Andare a lezione con Eros


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E’ ormai una pratica comune nei college e università americane: ai professori si chiede di immaginare la propria scomparsa e di ripensare alle cose che si ritengono più importanti: devono quindi preparare una lezione che viene chiamata “the last lecture”. Così mentre parlano, la platea, fatta soprattutto da giovani, non può fare a meno di domandarsi: quale saggezza vorremmo tramandare noi se sapessimo che è la nostra ultima opportunità? Se dovessimo scomparire domani, cosa vorremmo lasciare dietro di noi?

Premesso che per adesso io non ho nessuna intenzione di scomparire, anche se a decidere in merito è Qualcun’ altro, e non meno importante: in realtà io non sono mai stato un insegnate, anche se ho amato insegnare e l’ho fatto nella mia professione per più di trenta anni. Quella che segue è la riflessione sul viaggio che ho fatto nel mondo dell’apprendimento e della trasmissione delle conoscenze.  Ed allora poiché non sono un professore di Harvard e non ho una platea in un aula dell’università, mi servo della mia fervida immaginazione e parlo a voi come foste una moltitudine di ragazzi venuti ad ascoltarmi per la mia “the last lecture”.

Ho incontrato, nei  corsi e nelle conferenze che ho tenuto in vari contesti, ragazzi che frequentavano master, manager che aspiravano a sviluppi di carriera, imprenditori che cercavano spunti per reiventare la propria azienda. Sono sempre stato profondamente convinto di quanto sia importante, nel trasmettere la conoscenza, la parola ed il buon uso che se ne fa di questa.

Soprattutto perché in un mondo dominato dall’economicismo e dal principio di prestazione si è perso proprio il valore della parola. Quale?: il valore che stabilisce la relazione tra il dire e le sue conseguenze. Le parole che diventano solo parole, sono parole che hanno perso il nesso etico che le vincola alle loro conseguenze: tutti noi ormai siamo, chi più chi meno, affetti da questa patologia, che ha effetti devastanti come e peggio di una pandemia virale.

La parola non è mai solo parola, perchè trasforma, plasma, genera: si può costruire o distruggere il mondo, nascere, morire, amare, soffrire, aiutare, chiedere, ordinare, supplicare, consolare, ridere, vendicare, accarezzare: la parola ha conseguenze!

Nel processo di apprendimento la parola non è solo il mezzo per trasferire le informazioni, ma produce trasformazioni, apre nuovi mondi, muove verso paesaggi inaspettati, produce dubbi e sconvolge certezze.

Ma questo avviene solo se chi insegna ha la capacità di legare le parole alle esperienze reali di vita, se sa rendere erotico il sapere, nel senso di desiderabile e non solo utile o piacevole.

Quello che vedo spesso nelle aule, nelle azienda, nelle scuole è l’uso di un linguaggio senza anima, teso a trasferire competenze e nozioni: un linguaggio che ripete se stesso, che non muove, che non apre mondi, che non crea vuoti e fratture dove nuove idee possano nascere.

Tutto si appiattisce verso una tendenza alla normalizzazione ed all’ uniformità che evita come la peste l’altro diverso, la differenza di ruoli: tutti apparentemente d’accordo, tutti normalizzati, tutti nella media, tutto uguale: il linguaggio, i modelli di comportamento basati sul consumo veloce, sull’utilità immediata e sui risultati quantificabili. Una vita-azienda insomma.

Il disagio che vediamo nei nostri figli non deriva più come nel passato da un antagonismo tra generazioni diverse, ma proprio dalla perdita della differenza tra giovani e adulti, tra padri e figli, tra insegnati e alunni.

Sembra di vivere dentro una brodaglia indistinta: dove i genitori si alleano con i figli per contestare il professore di turno troppo severo, il padre diventa amico del figlio, il manager fa il paternalista con i dipendenti, e l’insegnate fa lo psicologo per i suoi alunni con le crisi d’adolescenza.

E così scompare la differenziazione simbolica dei ruoli, lasciando i nostri ragazzi in un limbo dove i punti di riferimento diventano per forza di cosa lo stordimento alla playstation, l’iphone e WhatsApp, la droga, l’alcool.

Come essere padri che siano modelli di vita, insegnanti che sappiano innescare il desiderio di sapere e non solo proporre stantie nozioni da mettere nel cervello degli alunni trattati come silos di granaglie?

Abbiamo la capacità di saper trasformare gli oggetti del sapere, della conoscenza in oggetti del desiderio, in eros, in qualcosa veramente di desiderabile, spostando, attirando verso, mettendo in movimento i nostri figli?

Insegnare ed educare hanno molto a che veder con amare.

Infatti amore è sempre trasformazione: ma sappiamo essere amanti, cioè soggetti che sanno agire amando, oppure sappiamo o vogliamo solo essere oggetti da amare?

Quando l’apprendimento, come in amore, non produce movimento, non apre spazi di critica, non crea trasformazioni, tutto si spegne, si esaurisce per mancanza di linfa vitale.

Sappiamo come trasformare nostro figlio, la persona amata, ma anche il paziente (se siamo medici) da oggetto della cura a soggetto della cura: cioè mettendo in grado l’altro di muovere verso il suo personale desiderio e non verso i nostri?

