The life essence and the essence of the toaster


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Il tostapane è un oggetto imperfetto.

E come ogni “essere” imperfetto diventa il destinatario, impassibile in questo caso, dei nostri improperi nei suoi confronti quando ci arrostisce le fette di pane facendole diventare tizzoni neri come carbone: cioè quando si premette di non fare bene quello per cui l’abbiamo comprato: dorare il pane e renderlo così croccante che ci possiamo spalmare sopra uno strato di delizioso burro e fantastica marmellata di arance amare.

Siamo fatti così: “ Tu devi fare esattamente quello per cui ti ho scelto e, con sacrificio, pagato. E che cazzo!!!”

E questo anche se non sappiamo (conosciamo) che, per esempio, differenti tipi di pane dorano in tempi diversi e a temperature diverse.

Ma il Nostro (tostapane) è stato dotato solo di una manopola che definisce certe temperature per certi tempi, punto.

Noi ignoriamo se il pane che abbiamo comprato oggi dora dopo 3 minuti a 120° oppure ce ne vogliono 5. La differenza alla fine sarà tra una fetta di pane grigliata a dovere o un pezzo di nero carbone; oppure tra una fetta tostata così così ed una invece dorata alla perfezione: come esattamente piace a noi.

E allora che fare?

Ci ha pensato un’azienda di piccoli elettrodomestici per la casa: la Breville (https://breville.com.au/collections/toasters/products/the-smart-taost-4-slice-long-slot?variant=35290135058)  ed il suo designer Richard Hoare.

Senza proporre chissà quale innovazioni o definitivi cambiamenti tecnologici, ma solo aggiungendo un pulsante che si chiama “ A BIT MORE” : semplicemente. In italiano sarebbe “ ancora un pò”.

Cosa possiamo fare con il bottone “A Bit More” ?

Una cosa che mi affascina per la sua capacità di rendere il mio pane tostato così come lo voglio io.

Premendo il pulsante una volta che è iniziato il processo di tostatura dopo qualche minuto, e sicuramente prima che il pane bruci, automaticamente il pane esce dalla fessura per farsi dare un’occhiata da me e se voglio che si dori ancora un pò tocco il tasto: il pane ritorna dentro la fessura e dopo poco riesce per farsi dare un’altra occhiatina: ti piaccio così? se si lo prendo, se no premo di nuovo il pulsante. Alla fine avrò il mio pane tostato come cazzo dico io.

Semplice no? Ma nemmeno così scontato visto che tutti gli altri tostapane in commercio sono progettati su elementi quantitativi: quale temperatura, quanto tempo, ecc..

Richard Hoare, il designer, in questo caso ha dovuto pensare su un piano completamente diverso. Certo non ha fatto ricerche di mercato per sapere quello che la gente voleva per un nuovo tostapane: dobbiamo renderci conto che noi non sappiamo, quasi mai, cosa veramente vogliamo!!

Hoare non si è concentrato su quello che la gente desidera, ma piuttosto sull’essenza di un oggetto in questo caso il tostapane: come faccio a dare più controllo a chi usa il tostapane la mattina tra mille cose nella testa e i bambini che non si alzano dal letto e io che mi dimentico che ho riacceso il tostapane perché il pane era ancora bianco, ma lui, quel bastardo, ha riavviato l’intero ciclo, col risultato che adesso il pane è bruciato??!!

Il tasto “ A Bit More” non reinventa il tostapane e non cambia il mondo: tutto rimane fondamentalmente lo stesso, ma solo con qualcosa di meglio che mi permette un maggiore controllo sul processo di tostatura, evitandomi quel piccolo inferno del pane bruciato la cui ferale notizia arriva con l’odore penetrante nella camera dei bambini che sto cercando di far uscire dal coma, finto:  quei due matti che a scuola non vogliono andare (come dargli torto, a proposito di scuola!!).

MI direte a questo punto: senti, io il tostapane non lo uso e della Belville e del suo designer e di come sono fatti i tostapane sinceramente non me ne può fregare di meno.

Ok. La faccenda del tostapane sicuramente non è questione di vita o di morte, però l’idea del tasto “ A Bit More” possiede un fascino ed un significato che va la di là dello stupido tostapane.

Cosa mi affascina della faccenda?

