Una certa idea di destino


Cap. II

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La cosa non fu immediata come sperava. Eppure Elisa glielo aveva detto: ti devi preparare un minimo o forse anche un pò di più. Ed in effetti riflettendoci era proprio successo questo: il tempo che si sarebbe chiuso con l’evento finale era iniziato non quando era cominciata la sua caduta, ma molto prima.

Ricordava di una gita in barca con il suo gozzo in una giornata di vento di maestrale che gonfiava pericolosamente la vela latina ma che sapienti mani avevano per fortuna saputo cucire con filo di seta resistentissima. Nonostante l’attenzione dovuta nella conduzione della barca a causa del mare forte, gli occhi di Vincenzo erano concentrati sulla scia prodotta dalla chiglia e dai movimenti dell’acqua che accarezzava le murate dello scafo.

Guardava in maniera ipnotica la fenditura che la barca provocava sulla superficie dell’acqua e come questa poco dopo si richiudeva e  rimaneva, in lontananza, solo una piccola increspatura, un leggero solco che poi scompariva lasciando la superficie dell’acqua dietro di lui intatta come senza memoria del suo pur recente  passaggio. Sembrava che di lui, della sua barca e del suo andare per quel mare non restasse alcuna traccia, che il mare non fosse capace di registrare seppur un minimo, impercettibile segno del suo passaggio.

Questa evidenza lo aveva messo, lo ricordava benissimo, in uno stato di ansia che la sera, ritornato a casa, si era addirittura trasformato in una profonda quanto inaspettata sensazione di disperazione.

Seduto a tavola in silenzio, di fronte Elisa,  gli occhi bassi sul piatto, come se lì dentro potesse trovare risposta all’angoscia provocata dagli strani pensieri che lo avevano assalito in barca, restava immobile come quando si presagisce l’arrivo di un uragano contro cui ormai non si può più fare nulla.

Raccontami come è andata la giornata, disse Elisa cercando il suo sguardo liquido come il brodo della minestra che gli aveva preparato.

Vincenzo non riuscì a parlare se non quando, disteso sul divano, con la testa poggiata sulle gambe di Lei, aveva accennato delle sue strane riflessioni in barca quella mattina. Lo fece con una certa ritrosia: gli sembravano pensieri stupidi, senza senso e ancor di più  tale era la disperazione che lo aveva assalito, senza dubbio esagerata ai suoi occhi se non folle.

Per fortuna le donne hanno la capacità di non spaventarsi di fronte alla follia: l’accolgono quotidianamente come presupposto essenziale di una vita che è intrisa di ciò che non è razionale e ne è motore indispensabile.

Ma conoscendo Vincenzo come esponente della specie maschile, Elisa aveva risposto con alcune argomentazioni comprensibili e accettabili dal suo cervello che lui considerava unicamente capace di razionalità.

Vincenzo ascolta, aveva detto, prova a ribaltare la tua visione delle cose: del tuo passaggio su questa terra sono molto pochi a curarsene. Non è poi così importante, anzi non lo è affatto.

Tu un giorno cadrai e alla fine di quella caduta ci sarà il nulla. Niente speranza di un’altra vita, di una felicità eterna, nessun incontro con una entità che ti guarderà amorevolmente negli occhi dicendoti che sei salvo e che ti meriti di riposare in un paradiso. Non ti guadagnerai l’immortalità, né altre ricompense.

Per questo motivo non c’è nessun senso in quello che fai, che progetti o desideri: sai che alla fine della caduta qualsiasi senso verrà eliminato.

Quindi: nessun senso, niente speranze e così  per fortuna, è questa la bella notizia, niente di-sperazione.

Rimane solo questo intervallo di tempo, che dalla natura ti è stato concesso di vivere, ed un sentiero da percorrere.

Tu lungo il cammino puoi diventare puntina di grammofono, sismografo, elettrocardiografo, sensore capace di auscultare le vibrazioni del mare che percorri e trasferire queste alla tua mente.

Non è il mare che tiene memoria di te, tu come singolo non conti nulla, ma tu come navigatore puoi diventare una meravigliosa macchina di pensieri: questi pensieri non scendono dal cielo ma salgono dalle acque da te attraversate e come tamburo si diffondono per la gioia di coloro che con te salgono sulla stessa barca.

La natura ti ha dotato di piedi e di cervello e non di radici e per questo nell’animo sarai sempre nomade e irrequieto: sei pastore e navigatore non sei contadino che rivendica il possesso dei terreni.

Il nomade, il marinaio non possiede spazi ma semplicemente li attraversa. Egli appartiene ad un altro mondo, il suo andare è l’antitesi dell’idea di possesso su cui si basa la moderna civiltà in cui abiti e di cui l’idea romantica dell’amore è testimonianza assoluta e distruttiva.

Tu hai piedi per camminare e mani per remare, punto.

Detta così la situazione è tragica?

Si.

Ma certo molto meglio della  disperazione e della depressione che invece annichilisce e ti lascia senza volontà di agire.

Così invece puoi lasciare spazio, senza il fardello delle speranze e degli auspici, ad una  interessante scoperta del tuo daimon, della tua essenza, del tuo talento, di ciò che sei.

Per l’amore che ti voglio ricordati della caduta inevitabile e nel frattempo cerca il tuo talento ma con misura e rispettando i giusti tempi, senza accelerare troppo.

Attraverso l’amore che io ti saprò dare, raccogli la fiducia di poter attraversare la discesa verso la parte di te più profonda e folle con la certezza che io ti tenderò la mano per farti risalire su, dopo che avrai scoperto la tua vera anima.

 

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