della lontananza, fare poi l’amore (se possibile) e dopo, solo dopo, addormentarsi.

Magari provate a farlo stasera.

(nella foto due che mi rassomigliano molto ad una Penelope ed un Ulisse, incontrati per caso in una via di Bucarest)

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