Per un nuovo modello di sviluppo: comunità territoriali dell’energia


Se ripenso alla mia storia professionale, un dato balzerebbe sicuramente agli occhi di chi dovesse avere la ventura di leggere il mio curriculum: io non sono esperto di niente.

Nel senso che mi sono occupato di tante cose diverse, in settori industriali diversi, toccando e approfondendo argomenti disparati: marketing, ICT, commerciale, sviluppo business, piattaforme di social business, organizzazione aziendale, business process reengineering, coaching, formazione, supporto all’imprenditore nelle problematiche inerenti il passaggio generazionale in azienda …….e sicuramente dimentico qualcosa.  Ho lavorato nel settore farmaceutico, in quello turistico, nel design, nel settore bancario, in quello della plastica, nel B2B, nella GDO, nel settore dei giocattoli, nello sport per una squadra di calcio di serie A, nell’ambito universitario e per società di formazione manageriale, nel settore delle energie rinnovabili.

Sono sempre stato un po’ a cavallo tra argomenti e problematiche  che in genere in azienda vengono suddivise nettamente e affidate a manager  con anni di esperienza nel settore specifico.

Ho sviluppato una certa sensibilità per tutte le problematiche le cui soluzioni devono essere trovate nelle INTERSEZIONI tra campi, conoscenze, settori che apparentemente sembrano molto distanti.

Mi sono occupato di sviluppo di piattaforme di collaborazione e di community on line. Ho sviluppato sistemi per lo sviluppo di processi più efficienti tramite il coinvolgimento dal basso e il “crowdsourcing”, pilotando una transazione verso pratiche collaborative e condivise, open source, come si dice.

Adesso mi occupo di energie rinnovabili per società di engineering.

L’idea che mi balena in testa è stata: è possibile lavorare ad un progetto nell’intersezione tra comunità (on line o off line, non importa), territorio e valorizzazione di questo attraverso l’attrazione di flussi turistici e sistemi collaborativi “smart grid”,  sistemi di efficienza energetica ed energie rinnovabili?

In sostanza si tratterebbe di costruire comunità basate sul consumo e la produzione locale di energia, il cui obiettivo non è solo disporre di energia pulita, ma quello di rivalutare il territorio attraverso un coinvolgimento individuale e una progettazione partecipativa, facendo sì che la produzione di energia “pulita” e la definizione di sistemi avanzati di efficienza energetica siano il volano di sviluppo sociale ed economico, di autosufficienza locale e di opportunità di lavoro.

Sino ad oggi abbiamo pensato all’energia elettrica che arriva nelle nostre case come a qualcosa che possiamo solo consumare passivamente subendone i costi.

Le tecnologie connesse con le fonti rinnovabili (sole, vento, biomasse, geotermia) danno invece la possibilità di produrre energia a livello locale, addirittura del singolo individuo ( si pensi al fotovoltaico), diventando “prosumer”, partecipando attivamente alla produzione e gestione dell’ energia.

Produzione che verrà gestita non più basandosi solo su una struttura gerarchica composta da mega centrali termiche che smistano, con inefficienze mostruose, dal centro verso le periferie, ma attraverso una griglia, composta da nodi e connessioni a livello locale, gestita attraverso reti intelligenti che possono modificare e adattare la trasmissione dell’energia lì dove serve, nella quantità e per il tempo necessario.

Queste comunità dell’energia possono essere rappresentate da quartieri, masserie, borghi, paesi, cittadelle interconnessi tra loro da una smart grid, condividendo un comune progetto di sviluppo territoriale basato su un piano energetico che coinvolge l’agricoltura, la mobilità e i trasporti, l’efficienza nel settore edilizio, la riqualificazione di aree urbane o paesaggistiche.

L’energia da fonti rinnovabili e le comunità dell’energia diventano fonte di reddito attraverso sistemi ormai collaudati di partecipazione pubblico-privato che permettono di finanziare i progetti e di assicurare un buon ritorno non solo in termini economici, ma anche benefici effetti sociali.

Dalla “green economy” si passa alla GRID ECONOMY, basata sulle interconnessioni, sulla sussidiarietà, sulla responsabilità individuale, allontanandoci dalla impersonalità diffusa, dalla demoralizzazione, da quel senso pervasivo di impotenza che ci prende quando ci lasciamo trattare solo da “consumatori”. Riappropriamoci degli spazi, del territorio attorno a noi, sviluppiamo progetti e idee che migliorino non solo il tasso di ricchezza, ma soprattutto il benessere dei singoli. Nell’intersezione tra tecnologie energetiche da fonti rinnovabili, network di reti intelligenti  e gestione di progetti basate su comunità locali, può nascere un sviluppo che ci rende felici perché soggetti attivi nelle scelte e nella produzione.

La grid economy può essere alla base di un diverso approccio allo sfruttamento dei flussi turistici che diventano meno flussi “mordi e fuggi” e più relazioni durature con il territorio e con la popolazione, apportando in questo modo vera ricchezza  e sviluppo duraturo.

