Funamboli-acrobati 3 (ombre)


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Quando vado in giro a fotografare cerco la luce.

Certe volte incontro situazioni che della luce si prendono gioco, e anche di me.

Non è una cosa che mi infastidisce, anzi.

La situazione lascia sospesi per un attimo, ed in quel momento  mi rendo conto che ciò che vediamo o ci permettiamo di vedere, contiene un lato nascosto, in ombra, esattamente come spesso accade per le storie che raccontiamo su noi stessi o sugli altri per spiegare come siamo fatti.

Intendo dire che le storie ed il modo in cui guardiamo il mondo contengono un lato oscuro, che, se reso manifesto, potrebbe indicarci la nostra vera natura o quantomeno un’altra anima rispetto a quella che normalmente esibiamo e raccontiamo agli altri.

E questa parte in ombra, quest’anima è spesso più reale del corpo: il samurai sembra insignificante accanto alla sua armatura di nere squame di drago.

Allora chissà che non valga la pena, ogni tanto, giocare con le ombre per scoprire una nostra natura che, gli obblighi, le regole, il senso di colpa e l’ossessione per il senso di giustizia verso noi stessi, ci hanno nascosto.

Nessuna pretesa di pensieri profondi, per carità.

Lontano ogni sermone su cosa dovremmo o non dovremmo fare.

In queste righe solo un pensierino lieve da scambiarci sorridendo come commensali alla fine di un pranzo quando arriva il dolce.

Come ci ricorda Mark Rowlands nel suo magnifico libro “Il lupo e il filosofo”, una cosa può proiettare l’ombra in due maniere diverse: o ostacolando la luce, oppure essendo la fonte di luce che viene ostacolata da qualcos’altro.

Un esempio della prima modalità? La usuale tendenza a considerare tutto ciò che ci circonda, compreso le persone, come risorse da utilizzare per i nostri scopi.

Per esempio quando raccontiamo, in azienda,  storie che riguardano le  “Risorse Umane”.

Appunto, “RISORSE” !!

Tutto viene pesato, quantificato, valutato, calcolato.

Tutto, proprio tutto, compreso la felicità e l’amore.

Cosa puoi fare per me e quanto mi costerà fartelo fare.  Questione di analisi costi-benefici, appunto.

E allora…….?

Allora potrebbe essere interessante, ogni tanto, andare alla ricerca di quella fonte di luce che noi a volte ostacoliamo, gettando un’ombra sul nostro mondo.

Con leggerezza, giocando magari, senza sapere che cosa succederà alla fine.

Così le storie che raccontiamo agli altri e a noi stessi per spiegare chi siamo, forse sarebbero più interessanti e contribuirebbero ad insaporire le nostre relazioni, osservandole da lontano o facendole muovere dalla foresta scura e buia verso la radura dove un taglio di luce ci racconterà di noi stessi, personaggi che vengono da epoche molto lontane.

Ma vorrei ricordare, per onestà, che raccontare storie diverse che contengono anche il lato oscuro di noi costa, a volte molto.

Roberto Saviano a 26 anni ha cominciato a raccontare, con il suo Gomorra, storie che non nascondono questo lato oscuro: 10 anni di vita sotto scorta 24 ore al giorno.

L’ombra che vedo nella foto è quella di un acrobata che gioca, in un tiepido pomeriggio, in corso Vittorio a Milano.

Quest’ombra stampata sul selciato è solo una copia sbiadita di un’altra cosa o un modello perduto, un ideale svilito e ritrovato ?

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Funamboli-acrobati 2


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Se sei troppo fedele alle tue sofferenze, ti dimentichi che anche gli altri soffrono.

In Venezuela è in corso un disastro umanitario che poca o nulla rilevanza riceve dai media.

In un paese forte delle più grandi riserve petrolifere a livello mondiale, gran parte della popolazione non trova beni di prima necessità come carta igienica o medicinali per salvare i bambini da normali infezioni batteriche, che per questo muoiono a migliaia.

