Andare a lezione con Eros


eros

E’ ormai una pratica comune nei college e università americane: ai professori si chiede di immaginare la propria scomparsa e di ripensare alle cose che si ritengono più importanti: devono quindi preparare una lezione che viene chiamata “the last lecture”. Così mentre parlano, la platea, fatta soprattutto da giovani, non può fare a meno di domandarsi: quale saggezza vorremmo tramandare noi se sapessimo che è la nostra ultima opportunità? Se dovessimo scomparire domani, cosa vorremmo lasciare dietro di noi?

Premesso che per adesso io non ho nessuna intenzione di scomparire, anche se a decidere in merito è Qualcun’ altro, e non meno importante: in realtà io non sono mai stato un insegnate, anche se ho amato insegnare e l’ho fatto nella mia professione per più di trenta anni. Quella che segue è la riflessione sul viaggio che ho fatto nel mondo dell’apprendimento e della trasmissione delle conoscenze.  Ed allora poiché non sono un professore di Harvard e non ho una platea in un aula dell’università, mi servo della mia fervida immaginazione e parlo a voi come foste una moltitudine di ragazzi venuti ad ascoltarmi per la mia “the last lecture”.

Ho incontrato, nei  corsi e nelle conferenze che ho tenuto in vari contesti, ragazzi che frequentavano master, manager che aspiravano a sviluppi di carriera, imprenditori che cercavano spunti per reiventare la propria azienda. Sono sempre stato profondamente convinto di quanto sia importante, nel trasmettere la conoscenza, la parola ed il buon uso che se ne fa di questa.

Soprattutto perché in un mondo dominato dall’economicismo e dal principio di prestazione si è perso proprio il valore della parola. Quale?: il valore che stabilisce la relazione tra il dire e le sue conseguenze. Le parole che diventano solo parole, sono parole che hanno perso il nesso etico che le vincola alle loro conseguenze: tutti noi ormai siamo, chi più chi meno, affetti da questa patologia, che ha effetti devastanti come e peggio di una pandemia virale.

La parola non è mai solo parola, perchè trasforma, plasma, genera: si può costruire o distruggere il mondo, nascere, morire, amare, soffrire, aiutare, chiedere, ordinare, supplicare, consolare, ridere, vendicare, accarezzare: la parola ha conseguenze!

Nel processo di apprendimento la parola non è solo il mezzo per trasferire le informazioni, ma produce trasformazioni, apre nuovi mondi, muove verso paesaggi inaspettati, produce dubbi e sconvolge certezze.

Ma questo avviene solo se chi insegna ha la capacità di legare le parole alle esperienze reali di vita, se sa rendere erotico il sapere, nel senso di desiderabile e non solo utile o piacevole.

Quello che vedo spesso nelle aule, nelle azienda, nelle scuole è l’uso di un linguaggio senza anima, teso a trasferire competenze e nozioni: un linguaggio che ripete se stesso, che non muove, che non apre mondi, che non crea vuoti e fratture dove nuove idee possano nascere.

Tutto si appiattisce verso una tendenza alla normalizzazione ed all’ uniformità che evita come la peste l’altro diverso, la differenza di ruoli: tutti apparentemente d’accordo, tutti normalizzati, tutti nella media, tutto uguale: il linguaggio, i modelli di comportamento basati sul consumo veloce, sull’utilità immediata e sui risultati quantificabili. Una vita-azienda insomma.

Il disagio che vediamo nei nostri figli non deriva più come nel passato da un antagonismo tra generazioni diverse, ma proprio dalla perdita della differenza tra giovani e adulti, tra padri e figli, tra insegnati e alunni.

Sembra di vivere dentro una brodaglia indistinta: dove i genitori si alleano con i figli per contestare il professore di turno troppo severo, il padre diventa amico del figlio, il manager fa il paternalista con i dipendenti, e l’insegnate fa lo psicologo per i suoi alunni con le crisi d’adolescenza.

E così scompare la differenziazione simbolica dei ruoli, lasciando i nostri ragazzi in un limbo dove i punti di riferimento diventano per forza di cosa lo stordimento alla playstation, l’iphone e WhatsApp, la droga, l’alcool.

Come essere padri che siano modelli di vita, insegnanti che sappiano innescare il desiderio di sapere e non solo proporre stantie nozioni da mettere nel cervello degli alunni trattati come silos di granaglie?