Se avete idee o commenti circa questa idea (suffragata da Jeremy Rifkin e dal professor Livio de Santoli dell’Università La Sapienza di Roma), scrivete su questo blog. Sarò contento di scambiare opinioni e idee di progetto.

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design: amore per arte e tecnologia. Ipotesi per salvare il mondo.


 


Scrivo questo post, dopo una lunga interruzione.

Avevo bisogno di allontanare la mia mente da un ambiente divenuto opprimente. Si respira aria di dismissioni, di angosciosa incertezza, di paura, di temporaneità esasperata, di visione miope tarata su ipotetici vantaggi da conseguire nel brevissimo termine, senza investire tempo, cuore, intelligenza, coscienza, amore per le cose e per i dettagli.

Sono partito per Londra e ci sono rimasto per 20 giorni. Non per fare il turista, non me ne importava niente di fotografare Trafalgar square o guardare estasiato Buckingham Palace.

Volevo respirare aria diversa. Allora ho preso un monolocale con cucinotto in Edgurad Road; via che più di Inghilterra sa di Iran, o Libano, o di Arabia e sa anche di confusione, odori dolciastri di nargilè, di burka neri e di donne di cui vedi unicamente gli occhi di una bellezza sconvolgente.

Ogni giorno percorrevo circa 5 chilometri per andare in Regent street dove avevo prenotato un corso intensivo di inglese presso una scuola vicino alla famosa Università di Westmister.

In Regent street, via di negozi dei marchi tra i più prestigiosi, c’è anche la Apple. Il negozio della Apple non può essere definito negozio per tanti motivi, e non è un fatto connesso solo con le dimensioni (colossali), ma piuttosto con una filosofia che traspare netta : in quel luogo si vende (tantissimo) facendo di tutto per non vendere. Se entrate in uno di questi store, sempre affollatissimi, non vedrete mai una cassa, non vedrete scaffali, la merce non è esposta per essere comprata, presa, scelta e portata a casa come succede nei negozi “normali”. Eppure……

……i negozi Apple Store sono in tutto 327 sparsi in tutto il mondo e la dimensione media è di 7.886 piedi quadrati, vale a dire circa 730 metri quadrati. Il valore più impressionante è comunque il rapporto tra fatturato per piede quadrato pari a 5.626 dollari quasi il doppio rispetto alla catena Tiffany, seconda in classifica con 2.974 dollari di ricavi per piede quadrato.

Mi trovavo a Londra quando è morto Steve Jobs, “inventore” della Apple.  Davanti ad una delle immense vetrine dello store in Regent street della Apple il giorno dopo la sua morte, si erano raccolti messaggi scritti, foto di Jobs e tante, tante mele morsicate con incise frasi in memoria. Si respirava un’aria di grande commozione e rispetto per la morte di un uomo che aveva saputo far diventare i suoi prodotti icone di un modo nuovo di intendere i beni elettronici di largo consumo.

Prodotti come il  computer MacBook, l’Ipod, l’Iphone, l’Ipad sono fantastici esempi di sapiente e fanatica progettazione nell’intersezione tra arte e tecnologia. In questo punto di intersezione c’è qualcosa di magico in cui traspare netto ed evidente l’amore ossessivo per l’innovazione, per la semplicità, per la facilità d’uso, per tutti i dettagli che fanno di quel prodotto un esempio splendido di design centrato sulle prestazioni non dell’oggetto  ma di chi lo usa.

Se leggete il libro biografia di Steve Jobs, primo in classifica in tutto il mondo tra i libri più venduti, troverete questa ossessione di Jobs per il design e  per l’innovazione “amichevole”. Più che ossessione, direi amore folle, pazzia, cura maniacale dei dettagli contro ogni ragionevolezza espressa da Steve e  da un team di lavoro, quello della Apple, selezionato in maniera implacabile e durissima dallo stesso Jobs.

Ma l’amore per il design inteso come sapiente progettazione e soluzione di problemi non riguarda solo gli oggetti  ma può essere strumento per rendere la vita più accettabile a milioni di persone che vivono in condizioni di profonda povertà.

Un buon design coinvolge portando non solo un nuovo punto di vista per affrontare complessi problemi, ma soprattutto un modo per capire e ascoltare le persone che vivono in comunità disagiate per fatti geografici, sociali o economici.  Stiamo parlando di milioni di persone che vivono in insediamenti di fortuna. Possiamo scegliere di vederli o come milioni di problemi o come milioni di soluzioni. In questo senso design ha a che fare con “rifare il mondo in altre maniere”

Solo un esempio di cosa può fare un architetto che vive nel Bangladesh (Mohammed Rezwan)e un buon approccio al design:

 

 

One-third of Bangladesh floods annually, with increasing frequency in recent years. In the flat, low-lying Ganges-Brahmaputra Delta, the most densely populated area in the world, six million people could lose their homes if water levels rose just half a meter (19 inches).