La causa di tutto questo?

Semplice: un presidente autoritario che ha imposto un falso socialismo moderno e che non rispetta le basilari regole di una economia mondiale. E poi corruzione, spese per infrastrutture inutili, criminalità fuori controllo.

Vi ricorda qualcosa di quello che sta succedendo a casa nostra?

Nella foto, il ragazzo giocoliere, con una spada (vera e senza trucco, l’ho verificato) infilata giù per la gola, l’ho incontrato mentre si esibiva in corso Vittorio a Milano qualche giorno fa.

Sentendolo parlare ho capito che probabilmente viene da qualche paese dell’America del Sud. Chissà magari è proprio venezuelano.

Lui fa l’acrobata-funambolo per vivere ogni giorno. Anche gente che vediamo passare accanto a noi lo fa, ma non ce ne accorgiamo perché non li vediamo in equilibrio su un cavo oppure con una spada infilata giù per la gola.

Geni delle start-up che fate un sacco di soldi nella Silicon valley, andate in Venezuela ed insegnate ai giovani di quel luogo a ribellarsi, con le idee. Loro il coraggio lo hanno già imparato, quello di stare a metri di altezza su un cavo senza rete di sicurezza.

 

 

 

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funamboli acrobati – 1


Un bambino cieco è un funambolo acrobata fantastico.

Lo dovrà essere, anche perché a differenza di altri, a lui è toccato il destino di cominciare a a fare l’acrobata su un filo a centinaia di metri dal suolo sin da subito senza rete.

Li tra le nuvole, sospeso, il suo tempo rallenterà e avrà il gusto di sentire il vento che lo accarezzerà.

Cieco e libero.

acrobata senza rete

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funamboli acrobati


senza titolo-4-3Loro sospesi su in aria che danzano figure impossibili, io con il naso in su a cercare di scorgere i motivi sconosciuti di un equilibrio cercato e a volte trovato.

Mi hanno sempre affascinato quelli che cercano di superare la gravità: a volte solo quella terrestre che ci trattiene su questa terra, altre volte si tratta di un altro tipo di gravità, forse ancora più forte. Quella che ci tiene giù quando questo mondo da noi così precisamente ordinato ed organizzato trattiene il nostro animo dentro gabbie concettuali e di pensiero e paure stantie.

Dovremmo se fosse possibile, tentare di non farci attrarre definitivamente da questa gravità, stando ancora per un po’ su in alto tra le nuvole come quando eravamo bambini. Così sospesi, come funamboli acrobati, con il rischio di cadere ma con lo sguardo libero, avendo fatto pace con il mondo, liberi dalla gravità.

Mi sto domandando se questa idea di funamboli acrobati che mi percorre dentro ormai da diversi anni, non a caso questo luogo si chiama “officina di funamboli”, possa essere espressa attraverso immagini.

Se succede sarà anche questa una passeggiata da funamboli, con la possibilità di cadere ma con la pace di chi sta compiendo qualcosa che ha valore in sé e non finalizzata ad ottenere qualcos’altro, con un pizzico di ironia e sorriso, a volte, e altre con il taglio di una luce che testimonia della sfida di chi cerca quotidianamente di resistere e di opporsi alla gravità di questo mondo, non cercando giustizia, ma ribellandosi alle leggi della fisica su cui è stato progettato l’universo.

Prima e seconda legge della termodinamica, valide a livello universale, pare ci costringano a vivere brevemente con dentro il destino ultimo di tutte le cose: la distruzione, il caos, il disordine, la morte dovuti all’entropia.

Il senso allora arriva, forse, quando ci ribelliamo a questa legge, non annullandola (impossibile!!!), ma piegandola temporaneamente e deviando verso traiettorie che portano a coscienze che  fanno vedere per un attimo le cose e le persone che ci circondano non come altri con cui competere ma solo e soltanto da amare.