Abbiamo la forza morale di insegnare ai nostri ragazzi che il desiderio, quello vero che non è semplice capriccio, si alimenta dell’assenza, della mancanza temporanea, del vuoto creato per fare spazio e non può avere soddisfazione immediata, ma ha bisogno di tempi lunghi, di maturazione?

Noi genitori, arrivato il giusto tempo dovremmo toglierci di torno dalle vite dei nostri figli: solo così, creando questo vuoto e questa mancanza, loro potranno trovare la loro via, senza dover scimmiottare quella proposta da altri, solo così impareranno a desiderare i propri sogni e non quelli imposti da stupidi profeti: uno spazio dove siano liberi da sudditanza economica, psicologica e inibizione ad intraprendere strade nuove.

C’è puzza di stantio, di morto nella nostra continua preoccupazione, attenzione asfissiante, nel perpetuare giudizi, valutazioni, con cui affoghiamo i figli: questo spazio è pieno di oggetti morti, elementi inerti, ideali inesistenti se non quello del consumo compulsivo e di un individualismo che fa paura: così eliminiamo la possibilità dell’invenzione, del sogno, dell’esplorazione.

L’allievo a scuola o all’università, il figlio che fa i primi passi lontano dalla famiglia, il giovane che inizia a inserirsi nel mondo del lavoro sono tutti trattati come una macchina che deve esprimere prestazioni adeguate: l’apprendimento che in queste fasi rappresenta l’aspetto più importante, allora diventa il riempire il cervello di file con lo scopo di travasare informazioni nella loro memoria.

Ma questo non è apprendimento: questo può solo esserci dove qualcuno sa, con le parole, aprire nuovi mondi, esattamente come accade nell’incontro amoroso.

Le parole di un vero maestro non sono informazioni, ma sono corpo, carne, vita, desiderio, incontro erotico con il sapere: uno spazio per la sorpresa, l’emozione, la bellezza.

In quello spazio il maestro, il padre, il professore che amano sanno accompagnare i ragazzi……….e fermarsi, poi, lasciandoli andare. Sanno insegnare veramente perché guardano alle vite storte di ognuno dei nostri figli senza l’intenzione di raddrizzarle, ma dandogli valore per quello che sono: ho visto vigneti in cui alcune viti stortissime davano uva dolcissima.

Una buona definizione dell’atto di educare: amare la stortura della vite.

Dico a mio figlio: reinventa quello che hai ricevuto da chi ti ha preceduto, reinventalo in modo singolare, definendo un tuo stile, realizzando la tua vocazione, i tuoi più intimi desideri e rendi la tua vita una vite storta, piena di progetti e con qualche illusione. Credi nella magia che cose incredibili possano ancora accadere. Fottitene del giudizio degli altri, delle forme stantie da  ragazzo perfetto, dell’imperativo alla produttività, della efficienza esasperata, delle consuetudini della società perbene: ti auguro invece una vita storta che si perde, si smarrisce, si disorienta e poi nel viaggio ritrova una direzione ed un senso: il tuo senso.

Sono su un aereo che mi porta da Roma a Bucarest e sto per percorrere un altro anno della mia vita: mi viene in mente ciò che veramente amo fare: insegnare;  e  vedo i visi delle persone che ho amato: solo questo. Ci sono frammenti, qualche rovina, storie, giardini,  orli di abissi, albe e tramonti, occhi che luccicano, odori inebrianti di terra bagnata  dalla pioggia di primavera, inciampi, assenze, intuizioni, dubbi, stupore.

Si sa la vita non è in ordine alfabetico: non esclude il disordine, il caos, l’imprevisto e la turbolenza di incontri inaspettati.

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“Tutto ha avuto inizio da una interruzione” (Paul Valery)


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Se volete proprio saperlo “tutto ha avuto inizio da una interruzione” come quel genio di Paul Valery diceva.

Una mattina mi sono svegliato e ho deciso di cambiare alcune cose.

Il passo era diventato pesante e quindi, in questi casi, il passo lo si cambia: è necessario uno scarto di lato e si inizia di nuovo.

Ecco, la questione però è se davvero esistono interruzioni nella nostra vita, oppure sono solo pretesti che adottiamo per affogare la noia e per dare un certo ritmo ed intensità a ciò che ci circonda.

Abbiamo tutto e crediamo di non avere niente. Corriamo, ci affanniamo per arrivare in vetta, e quando arriviamo ci viene il mal di montagna, ci viene da vomitare e ci chiediamo cosa siamo saliti a fare sin la su.

Forse il fatto è che ci vediamo come personaggi che cambiano ruoli asseconda dei momenti, delle occasioni o delle persone che ci stanno di fronte. Pensiamo di essere ogni volta un personaggio diverso impegnato chissà in quale avventura, ma quel che dovremmo capire è che noi non siamo solo quei personaggi: siamo invece tutta la storia.

E la trama di questa unica storia sono le nostre utopie, le illusioni e i sogni.