Abbiamo la capacità di saper trasformare gli oggetti del sapere, della conoscenza in oggetti del desiderio, in eros, in qualcosa veramente di desiderabile, spostando, attirando verso, mettendo in movimento i nostri figli?

Insegnare ed educare hanno molto a che veder con amare.

Infatti amore è sempre trasformazione: ma sappiamo essere amanti, cioè soggetti che sanno agire amando, oppure sappiamo o vogliamo solo essere oggetti da amare?

Quando l’apprendimento, come in amore, non produce movimento, non apre spazi di critica, non crea trasformazioni, tutto si spegne, si esaurisce per mancanza di linfa vitale.

Sappiamo come trasformare nostro figlio, la persona amata, ma anche il paziente (se siamo medici) da oggetto della cura a soggetto della cura: cioè mettendo in grado l’altro di muovere verso il suo personale desiderio e non verso i nostri?

Abbiamo la forza morale di insegnare ai nostri ragazzi che il desiderio, quello vero che non è semplice capriccio, si alimenta dell’assenza, della mancanza temporanea, del vuoto creato per fare spazio e non può avere soddisfazione immediata, ma ha bisogno di tempi lunghi, di maturazione?

Noi genitori, arrivato il giusto tempo dovremmo toglierci di torno dalle vite dei nostri figli: solo così, creando questo vuoto e questa mancanza, loro potranno trovare la loro via, senza dover scimmiottare quella proposta da altri, solo così impareranno a desiderare i propri sogni e non quelli imposti da stupidi profeti: uno spazio dove siano liberi da sudditanza economica, psicologica e inibizione ad intraprendere strade nuove.

C’è puzza di stantio, di morto nella nostra continua preoccupazione, attenzione asfissiante, nel perpetuare giudizi, valutazioni, con cui affoghiamo i figli: questo spazio è pieno di oggetti morti, elementi inerti, ideali inesistenti se non quello del consumo compulsivo e di un individualismo che fa paura: così eliminiamo la possibilità dell’invenzione, del sogno, dell’esplorazione.

L’allievo a scuola o all’università, il figlio che fa i primi passi lontano dalla famiglia, il giovane che inizia a inserirsi nel mondo del lavoro sono tutti trattati come una macchina che deve esprimere prestazioni adeguate: l’apprendimento che in queste fasi rappresenta l’aspetto più importante, allora diventa il riempire il cervello di file con lo scopo di travasare informazioni nella loro memoria.

Ma questo non è apprendimento: questo può solo esserci dove qualcuno sa, con le parole, aprire nuovi mondi, esattamente come accade nell’incontro amoroso.

Le parole di un vero maestro non sono informazioni, ma sono corpo, carne, vita, desiderio, incontro erotico con il sapere: uno spazio per la sorpresa, l’emozione, la bellezza.

In quello spazio il maestro, il padre, il professore che amano sanno accompagnare i ragazzi……….e fermarsi, poi, lasciandoli andare. Sanno insegnare veramente perché guardano alle vite storte di ognuno dei nostri figli senza l’intenzione di raddrizzarle, ma dandogli valore per quello che sono: ho visto vigneti in cui alcune viti stortissime davano uva dolcissima.

Una buona definizione dell’atto di educare: amare la stortura della vite.

Dico a mio figlio: reinventa quello che hai ricevuto da chi ti ha preceduto, reinventalo in modo singolare, definendo un tuo stile, realizzando la tua vocazione, i tuoi più intimi desideri e rendi la tua vita una vite storta, piena di progetti e con qualche illusione. Credi nella magia che cose incredibili possano ancora accadere. Fottitene del giudizio degli altri, delle forme stantie da  ragazzo perfetto, dell’imperativo alla produttività, della efficienza esasperata, delle consuetudini della società perbene: ti auguro invece una vita storta che si perde, si smarrisce, si disorienta e poi nel viaggio ritrova una direzione ed un senso: il tuo senso.

Sono su un aereo che mi porta da Roma a Bucarest e sto per percorrere un altro anno della mia vita: mi viene in mente ciò che veramente amo fare: insegnare;  e  vedo i visi delle persone che ho amato: solo questo. Ci sono frammenti, qualche rovina, storie, giardini,  orli di abissi, albe e tramonti, occhi che luccicano, odori inebrianti di terra bagnata  dalla pioggia di primavera, inciampi, assenze, intuizioni, dubbi, stupore.

Si sa la vita non è in ordine alfabetico: non esclude il disordine, il caos, l’imprevisto e la turbolenza di incontri inaspettati.

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