Amare forse è il vero, definitivo atto di sfida alle leggi di questo universo, bellissimo ma crudele. Giocare è senza dubbio l’espressione più intensa e vera dell’amore.

Amare e giocare sono entrambi assolutamente incompatibili con i concetti che più di tutti abbiamo radicati nei nostri pensieri e comportamenti quotidiani: lavoro, sacrificio, dovere, colpa, fallimento.

Entrambi sono invece attività serissime che chiedono la massima concentrazione senza mai avere la sicurezza del risultato desiderato. Senza desiderare il risultato finale, in entrambi si agisce senza scopi se non quello dell’atto in sé.

Allora come due funamboli acrobati, amando-giocando, rimaniamo per un tempo, sospesi fuori dalle leggi del caos, liberi.

Forse, a quel punto, chissà, se qualcuno che sta da lassù a guardare, si intenerisce per il nostro atto di disobbedienza infantile, ci sorride e ci accarezza con mano amorevole, davvero amorevole.

E magari scende giù da noi, per giocare assieme.

 

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Il mondo visto con i miei occhi 2 (Blind child school Bucarest)


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il mondo visto con i miei occhi 1 (Milano- Catania-Roma)


Milano poor maserati-3il mercato del pesceA cavallo per Roma

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Due pannocchie e due fili d’erba


I_fantastici_viaggi_di_Gulliver

Sono partito per Montegiorgio e ci sono rimasto 10 giorni.

Ho viaggiato ogni giorno da Porto San Giorgio alla sede della “doppia O”, percorrendo una strada tra colline e campi di girasole, respirando aria contadina che, per contrasto, mi facevano ricordare le giornate trascorse negli uffici grigi al 15° piano della sede di una multinazionale in cui lavoravo a Milano.

Ho conosciuto i componenti di una “tribù” fondata un decennio fa da due “capi tribù” che avevo incontrato parecchi anni prima, quando ancora muovevo i primi passi nell’industria farmaceutica.

Mi hanno accolto tutti con grande professionalità e cordialità e, senza perdersi in chiacchiere, abbiamo subito condiviso idee per lo sviluppo di progetti operativi che possano produrre competenze, conoscenze e servizi per facilitare le relazioni di vendita e i processi di marketing.

Opero nel settore del “Pharma” da oltre 25 anni, ma con qualche digressione in settori diversi (bancario, prodotti per la grande distribuzione, beni industriali). Sempre nell’ambito del marketing, delle vendite e della formazione manageriale, sviluppando progetti come manager e come consulente.

“Tutto molto interessante”, qualcuno di voi dirà, “ma concretamente di cosa ti occuperai e soprattutto come ci darai una mano nelle attività di tutti i giorni?”

Vi rispondo con una domanda, anche se qualche esperto di comunicazione dirà che non è tecnicamente corretto.

Vi è mai capitato di ricevere alle 7 della sera la telefonata di un paio di amici e relative mogli che si auto-invitano per una cena ?

Ti dicono : “…… è da parecchio che non ci vediamo, ci facciamo due spaghetti? Solo per il piacere di stare un po’ assieme. E’ sabato e non abbiamo voglia di fare la fila in pizzeria. Veniamo da te per le 8. Ok? “

Ok…..

…….A parte il fatto che avevi programmato una serata tranquilla per i fatti tuoi. Niente di eccezionale: una doccia, un salutare mix di verdure in padella e un bicchiere di merlot.

Ma va bene così. Mi piace improvvisare. Anche se non ho quasi nulla in frigo. Non lo riempio perché mi da profondo fastidio buttare la roba;  faccio la spesa giorno per giorno (poca) per quello che mi serve.

E allora quando ricevo il tipo di telefonate di cui sopra, diventa per me una sfida preparare qualcosa di buono per i miei amici, facendo affidamento solo a quello che  si trova in frigo e in dispensa e ad una grossa dose di faccia tosta ed inventiva.