Io i sogni e le mie utopie da realizzare ce l’ho chiari solo adesso, anche se sono certo che  erano gli stessi che frullavano nella mia testa sin da quando incontrai all’età di sei anni una bellissima bambina con riccioli dorati, lei ne aveva 5 di anni, durante una crociera con i miei genitori. L’avrei rincontrata 21 anni dopo: i sogni che si sognano da piccoli, ci vengono incontro di nuovo quando siamo adulti e, se abbiamo coraggio, avremo la possibilità di realizzarli.

Detto questo, vediamo se riesco a mettere nero su bianco alcuni di questi desideri o utopie come mi piace chiamarle, però non le spiattellerò tutte: ce ne sono di molto personali e quelle le tengo per me, o solo per alcuni.

Prima utopia: non mi basta vivere una sola vita, cioè quella che mi hanno gentilmente regalato i miei genitori.

Ed allora, nella mia follia, se prendo un libro e lo comincio a leggere, inizio anche un’altra vita perché percepisco il mondo con gli occhi di chi ha scritto il libro e dei suoi personaggi.

Se scrivo, tento di accedere a quel fondo enigmatico e buio che è l’altra parte di me stesso, ossia la follia che abita in ognuno di noi: la vita che conduciamo ogni giorno, quella normale dico, ce la nasconde inesorabilmente e pervicacemente.. Questa parte è resa muta dal nostro convenzionalismo, dalle abitudini e dalla paura di essere diversi, ma è quella dove abitano eros, libertà, incoerenza e illusioni che rendono la nostra vita per la maggior parte delle volte incomprensibile agli altri: salvandoci però.

Ci sono cose che non riusciamo a dire e che non si possono dire durante il giorno, quando siamo perfettamente calati nel nostro personaggio di facciata buona per la società.

Noi cerchiamo di vivere dignitosamente, senza creare scandalo, evitando le guerre con gli altri perché noi siamo gente onesta e buona. No?

Ma così facendo, negandoci la libertà di dire, esprimere, desiderare ed essere sostanzialmente folli, creiamo dentro di noi un mare di ghiaccio.

Certe volte i libri, lo scrivere o vedere la realtà attraverso l’obiettivo di una camera fotografica mi permette di sciogliere quel mare ghiacciato dentro di me che gela il modo di esprimere il mio mondo e prende a calci le mie utopie, senza le quali uomo mi sento davvero poco.

Forse alcuni personaggi descritti in un romanzo o fotografati per la via possono diventare i nostri amici silenziosi che ci  riportano lì dove dignità, coraggio, libertà abitano. Lì dove le nostre sensazioni più intime, le nostre emozioni più splendenti vivono protette dalle martellate che arrivano da un uso del linguaggio improprio, arrogante, stupido e falsamente gentile.

Ed allora quando il mare di ghiaccio comincia a sciogliersi mi prende per esempio una voglia quasi catartica di mandargliele a dire a chi  proprio se lo merita.  A chi?

-A chi, per esempio, non avendo più il senso della realtà, abita luoghi che sono costruiti per soddisfare l’agonismo narcisistico dell’esposizione costante ed agogna così compulsivamente consenso e riconoscimenti.

-A chi dice frasi fatte e molto stupide, come per esempio: la mia libertà finisce dove inizia quella tua. Fesserie: la mia libertà inizia esattamente dove inizia la tua, altrimenti non abbiamo capito assolutamente niente di cosa significa libertà.

-A chi spende giornate intere a fare team working, brainstorming, strategic meeting e steering committees. Cavolate!! (si dice cazzate): le buone idee nascono dal singolo individuo che ha il coraggio, l’immaginazione ed il cuore per muovere in avanti rischiando sulla propria pelle e non su quella degli altri. Smettete di fare riunioni, prendete le palle, decidete e assumetevi le responsabilità in prima persona; poi raccontate la vostra idea con una storia interessante che sappia affascinare gli altri.  Ed evitate come la peste le ricerche di mercato e gli esperti di marketing e di comunicazione.

-A chi si ferma alla superficie delle cose e dei fatti ed emette sentenze nei confronti di chi è più debole di lui, dimenticando che solo per una questione di fortuna (si dice culo) lui non si trova al posto dell’altro disgraziato.

-A chi  non sa dire grazie alla persona che ha saputo disegnare un tratto del suo cammino: con generosità, convinzione e a volte inconsapevolmente. (Grazie a tutti quelli che lo hanno fatto per me).

Se c’è un motivo per cui fotografo è perché voglio allenare la mia mente e i miei occhi ad essere meno dogmatici facendoli capaci di vedere in maniera cristallina, senza paura.

Vorrei essere come Cyrano de Bergerac (…e poi ci rassomiglio anche un po’ per via del mio fantastico naso!): un po’ guascone e un po’ poeta, giusto, implacabile con me stesso e amorevole con gli altri, ma non con tutti.

Calcolare, aver paura, essere spaventato da chicchessia, preferire fare una visita invece di una poesia, redigere petizioni, rincorrere le presentazioni?

No, grazie! No, grazie! No, grazie! 