Primo: che per avere una vita un pò meno infernale basta fare qualcosa, piccole cose senza aspettare di rivoluzionare le nostre vite con chissà quali decisioni definitive: bastano piccole cose, piccoli accorgimenti che evitano quei tanti piccoli inferni quotidiani che non ci ammazzano, ma che rendono a volte le nostre vite un disastroso pozzo di ansie.

Per stare in questo mondo in modo umano non abbiamo bisogno di passioni travolgenti, né certo di rassegnarci ad una noia pervasiva.

Ma adattarci, compiendo piccoli passi, ad alcuni aspetti della natura che sono al fondamento del vivere, rifuggendo come la peste nera il concetto di vivere felice.

Solo un passo dietro l’altro così come ci insegnavano i contadini di un tempo che si arrendevano al passare delle stagioni e che non contrastavano la natura, né la forzavano ma semplicemente facevano tutto ciò che era necessario per assecondare le opportunità che Lei avrebbe offerto “naturalmente “: un passo alla volta: “a bit more”.

Secondo: forse è arrivato il momento di abbandonare l’idea della necessità a tutti i costi della conoscenza come elemento primario del nostro percorrere la vita.

Noi non conosciamo, punto.

Solo partendo da questa evidenza possiamo muoverci verso una più approfondita visione dell’essenza del mondo che ci circonda e delle persone che ci interessano.

Il designer ha creato il tasto “A Bit More” non attraverso un processo scientifico di conoscenza ed analisi.

Ha solo guardato all’essenza del tostapane e all’essenza dell’essere umano che spesso per rendersi la vita più semplice ha bisogno non di stravolgenti innovazioni tecnologiche ma di maggiori possibilità di controllo. Esattamente come il contadino di un tempo che controllava il cielo la mattina e decideva se seminare o era tempo di sarchiare ancora il terreno.

Potremmo scegliere di passare quindi dall’angoscia di sapere, e dalla sua impossibilità, al fare, al creare scenari e soprattutto provare e fallire e riprovare.

Poco spazio alle passioni che sono un ossessivo concentrarsi sul proprio essere e sui sentimenti che pensiamo reali ma che invece sono frutto  della visione romantica che dal ‘500 pervade la letteratura, la musica, la psicologia meno evoluta e soprattutto la pubblicità che ci beviamo ogni giorno in quantità industriali.

Quest’ultima si fonda sulle passioni e sui nostri sentimenti portandoli in magnifica evidenza e dandogli quell’importanza che sta alla base del meccanismo della pulsione continua a consumare.

Passioni e sentimenti, portati a questi livelli esasperati, non ci permettono di vedere la differenza tra una ossessione che si subisce (la compulsione a consumare per esempio) e un destino che invece si sceglie.

Potremmo allora tentare un passo che ci porti lasciando l’ossessione per la conoscenza e per il nostro essere o essenza (mito un pò troppo mitizzato del “conosci te stesso”) verso una vita fatta di “fare”, di costruzioni e tentativi, sporcandosi le mani, evitando di fermarsi solo a pensare e progettare.

Siamo molto più bravi a fare che a pensare correttamente.

Permettiamoci di evolvere continuamente senza bloccare niente e nessuno dentro il nostro desiderio di possedere mettendo davanti il nostro  pseudo diritto alle passioni e ai sentimenti.

Alla vita non importa un fico secco dei nostri sentimenti, né delle passioni che ci dominano. La vita vuole evolvere “A Bit More” e noi questo processo a volte lo blocchiamo trattenendo cose, desideri, persone e così la vita muore. La nostra. Nel vero senso della parola.

Le culture asiatiche, quella cinese o giapponese per esempio,  sono nate e cresciute con una filosofia di approccio alla vita completamente diverse dalla nostra.

Non avendo avuto un Aristotele o un Socrate come genitori, hanno sviluppato un approccio dove alla base non c’è l’essere, ma il processo del vivere e del fare.

Meno pensieri basati sull’essenza, sulle passioni e i sentimenti e più vita come processo evolutivo basato sul fare e sul seguire gli accadimenti e da questi ricercare quotidianamente di trarne il meglio.

Non so chi  stia meglio, loro o noi occidentali con la nostra ricerca spasmodica di voler essere sempre qualcosa e qualcuno.

Ma questo non è rilevante. Rilevante è sapere che alternative al nostro modo di vedere e pensare esistono e funzionano anche.

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