Partendo da alcuni ingredienti e materie prime che trovo “per caso”, la sfida consiste nel produrre una cena che sia originale e faccia contenti i miei amici, soddisfacendo il loro palato e i loro occhi.

In genere i risultati non sono malvagi, anzi… E poi è un divertimento!!

Nel mio lavoro mi è capitato molte volte di trovare soluzioni  ”raccogliendo” alcuni elementi già presenti e di “mixarli” per dare vita ad una nuova ricetta che produca risultati interessanti.

Non ho mai trascorso molto tempo in un solo settore o azienda e in una sola tipologia di responsabilità.

Così, con qualche frustrazione, non sono uno esperto esclusivo di un settore o di un argomento, non ho competenze esclusive definitive, mi sono sempre mosso su progetti, come si dice, “cross” che coinvolgevano diversi dipartimenti aziendali e diverse competenze. Nella maggior parte dei casi dovevano essere gestiti tramite team inter-funzionali, mettendo d’accordo visioni diverse, interessi diversi, mentalità e competenze più che variegate, come succede in cucina quando componiamo un piatto gustoso e bello a vedersi.

L’idea della Presidenza e delle Risorse Umane dell’azienda dalla “doppia O” di costituire un team di lavoro (il mio compito sarà quello di supportare questo team) che si occupi di progettare prima e di erogare poi servizi formativi a supporto delle attività operative, si basa proprio sul concetto moderno di innovazione che non è solo tecnologica e/o di prodotto, ma anche di competenze e capacità manageriali che fanno la differenza: differenza nella capacità di portare risultati, raggiungere obiettivi, imparando a gestire risorse e progetti sviluppati in team.

Imparando a rimanere concentrati sugli obiettivi anche se intorno vediamo caos, crisi e gente che si lamenta.

Certe volte abbiamo la netta sensazione che qualcuno ci abbia messo a forza su un filo d’acciaio a 300 metri d’altezza e  che degli imbecilli stiano giù sulla strada con il naso all’insù per vedere l’attimo in cui perdiamo l’equilibrio e cadiamo.

Prima di cadere, possiamo però forse fare qualcosa.

E se facessimo LA SCELTA, noi, di camminare sul filo come funamboli? In questo caso nessuno ci ha costretto: abbiamo deciso noi di stare lassù in equilibrio instabile. Si, pazzi incoscienti a 300 metri d’altezza. Meglio emozioni in più che emozioni in meno!!

Se cado, cado da uomo e non da “Quaquaraquà”.

Meglio percorrere strade differenti, incerte perché nuove, anziché vegetare per terra aspettando la fine.

Ho visto a Montegiorgio gente che ha voglia di fare la differenza e che ha il coraggio di innovare.

Non a parole ma con i risultati.

Vorrei concludere questa mia presentazione con un frase che una volta mi disse un maestro delle vendite, per farmi capire quale è il senso concreto che dovremmo dare alla nostra attività quotidiana dentro in azienda e fuori quando ci confrontiamo col mercato.

Il brano è tratto da “ I viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift.

Chi riusciva a far crescere due pannocchie, o due fili d’erba, in una zolla dove prima ne cresceva uno solo, rendeva miglior servizio al proprio paese, e si meritava il plauso dell’umanità più di tutta la razza dei politicanti”.

 

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The “Company Renewable Energy Community”


Possiamo utilizzare un modello partecipativo per realizzare un impianto per la produzione di energia rinnovabile (fotovoltaico per esempio) attraverso un meccanismo che prevede la partecipazione dei dipendenti, dei clienti, dei fornitori dell’azienda che, mediante l’acquisto di quote dell’impianto,  possano partecipare agli utili derivanti dalla produzione di energia elettrica?