Ma… cantare, sognare, ridere, muoversi, esser solo, esser libero, aver vista cristallina e voce argentina, quando va, mettersi il cappello di traverso, per un sì, per un no, battersi – o scrivere un verso! Lavorare senza preoccuparsi di gloria e fortuna, per quel viaggio tanto pensato sulla luna!

Non scrivere mai nulla che non giunga dal profondo, e sempre modesto dirsi: in fondo, caro, sii pago dei fiori, dei frutti, financo delle foglie! se è nel tuo giardino che le si coglie! Poi, se per caso ti giungerà un po’ di trionfo, non aver nulla a Cesare da dare, meglio a te stesso ogni merito serbare. Infine, senz’essere l’edera parassita, anche quando non si sia quercia né tiglio, magari non salire tanto in alto, ma farlo da solo, senza alcun appiglio!

Tratto da Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand

E le altre utopie mi chiederete? C’è tempo per quelle , ne riparleremo, magari aspettando che mi raccontiate le vostre.

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Per difendere la bellezza delle cose fragili


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Non sono d’accordo con chi, per compiacere qualcuno o per innata incapacità a vivere a fondo la vita, esalta l’essere fragili e vulnerabili.

E questo per due ragioni essenzialmente.

Primo: la nostra cultura occidentale basata sui principi religiosi ebraici e cristiani ha sempre contrapposto l’uomo alla natura. Questa viene definita matrigna e, quindi, siamo costretti a  combatterla per sopravvivere: noi siamo come Dario il re persiano che cerca di vincere Alessandro Magno: a volte ci sembra di ottenere vittorie in qualche battaglia, ma la guerra è persa in partenza: la morte ne sarebbe la prova definitiva!

Questo modo di vedere il mondo e la vita, noi stessi e la natura in cui siamo immersi, porta a sentirci fragili e continuamente e perdutamente impegnati in una battaglia quotidiana senza speranza.

E’ il mondo come ce lo hanno dipinto, da migliaia di anni: ma è solo una visione del mondo.

I Giapponesi, i cinesi, per esempio, da che mondo è mondo, non vedono il mondo così: non si sentono vulnerabili e non hanno bisogno di esaltare e giustificare la fragilità umana, perchè non hanno la visione dicotomica uomo versus natura.

Peraltro solo noi che viviamo in questa contrapposizione la chiamiamo natura: così astratta nella nostra testa che è astratto anche il nome. Altri dicono bosco, torrente, foresta, pascolo, roccia, laguna: cose che si possono indicare con un dito, cose che si possono usare, dentro cui si può abitare. Noi abbiamo qualche idea platonica della natura, non la abitiamo veramente e fisicamente e per questo non sappiamo nemmeno nominarla: e la combattiamo!

Quella che noi occidentali abbiamo è una mappa di quelle possibili attraverso cui interpretiamo il viaggio su questa terra, ma è solo una delle mappe: altri ne hanno una diversa: quale è quella più utile?

Secondo: mi viene il sospetto, direi fondato, che questa storia dell’esaltazione della vulnerabilità e fragilità proposta spessissimo  da buona parte dei media, sia una storia raccontata ad arte.

Più ci convincono che siamo deboli, vulnerabili, indifesi, maggiori sono le possibilità che a noi  venga tolta la voglia di ribellarci a chi, in maniera subdola e per propri esclusivi interessi, ci tiene soggiogati a comportamenti che sono molto lontani dal nostro reale benessere. Penso al consumismo folle, all’individualismo imperante, al disinteresse per il rispetto del nostro pianeta e penso soprattutto alle enormi diseguaglianze tra chi detiene ricchezze e potere illimitati (pochi) e chi vive e sopravvive di sussistenze e di espedienti (molti).

Quindi dobbiamo essere o sentirci invulnerabili ed invincibili come Capitan America o Superman?

NO

Vorrei piuttosto difendere una certa bellezza che sta nelle cose e anche, a volte, nelle persone fragili.

Vi propongo qui alcuni spunti che potrebbero essere utili a questo scopo: difendere la bellezza che sta in una certa fragilità, senza per questo giustificala ad oltranza: anzi, esaltando alcune bellezze della fragilità, ci rendiamo antifragili.

Per ogni punto che mi è sembrato rilevante  allo scopo di cui sopra ho elencato alcuni elementi di riflessione ed essendo solo spunti non sono affatto organici: ognuno se vuole li può sviluppare come vuole e sistemarli secondo le priorità personali.

Ok partiamo: allora come possiamo fare a difendere la bellezza delle cose fragili?

 

1-Riconoscendola:

  • Melanconia: diversa dal mero pessimismo è invece lotta per trovare il senso e la destinazione. E’ il luogo della memoria ed il tempo di quello che è stato, che ci ha fatto vivere bene, ma che adesso non è più possibile recuperare: in questo c’è bellezza e l’essenza di riconoscersi profondamente umani.
  • Vedere il cammino, vedere la meta ed accettare smarrimento, caos, notte, crisi.
  • Cantico delle creature.
  • Il valore delle cose inutili: poesia, letteratura, filosofia, sogni.

 

2-Distinguendola:

  • …dalla debolezza che è invece corruzione della mente dovuta alla paura. Chi invece sa essere fragile in certi momenti è come il diamante:  fragile ma durissimo.

