Voce nella notte


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Ehi, tesoro, vieni, ascolta questa canzone: è “Voce ‘e notte”.

L’hai mai sentita? E’ una melodia che riconoscerei tra milioni: fa parte del repertorio della canzone popolare napoletana: quando ero  bambino mi capitava di ascoltarle; sai, canzoni come “O sole mio”: mio nonno Vincenzo era un appassionato di questo genere di musica.

Mi accoccolavo accanto a lui e vedevo il volto di Vincenzo estasiato: sedeva nel giardino della nostra casa di Nicolosi, sotto i noci centenari,  quando al tramonto l’aria delle sere d’estate si faceva fresca e profumata, e ascoltava con gli occhi chiusi un 33 giri che andava sulle note di ‘O surdato ‘nnammurato e di Malafemmina: canzoni d’amore, spesso di un amore struggente per una donna.

Nonno Vincenzo, che uomo! Certo non lo ricordo come un uomo sentimentale e romantico, almeno per quello che lui rivelava in famiglia o a noi nipoti. Lavorando sin dall’età di 7 anni era diventato  imprenditore di un certo successo: molto concreto senza fronzoli, dedicato notte giorno alla sua impresa e ai suoi operai.

Questo è quel che ricordo di lui e quello che sempre hanno raccontato di lui le persone che hanno vissuto vicino a questo signore d’altri tempi.

Perché ascoltava con l’animo rapito quelle canzoni d’amore napoletane?  Forse quelle canzoni gli ricordavano tempi passati, quando, bel giovanotto senza una lira in tasca, amoreggiava con qualche ragazza che non avrebbe mai più rivisto?

Oppure…?

La scorsa estate, a Cortona, nel corso di un incontro con uno scrittore napoletano, ho sentito raccontare la storia della più bella canzone napoletana: era proprio “voce ‘e notte”. Il testo è bellissimo e diventa commuovente e meraviglioso quando se ne conosce la storia che c’è dietro questo testo: una storia vera che vorrei raccontarti.

Dai, posa il libro e siedi qui, accanto a me.

Devi sapere, innanzitutto, che la canzone napoletana classica è sempre dedicata ad una persona, una donna in genere. Anche  “voce ‘e notte” quindi, ma questa canzone è  speciale: è anche una serenata, una serenata particolare, però.

Infatti la serenata normalmente contiene nel suo testo sempre il nome della persona a cui viene dedicata: era infatti portata – si, devi sapere che la serenata “si porta” non “si fa”- dicevo, era portata generalmente di notte, per strada, sotto i balconi di palazzotti con più condomini e doveva essere chiaro a chi era destinata.

La serenata di “voce ‘e notte” è una serenata, ma senza nome.

Cosa vuol dire?

La risposta è nella storia vera che coinvolge l’autore del testo, il poeta Eduardo Nicolardi.

Correva l’anno 1903 ed Eduardo Nicolardi, giovane poeta di 25 anni, si innamora di Anna Rossi l’esile e bellissima vicina di casa, figlia di un facoltoso commerciante di cavalli. Quando Eduardo dichiara il suo amore ai genitori di Anna, questi lo cacciano via. La loro giovane figlia non poteva andare ad un poeta dal futuro incerto, ma a Pompeo Corbera, un ricco cliente del padre dalla veneranda eta’ di 75 anni. Anna cerca di ribellarsi, perché anche lei si era invaghita del poeta, ma a quei tempi era difficile contrastare il volere di un padre. Anna quindi sposa il vecchio Corbera.

Eduardo non si rassegna all’idea e spesso la notte, con la speranza che solo un disperato amore può dare, va sotto i balconi dei “novelli sposi”: vuole almeno vederla.

Una notte d’inverno sopraffatto dalla tristezza  e dal desiderio della sua Anna, si rifugia in un caffè e scrive di getto il testo della canzone “Voce ‘e notte”, che è una serenata senza nome perché lui non può rendere pubblico il nome della sua amata: lei era sposata con un altro.

Una canzone autobiografica quindi, poi musicata dal maestro Ernesto De Curtis e uscita nel 1904: riscontrò un successo di pubblico favoloso.

Ma Anna in realtà non è andata via, è come se solo fosse dovuta partire. C’è una grande differenza infatti fra andar via ed invece dover partire, allontanarsi temporaneamente, sapendo che esiste un luogo dove sicuramente si vuole a tutti i costi tornare.

Il destino farà tornare da lui Anna perché il marito, qualche anno dopo, morirà ed Eduardo ed Anna avranno un matrimonio lungo e felice con la bellezza di 8 figli.

Questa è la storia vera che ha dato spunto alla canzone “Voce ‘e notte”: una serenata senza nome fatta ad una donna che lui credeva di aver perduto per sempre, ma che invece non era mai andata via.

Mio nonno ne sono sicuro era affascinato dalle parole di questa canzone e chissà a cosa pensava, quando le ascoltava all’ombra dei noci, con gli occhi chiusi ed un leggero sorriso sul suo viso onesto.

Ora sto sentendo quella musica: mi arrivano intriganti profumi di gelsomino di quando ero bambino, il profumo della salsa di pomodoro che le sante mani di mia nonna Eleonora preparava la mattina presto; percepisco l’amore di nonno Vincenzo come se mi fosse ancora accanto: i sogni, oggi, ritornano prepotenti assieme alle note di quella canzone: le persone a cui ho voluto veramente bene non vanno mai via.

Questa è la storia di Voce ‘e notte e di nonno Vincenzo.

Dai, adesso andiamo in cucina, ho voglia di una spaghettatina di mezzanotte. Ricorda: quando l’inverno si dovesse intrufolare nella tua anima anche se fuori è piena estate, non rimanere a letto rigirandoti in ossessivi pensieri, ma corri in cucina e butta alcuni spicchi d’aglio nella padella e falli sfrigolare al calore di un buon olio assieme ad alcuni filetti di acciuga dissalata, rompendoci dentro con le mani un bel pomodoro maturo. Pasta di grano vero fatta con lievito madre, mi raccomando.

E se ti va, fai una telefonata a persona a te cara, dicendogli: vieni da me, si lo so che è mezzanotte, ma qui c’è uno spaghetto notturno che non vede l’ora di meravigliarti felice.

Cucina, canzoni, libri sono poetiche rappresentazioni dell’animo umano e sono lì che ci aspettano, capaci di eliminare qualsiasi “mal di vivere”, ogni tristezza e melanconia inutile, ma soprattutto ci danno la potente necessità di nutrire il mondo.

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