L’azienda ha il vantaggio di limitare l’investimento necessario per la realizzazione dell’impianto fotovoltaico, realizza il risparmio energetico, non ha bisogno di rivolgersi al sistema bancario per farsi finanziare l’impianto stesso (realizza infatti una sorta di fundraising), sviluppa un modello di incentivazione e partecipazione per i dipendenti, fa un investimento “smart”, comunica e fa marketing promuovendo il concetto di sostenibilità e coinvolge allo stesso tempo potenziali clienti e fornitori che così diventano Partners (quale migliore sistema di fidelizzazione!!)

Il dipendente dell’azienda o il cliente o comunque chi acquista una quota dell’impianto, ha la possibilità di ricevere un utile annuo derivante dai proventi della produzione di energia (circa il 10% del valore della quota) per non meno di 30 anni, rientrando dall’investimento effettuato in circa 6 anni.

Questo in poche parole.

Lo sviluppo del progetto richiede un po’ più di sforzo e di tempo!  Ma l’idea funziona.

Fantastic !!!!

Chi volesse saperne di più mi contatti su questo blog.

company ren energy community

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Per un nuovo modello di sviluppo: comunità territoriali dell’energia


Se ripenso alla mia storia professionale, un dato balzerebbe sicuramente agli occhi di chi dovesse avere la ventura di leggere il mio curriculum: io non sono esperto di niente.

Nel senso che mi sono occupato di tante cose diverse, in settori industriali diversi, toccando e approfondendo argomenti disparati: marketing, ICT, commerciale, sviluppo business, piattaforme di social business, organizzazione aziendale, business process reengineering, coaching, formazione, supporto all’imprenditore nelle problematiche inerenti il passaggio generazionale in azienda …….e sicuramente dimentico qualcosa.  Ho lavorato nel settore farmaceutico, in quello turistico, nel design, nel settore bancario, in quello della plastica, nel B2B, nella GDO, nel settore dei giocattoli, nello sport per una squadra di calcio di serie A, nell’ambito universitario e per società di formazione manageriale, nel settore delle energie rinnovabili.

Sono sempre stato un po’ a cavallo tra argomenti e problematiche  che in genere in azienda vengono suddivise nettamente e affidate a manager  con anni di esperienza nel settore specifico.

Ho sviluppato una certa sensibilità per tutte le problematiche le cui soluzioni devono essere trovate nelle INTERSEZIONI tra campi, conoscenze, settori che apparentemente sembrano molto distanti.

Mi sono occupato di sviluppo di piattaforme di collaborazione e di community on line. Ho sviluppato sistemi per lo sviluppo di processi più efficienti tramite il coinvolgimento dal basso e il “crowdsourcing”, pilotando una transazione verso pratiche collaborative e condivise, open source, come si dice.

Adesso mi occupo di energie rinnovabili per società di engineering.

L’idea che mi balena in testa è stata: è possibile lavorare ad un progetto nell’intersezione tra comunità (on line o off line, non importa), territorio e valorizzazione di questo attraverso l’attrazione di flussi turistici e sistemi collaborativi “smart grid”,  sistemi di efficienza energetica ed energie rinnovabili?

In sostanza si tratterebbe di costruire comunità basate sul consumo e la produzione locale di energia, il cui obiettivo non è solo disporre di energia pulita, ma quello di rivalutare il territorio attraverso un coinvolgimento individuale e una progettazione partecipativa, facendo sì che la produzione di energia “pulita” e la definizione di sistemi avanzati di efficienza energetica siano il volano di sviluppo sociale ed economico, di autosufficienza locale e di opportunità di lavoro.

Sino ad oggi abbiamo pensato all’energia elettrica che arriva nelle nostre case come a qualcosa che possiamo solo consumare passivamente subendone i costi.

Le tecnologie connesse con le fonti rinnovabili (sole, vento, biomasse, geotermia) danno invece la possibilità di produrre energia a livello locale, addirittura del singolo individuo ( si pensi al fotovoltaico), diventando “prosumer”, partecipando attivamente alla produzione e gestione dell’ energia.