 

3-Difendendola: 

  • Come la madre che protegge il figlio nell’antica Pompei nel mentre l’eruzione seppellisce tutto sotto una valanga di fango bollente (potete vedere il calco a Pompei: impressionante !)
  • Restare e non scappare.
  • Eros per le cose fragili.
  • Unire gli impossibili e gli opposti.

 

4-Riparandola:

  • Kintsugi è l’antica arte giapponese di rendere belle le cicatrici e riparare l’incompiutezza: ogni cosa e ogni persona ha un compito assegnato (come la tazza riparata) e ha la responsabilità di portarla a termine: destino che non coincide con la necessità e fortunatamente, ci lascia spazio all’azione errante e al mistero.
  • Le parole riparatrici, le storie, la narrazione.
  • Poesia: La ginestra  di Giacomo Leopardi (leggetela).
  • Chi sono le persone che riparano il mondo? : lo è delle persone e dei mestieri pazienti (contadino, calzolaio, pescatore, meccanico e giardiniere), per loro è evidente che niente si crea dal nulla ma che le cose vanno custodite e coltivate e rimesse a nuovo.
  • Custoditeci e riparateci nonostante tutto.

 

5- Rendendola antifragile:

  • Creare legami, connessioni e percorsi ridondanti. Che fesseria l’efficientismo esasperato degli odierni modelli di business: qualcuno con milioni di anni di esperienza sul campo ci ha fatto poco efficienti e ridondanti: due orecchie, due occhi, due reni, due polmoni. Ci sarà pure una ragione!! No?
  • Contraddizioni e contrari sono importanti: la verità si produce al contatto di due proposizioni nessuna delle quali è vera: è vero il loro rapporto.

 

E alla fine:

  • Eros (come lo intendevano gli antichi greci)ed eroismo, ed amore: creare un luogo dove si possa reimparare ad amare: come bottega di amori da far crescere e coltivare, mettere alla prova e riparare quando necessario.
  • Siamo chiamati a fare qualcosa di bello costi quel che costi, compiendo così noi stessi e le cose fragili, salvandole dalla morte.
  • Abbiamo bisogno di mappe per orientarci in un mondo che noi abbiamo fatto diventare cinico e assai complesso e a volte è necessario cambiare la mappa che ci hanno detto essere l’unica e la più attendibile.

Allora:armonia relazionale: proporzione, buona educazione, equità, cura, sorriso, organizzazione e bellezza, meraviglia e arte.

Buon Natale e un grande abbraccio a tutti voi.

 

P.S: alcuni testi di riferimento sui punti che sono stati accennati qui:

– Nicholas Thaleb: Antifragile

-Vito Mancuso: Il coraggio di Essere Liberi

-Alessandro D’Avenia: L’arte di essere fragili

 

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Sono solo un essere umano


Dopo tutto sono solo un essere umano.

Ma io sono opera diversa: non darmi colpa di questo.

Anche se a volte per conoscerti meglio ti abbraccio e metto la mia mano sulla tua pancia. Anche se a volte lacrime scendono non dai miei occhi, ma dalle mie labbra: sono tutte le parole che non ti dico perchè il mio mondo funziona anche senza parole mentre il tuo non ne può fare a meno.

Se a volte ripeto ossessivamente una frase che a te sembra di nessun senso o sciocca, ascoltami comunque perché lì dentro c’è un mondo coloratissimo che so dipingere solo dentro la mia testa e che faccio uscire dalla mia bocca nascosto perchè tu possa smettere di capire e così inizi a sentire, sentire me.

Se vedi la mia mano che trema, non preoccuparti: sono le tue paure che inconsapevolmente mi fai inghiottire come pillole che dovrebbero guarirmi e che invece servono a te per condividere con me un peso che non riesci a portare da solo.  Lo so, sei solo un essere umano anche tu e per questo continuerò a volerti bene, dopotutto e  nonostante tutto.

Il muro, che  pensi che io abbia perché tu lo vedi,  lo chiami autismo ed è quello che mi esclude dal mondo come lo vedi tu.

Forse sono cieco e stupido ma io questo muro non lo vedo: per piacere non darmi la colpa di questo.

Non darmi la colpa se non seguirò i passi del ragazzo normale che avresti voluto avere: non andrò all’università e sicuramente avrò la fortuna di non lavorare come fai tu. Forse non mi sposerò, ma vorrei che una ragazza si facesse toccare la sua pancia senza aver paura e avesse l’amore per  toccare la mia. Perché nessuno tocca la mia pancia quando mi vede?: gioia mi da chi si avvicina.

Non darmi la colpa se per volermi bene dovrai spendere la tua vita accanto a me tutti i santi giorni dei tuoi prossimi giorni e scoprirai l’orrore delle tue paure nei miei gesti senza senso e nel mio sguardo a volte perso verso un futuro che tu non riesci nemmeno ad immaginare: io per te sono alieno, amico da scoprire, un esempio di mondo che funziona alla rovescia. Avvicinarsi coraggio richiede ma in cambio scoprirai utili frammenti di vita.

Non darmi la colpa se quando mi chiami a volte non ti rispondo: sono a preparare delle medicine che possano lenire il tuo dolore e tramutarlo in gioia come solo un alchimista che vive sulle punte sa fare. Ci vorrà del tempo prima che possa scoprire qualcosa che ti solleverà dalla tua pena, ma nel frattempo gioca con me: il gioco serve a usare bene la nostra testa.

Faccio quel che posso per renderti la vita un po’ più leggera perché so che hai molti problemi, ma io sono solo un essere umano dopo tutto e non riuscirò a scioglierti e liberarti: non so mentire per imbrogliarti.  Posso solo raccontarti che ho preso una balena ed invece era una sardina: una finzione che non è inganno, ma invece è voglia di vedere il mondo diverso da quello che mi hanno detto sia normale.

Tutti noi ragazzi dovremmo immaginare un’opera diversa da quella che ci è stata consegnata: omologata, disillusa, sconfitta da quella che i vecchi ci propinano come “sano realismo”: per questo ancora a volte mi vedete arrabbiato e grido e do i pugni sul muro.

Io ti guarderò sempre come mio fratello, tu per piacere, se puoi, guardami come e solo come un essere umano e gioca con me questa partita improbabile: in questo modo io ti aiuto a vincere.

E poi sorridi, io sto bene.

Ciao

 

P.S. Le frasi riportate in corsivo sono state tratte dal libro: “Le parole che non riesco a dire “- Mondadori, scritto da Andrea Antonello che nel video vedete con un gran casco di riccioli. Accanto a lui Toti, anche lui Opera Diversa, assieme a Muni e Franco: genitori alieni!!

Grazie a voi per tutto quello che fate per noi che purtroppo alieni non siamo.

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Karl Marx & Jenny


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Forse sta proprio lì, in quel momentaneo ma inevitabile cedimento, il fascino di ognuno di noi. 

Se volete davvero sentirne parlare, sono sicuro che la prima cosa che vorreste sapere è a  quale inevitabile cedimento mi riferisco: come è possibile essere affascinanti cedendo e cosa significa cedere e perchè mai dovremmo cedere così poi qualcuno ne approfitta e poi facciamo anche la figura dei deboli e questo non va affatto bene nella nostra ipercompetitiva società e altre cose del genere.

Ma onestamente a me non va di entrare in questi dettagli: primo perché sarebbe noioso e poi perché ci vorrebbe troppo tempo.

Vi racconterò giusto una storia che pochi conoscono. E’ una storia che parla di cedimenti, di fascino e della bellezza di alcuni luoghi dell’anima dove si rivelano onestà e limpidezza: in maniera sicuramente  inaspettata per il personaggio di cui andremo a scoprire gli strappi alla sua immagine storica di razionalista puro.

Quell’ onestà e limpidezza che a volte anche io ho incontrato:  in chi accoglie il proprio destino e lo fa diventare il suo talento, ma anche in chi inciampa, ride di se stesso e non diventa mai un uomo di talento.

In chi si rende fragile e per questo diventa bella come cristallo, ma anche in chi la limpidezza l’ha persa per i sensi di colpa che le oscurano l’anima e così ha reso la superficie di cristallo non più liscia, ma piena di incisioni e tagli a cui si attaccano pezzi di meravigliosa e folle umanità.

In chi mostra la propria follia essendo cosciente che l’universo è folle esso stesso e senza senso.

In chi mostra le proprie crepe come terra appena arata e ne condivide il profumo inebriante.

In chi lo sguardo rende liquido di lacrime improbabili.

In chi accetta spiragli di colori che rendono i contorni della propria vita frantumati da una geometria scomposta e non lineare.

In chi sa dire la verità, non simula e per questo è disposta a perdere tutto. E perde tutto.

In chi ha il coraggio di guardare negli occhi e dire: scusa ho sbagliato e così comprende, istantaneamente, cosa significa voler bene.

In chi smette di dire: non voglio più soffrire e inizia invece a cercare libertà e bellezza, ma anche in chi non ha questa forza e chiede aiuto.

Cedimenti che non sono collassi, nè sconquassi ma solo aurore di luce durante le quali lo spazio intorno a te, inevitabilmente e perentoriamente, si curva come per effetto della gravità cosmica di Einstein e, rendendosi concavo, crea luoghi dove anche altri vengono a dimorare per un po’: così finisce la solitudine.

Karl Marx, si proprio lui quello de Il Capitale, deve aver pensato questo se la notte del 21 giugno 1856 scrive una lettera alla moglie Jenny in cui è evidente il suo cedimento e quindi il suo fascino di uomo e non solo di politico, filosofo ed economista.