Produzione che verrà gestita non più basandosi solo su una struttura gerarchica composta da mega centrali termiche che smistano, con inefficienze mostruose, dal centro verso le periferie, ma attraverso una griglia, composta da nodi e connessioni a livello locale, gestita attraverso reti intelligenti che possono modificare e adattare la trasmissione dell’energia lì dove serve, nella quantità e per il tempo necessario.

Queste comunità dell’energia possono essere rappresentate da quartieri, masserie, borghi, paesi, cittadelle interconnessi tra loro da una smart grid, condividendo un comune progetto di sviluppo territoriale basato su un piano energetico che coinvolge l’agricoltura, la mobilità e i trasporti, l’efficienza nel settore edilizio, la riqualificazione di aree urbane o paesaggistiche.

L’energia da fonti rinnovabili e le comunità dell’energia diventano fonte di reddito attraverso sistemi ormai collaudati di partecipazione pubblico-privato che permettono di finanziare i progetti e di assicurare un buon ritorno non solo in termini economici, ma anche benefici effetti sociali.

Dalla “green economy” si passa alla GRID ECONOMY, basata sulle interconnessioni, sulla sussidiarietà, sulla responsabilità individuale, allontanandoci dalla impersonalità diffusa, dalla demoralizzazione, da quel senso pervasivo di impotenza che ci prende quando ci lasciamo trattare solo da “consumatori”. Riappropriamoci degli spazi, del territorio attorno a noi, sviluppiamo progetti e idee che migliorino non solo il tasso di ricchezza, ma soprattutto il benessere dei singoli. Nell’intersezione tra tecnologie energetiche da fonti rinnovabili, network di reti intelligenti  e gestione di progetti basate su comunità locali, può nascere un sviluppo che ci rende felici perché soggetti attivi nelle scelte e nella produzione.

La grid economy può essere alla base di un diverso approccio allo sfruttamento dei flussi turistici che diventano meno flussi “mordi e fuggi” e più relazioni durature con il territorio e con la popolazione, apportando in questo modo vera ricchezza  e sviluppo duraturo.

Se avete idee o commenti circa questa idea (suffragata da Jeremy Rifkin e dal professor Livio de Santoli dell’Università La Sapienza di Roma), scrivete su questo blog. Sarò contento di scambiare opinioni e idee di progetto.

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design: amore per arte e tecnologia. Ipotesi per salvare il mondo.


 


Scrivo questo post, dopo una lunga interruzione.

Avevo bisogno di allontanare la mia mente da un ambiente divenuto opprimente. Si respira aria di dismissioni, di angosciosa incertezza, di paura, di temporaneità esasperata, di visione miope tarata su ipotetici vantaggi da conseguire nel brevissimo termine, senza investire tempo, cuore, intelligenza, coscienza, amore per le cose e per i dettagli.

Sono partito per Londra e ci sono rimasto per 20 giorni. Non per fare il turista, non me ne importava niente di fotografare Trafalgar square o guardare estasiato Buckingham Palace.

Volevo respirare aria diversa. Allora ho preso un monolocale con cucinotto in Edgurad Road; via che più di Inghilterra sa di Iran, o Libano, o di Arabia e sa anche di confusione, odori dolciastri di nargilè, di burka neri e di donne di cui vedi unicamente gli occhi di una bellezza sconvolgente.

Ogni giorno percorrevo circa 5 chilometri per andare in Regent street dove avevo prenotato un corso intensivo di inglese presso una scuola vicino alla famosa Università di Westmister.