Avreste mai pensato che Marx fosse uno che di mattina scriveva:

“Invece del motto conservatore: “un giusto salario giornaliero per una giusta giornata lavorativa”, dovrebbero scrivere sulle loro bandiere la parola d’ordine rivoluzionaria: “Abolizione del sistema del lavoro salariato!“

………. e la notte invece scrive questa lettera:

Mio caro tesoro,

ti scrivo di nuovo, perché sono solo e perché mi secca tenere continui dialoghi mentali con te, senza che tu ne sappia nulla o tu mi possa rispondere […] Io ti ho viva davanti a me e ti porto in palmo di mano, e ti bacio dalla testa ai piedi, e cado in ginocchio davanti a te, e sospiro: «Madame, io vi amo». E davvero io ti amo, più di quanto abbia amato il Moro di Venezia. Il mondo falso e corrotto coglie tutti i caratteri in modo falso e corrotto.  Chi dei miei numerosi calunniatori e nemici dalla lingua biforcuta mi ha mai rimproverato di essere chiamato a recitare la parte di primo amoroso in un teatro di seconda classe? Eppure è così. Se quei furfanti avessero avuto dello spirito, avrebbero dipinto da una parte «i rapporti di produzione e di commercio» e dall’altra me ai tuoi piedi.[…]  Ma furfanti stupidi sono costoro e rimarranno stupidi in saecula saeculorum. ( Incredibile quello che scrive!! Vero?)

Un’assenza momentanea fa bene, perché quando si è presenti le cose sembrano troppo eguali per distinguerle. Persino le torri da vicino hanno proporzioni nanesche, mentre le cose piccole e quotidiane, considerate da vicino, crescono troppo. Così è per le passioni. Piccole abitudini le quali con la vicinanza che esse impongono assumono forma appassionata, scompaiono non appena il loro oggetto immediato è sottratto alla vista. Grandi passioni che per la vicinanza del loro oggetto assumono la forma di piccole abitudini, crescono e raggiungono di nuovo la loro proporzione naturale per l’effetto magico della lontananza. Così è con il mio amore[…]  Basta che tu mi sia allontanata solo dal sogno e io so immediatamente che il tempo è servito al mio amore per ciò a cui servono il sole e la pioggia alle piante, per la crescita. Il mio amore, appena sei lontana, appare per quello che è, un gigante in cui si concentra tutta l’energia del mio spirito e tutto il carattere del mio cuore.

Io mi sento di nuovo un uomo, perché provo una grande passione, e la molteplicità in cui lo studio e la cultura moderna ci impigliano, e lo scetticismo con cui necessariamente siamo portati a criticare tutte le impressioni soggettive e oggettive, sono fatti apposta per renderci tutti piccoli e deboli e lamentosi e irrisoluti. […]

Mia cara, tu sorriderai e ti chiederai come mai tutto a un tratto divento così retorico ? Ma se potessi stringere il tuo cuore al mio cuore, tacerei e non direi parola. Poiché non posso baciare con le labbra, sono costretto a farlo con il linguaggio e le parole…

In realtà molte donne sono a questo mondo, e alcune di esse sono belle. Ma dove ritrovo un volto nel quale ogni tratto, anzi ogni piega risveglia i ricordi più grandi e più dolci della mia vita? Nel tuo viso soave io leggo persino le mie sofferenze infinite, le mie perdite irreparabili, e quando bacio il tuo dolce viso riesco ad allontanare con i baci la sofferenza. « Sepolto nelle sue braccia, risvegliato dai suoi baci » — cioè nelle tue braccia e dai tuoi baci e io regalo ai bramini e a Pitagora la loro teoria della rinascita e al cristianesimo la sua teoria della risurrezione […] Addio tesoro mio. Ti bacio migliaia di volte insieme alle bambine. 

Tuo Karl

Nella foto un uomo di spalle legato e ferito che del cedimento ne ha fatto religione di vita immortale ed eroica, strappando il mondo.

 

P.S. Grazie a Claudia De Lillo e al suo economista-marxista barese che mi hanno fatto conoscere l’altra faccia della storia che nessuno racconta mai.

 

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Fracaso


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Si, con una sola esse: fracaso, non ho sbagliato a scrivere: è una parola in spagnolo che significa “fallimento”. L’ho imparata leggendo il blog del mio amico-fratello che fa il business therapist (se siete curiosi di sapere cosa fa un business therapist andate a vedere quello che scrive: antoniofontanini.com)

L’ho scelta, fracaso, perché, come capita spesso con la lingua sorella dell’italiano, alcune parole hanno una interessante assonanza con termini e significati della nostra lingua.

E’ evidente in questo caso che fracaso in spagnolo ci porta subito alla parola fracasso in italiano.

Ed infatti ai nostri occhi il fallimento è proprio un disastro che produce un gran fracasso.

Il fracasso è una strage, una rovina, una distruzione: crea sbandamento, confusione e suscita anche scalpore e scandalo.

Bene, quindi fracaso esprime perfettamente tutto ciò che il fallimento significa per noi: qualcosa da evitare a tutti i costi, sempre, come la peste nera.

Questa strenua ossessione ad evitare anche solo di parlare di fallimento, deriva da una idea che ormai pervade il mondo: il principio base è quello della Prestazione, della Performance.

La società ci considera di valore come individui solo se eseguiamo bene e nei tempi stabiliti il lavoro e i ruoli assegnateci: manager, medici, madri, padri, mariti, mogli, regolamentando per assurdo anche il ruolo di amante, compagno, migrante, amico.