In Regent street, via di negozi dei marchi tra i più prestigiosi, c’è anche la Apple. Il negozio della Apple non può essere definito negozio per tanti motivi, e non è un fatto connesso solo con le dimensioni (colossali), ma piuttosto con una filosofia che traspare netta : in quel luogo si vende (tantissimo) facendo di tutto per non vendere. Se entrate in uno di questi store, sempre affollatissimi, non vedrete mai una cassa, non vedrete scaffali, la merce non è esposta per essere comprata, presa, scelta e portata a casa come succede nei negozi “normali”. Eppure……

……i negozi Apple Store sono in tutto 327 sparsi in tutto il mondo e la dimensione media è di 7.886 piedi quadrati, vale a dire circa 730 metri quadrati. Il valore più impressionante è comunque il rapporto tra fatturato per piede quadrato pari a 5.626 dollari quasi il doppio rispetto alla catena Tiffany, seconda in classifica con 2.974 dollari di ricavi per piede quadrato.

Mi trovavo a Londra quando è morto Steve Jobs, “inventore” della Apple.  Davanti ad una delle immense vetrine dello store in Regent street della Apple il giorno dopo la sua morte, si erano raccolti messaggi scritti, foto di Jobs e tante, tante mele morsicate con incise frasi in memoria. Si respirava un’aria di grande commozione e rispetto per la morte di un uomo che aveva saputo far diventare i suoi prodotti icone di un modo nuovo di intendere i beni elettronici di largo consumo.

Prodotti come il  computer MacBook, l’Ipod, l’Iphone, l’Ipad sono fantastici esempi di sapiente e fanatica progettazione nell’intersezione tra arte e tecnologia. In questo punto di intersezione c’è qualcosa di magico in cui traspare netto ed evidente l’amore ossessivo per l’innovazione, per la semplicità, per la facilità d’uso, per tutti i dettagli che fanno di quel prodotto un esempio splendido di design centrato sulle prestazioni non dell’oggetto  ma di chi lo usa.

Se leggete il libro biografia di Steve Jobs, primo in classifica in tutto il mondo tra i libri più venduti, troverete questa ossessione di Jobs per il design e  per l’innovazione “amichevole”. Più che ossessione, direi amore folle, pazzia, cura maniacale dei dettagli contro ogni ragionevolezza espressa da Steve e  da un team di lavoro, quello della Apple, selezionato in maniera implacabile e durissima dallo stesso Jobs.

Ma l’amore per il design inteso come sapiente progettazione e soluzione di problemi non riguarda solo gli oggetti  ma può essere strumento per rendere la vita più accettabile a milioni di persone che vivono in condizioni di profonda povertà.

Un buon design coinvolge portando non solo un nuovo punto di vista per affrontare complessi problemi, ma soprattutto un modo per capire e ascoltare le persone che vivono in comunità disagiate per fatti geografici, sociali o economici.  Stiamo parlando di milioni di persone che vivono in insediamenti di fortuna. Possiamo scegliere di vederli o come milioni di problemi o come milioni di soluzioni. In questo senso design ha a che fare con “rifare il mondo in altre maniere”

Solo un esempio di cosa può fare un architetto che vive nel Bangladesh (Mohammed Rezwan)e un buon approccio al design:

 

 

One-third of Bangladesh floods annually, with increasing frequency in recent years. In the flat, low-lying Ganges-Brahmaputra Delta, the most densely populated area in the world, six million people could lose their homes if water levels rose just half a meter (19 inches).

Working with area boat builders, Rezwan modifies traditional flat-bottom riverboats using local materials and building methods. Sitting low in water, they incorporate a metal truss to allow for column-free open spaces, flexible wooden floors, higher ceilings, and waterproof roofs outfitted with solar photovoltaic panels. Eighty percent of Bangladeshis lack regular access to electricity. The boats charge computers, lights, mobile phones, medical equipment, and SuryaHurricane lanterns—low-cost, portable solar-powered lamps made from recycled kerosene lanterns. Rezwan has also designed cluster housing outfitted with cooking facilities and toilets and a three-tier farming structure built on floating platforms. The floating farm’s first tier is a planting bed made of water hyacinth and a bamboo truss for growing vegetables, beneath which fish are raised within net enclosures, while poultry can be raised on the top tier

 
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