Tutti valutano tutti in termini di prestazioni dovute e per queste viene riconosciuta una ricompensa, spesso in denaro, se vengono soddisfatte le performance richieste.

Riflettendoci con attenzione, questo significa che liberi non siamo, ma dominati dallo stress di dimostrare che “performiamo prestazioni” ogni ora, ogni giorno della nostra santa vita.

E non pensiate che ciò succede solo nell’ambito del lavoro: non è così.

Ci impongono prestazioni e procedure  anche in ambiti che dovrebbero essere immersi nella più assoluta libertà di espressione derivante dalla sensibilità e dai valori del singolo individuo.

Ci hanno detto, per esempio, che per essere bravi e moderni genitori bisogna impostare il rapporto con i propri figli sul dialogo continuo.

Lo stesso se parliamo di relazione amorosa tra marito e moglie o tra compagni: guai se non c’è dialogo, empatia, comprensione.

Ma che fesseria è quella di assumere che con il dialogo si preserva l’ amore.

Ma che castronaggine è quella di dire che devo esprimere empatia nei confronti del migrante e dello straniero che viene, non invitato, a casa mia.

Ritengo che ci nascondiamo dietro le parole dialogo, empatia, comprensione solo per evitare e tenere lontani in maniera definitiva e persistente gli esseri che sono “altri” da me.

Con il dialogo e l’empatia, mi costruisco uno scudo ed un perfetto alibi che esprime la mia volontà di non accettare l’altro come differente da me.  Non voglio considerare di valore queste differenze e anche queste lontananze: sostanzialmente, l’altro. Voglio “normalizzare” e renderlo il più possibile simile a me, perché il diverso da me mi fa paura, è il buio della mia anima.

Sosterrò sempre che l’amore per la propria compagna, per un figlio e per lo straniero si basa non sul dialogo ad ogni costo, né sull’empatia.

Amore è accettare e amare l’alterità dell’altro: il suo modo diverso di intendere il mondo, di fare esperienze, di desiderare la libertà, di imparare, di comunicare e di essere folle: a suo modo appunto.

Non voglio riempire il fossato che mi separa per cultura, tradizioni, religione dal migrante che viene da lontano: vorrei solo riuscire a gettare qualche ponte rispettando le nostre reciproche diversità e su queste tentare di costruire una relazione alla pari.

Ed in tutto questo devo mettere anche in conto come naturale il fallimento, la fine di una relazione, l’impossibilità di capire fino in fondo le scelte di mio figlio e le follie della mia compagna: in poche parole il “fracaso”, la fine che si realizza nonostante o forse a causa proprio dell’empatia, del dialogo e della comprensione da crocerossine.

Pensate che ci tengono come schiavi con il principio di prestazione, con il politically correct, con l’ostinata perversione a ritenere di valore solo quello che ha uno scopo utile e con i sensi di colpa se non siamo empatici e disponibili al dialogo.

Tua moglie se ne strafrega se dialoghi ma non la ami.

Tua figlia se ne sbatte che la comprendi e parli spesso con lei, ma non rispetti il suo modo diverso di stare al mondo.

Così come il migrante non trova particolarmente d’aiuto la mia empatia, anche perché ditemi voi come faccio io, avendo vissuto, con tutte le comodità di questo mondo, una vita facile ad empatizzare e cioè avere la capacità di immedesimarmi nel dolore di una persona che ha vissuto povertà e atrocità per me nemmeno immaginabili!!

Il principio di Prestazione efficiente che pervade il nostro stare al mondo ha generato una morale che vorrebbe esorcizzare, appianare, normalizzare lo scandalo di una differenza che non può essere rimossa: quella dell’altro da me.

E’ forse allora proprio dalla esperienza di questo fallimento di non riuscire ad evitare o rimuovere queste differenze che diviene possibile un amore senza prestazioni, senza richieste perentorie, senza battaglie, senza necessità imprescindibili.

Io ti amo non perché dialogo, cara compagna caro figlio, ma perché c’è in te qualcosa che mi sfugge e scopro in te un segreto che io non posso svelare, dove nessuna empatia o dialogo possono trovare posto.

Cosa fare se volessimo provare e ridurre il principio della prestazione ad ogni costo?

Giocare seriamente.

L’onnipresente principio di prestazione non ci permette più di giocare e cioè di fare qualcosa senza che sia strettamente utile o abbia uno scopo preciso. E così ci hanno tolto l’unica possibilità che abbiamo di essere felici: giocando.

Se invece accettiamo il fallimento come parte integrante di un gioco,  allora come quando da bambini facevamo apposta deragliare il trenino dalle rotaie per poi ricominciare e vedere l’effetto che fa, così  non ci rimarrebbe che ripartire, utilizzando il fracaso come trampolino per un altro pezzo di strada e scampolo di vita concessaci.

Nella foto un ragazzo in una piazza a Barcellona che gioca a fare acrobazie con lo skate: lui ha messo in conto di cadere come parte del gioco. Mi ricordo di averlo visto felice.

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It’s all about people – (Copenhagen)


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Una difficile scelta

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Nero & Bianco

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Forever young

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Vediamo chi arriva prima!

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a kind of Happiness

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