Working with area boat builders, Rezwan modifies traditional flat-bottom riverboats using local materials and building methods. Sitting low in water, they incorporate a metal truss to allow for column-free open spaces, flexible wooden floors, higher ceilings, and waterproof roofs outfitted with solar photovoltaic panels. Eighty percent of Bangladeshis lack regular access to electricity. The boats charge computers, lights, mobile phones, medical equipment, and SuryaHurricane lanterns—low-cost, portable solar-powered lamps made from recycled kerosene lanterns. Rezwan has also designed cluster housing outfitted with cooking facilities and toilets and a three-tier farming structure built on floating platforms. The floating farm’s first tier is a planting bed made of water hyacinth and a bamboo truss for growing vegetables, beneath which fish are raised within net enclosures, while poultry can be raised on the top tier

 
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Il caso e il successo


Quando l’effetto che vediamo (il successo) è conseguenza del caso – siamo proprio sicuri che seguire le strategie di successo degli altri  porti anche noi al successo? – basta con le best practices!!!!

“Ultimately, strategy is a way of thinking, not a procedural exercise or a set of frameworks.”

Riporto la frase da un articolo dell’ Harvard Business Review. La considero interessante perché ho verificato nella pratica professionale, e non solo, che esprime una verità.

Spesso manager, imprenditori, ma anche noi “comuni mortali” cerchiamo di adottare strategie per ottenere vantaggi, guadagni o più genericamente vittorie (…. a spese di chi???).

Leggiamo libri di guru ed esperti di comportamento umano, ci riferiamo alle nostre esperienze precedenti, cerchiamo di imitare nei comportamenti e nelle decisioni persone di successo e che quindi, riteniamo, siano in possesso delle migliori strategie per sopravanzare un collega nella corsa alla direzione dell’ufficio, per sconfiggere un concorrente che ci sta fregando vendite e quote di mercato, oppure per nascondere al nostro partner qualche estiva scappatella rigenerante.

Spesso però dobbiamo confrontarci con risultati derivanti dalle “strategie” copiate  o consigliate da altri (quelli che noi riteniamo gente di successo), che non proprio ci soddisfano (quando va bene), oppure con disastri a cui frettolosamente rimediare (quando va meno bene).

In termini aziendali copiare le strategie di successo degli altri si dice: ” implementare le best practices”. Per decenni guru del management ci hanno ammorbato con questa frase e hanno spinto manager e imprenditori a fare i guardoni e gli stupidi inseguitori delle strategie altrui.

Ma siccome le strategie non sono strumenti, o metodologie, né processi o modelli, ma solo un “personalissimo” modo di pensare il mondo, gli altri e quello che ci circonda, il loro casuale successo o insuccesso dipende da chi quel modo di pensare …….ha pensato.

Ho scritto e sottolineato casuale……non a caso!!!!

Abbiamo la particolare tendenza a considerare di successo una persona di cui sappiamo che ha adottato una  strategia che gli ha procurato buoni risultati, ma spesso non veniamo a sapere quanti fallimenti o insuccessi quella stessa persona ha dovuto sopportare precedentemente e di cui noi non abbiamo notizia. Infatti tendiamo a pubblicizzare i  nostri successi, mentre cerchiamo di nascondere gli insuccessi e molte volte la differenza fra l’uno (il successo) e l’altro (l’insuccesso) non è questione di strategia, ma di semplice e puro caso.

Facciamocene una ragione. Forse in fin dei conti è sempre meglio rischiare un po’ precorrendo strade nuove, invece di seguire le “best practice” degli altri dimenticandoci che spesso il successo è conseguenza per una buona parte del caso (fortunato) e non della strategia adottata.

Mi farebbe piacere conoscere le vostre idee ed esperienze in merito. Continuerò ancora su questo blog l’argomento.

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diversità e anti-management: una via per l’anti-infelicità


Siamo sommersi da credenze che dicono siano assolutamente vere.

Siamo inondati da guru che sentenziano ricette infallibili.

Siamo subissati da esperti che ci dicono quello che dobbiamo fare per avere successo e come utilizzare le “best practices” a questo fine.

La cosa peggiore è che siamo influenzati nelle nostre decisioni da professionisti, esperti e scienziati magari anche col premio Nobel.

Questi scienziati-professionisti sono diventati così esperti in un determinato modo di lavorare e interpretare la realtà che sembra  abbiano dimenticato lo scopo di tutto ciò che fanno.

E faccio riferimento soprattutto ai professionisti aziendali, ai grandi manager ai guru dell’ economia che sono diventati così abili da dimenticare le persone vere, la trama più ampia della vita quotidiana, la sostanziale imprevedibilità e incantevole disorganizzazione dell’essere umano.

C’è qualcosa in noi, il cuore, il sentimento dell’amore, l’intuito che la “scienza del management” non prende in considerazione.

Come dice Tiziano Terzani, non necessariamente perchè uno vince il premio Nobel o diventa Amministratore Delegato della Coca-Cola è uno giusto, un uomo. Può essere anche un coglione !!!

Abbiamo l’istinto del gregge. Ci sentiamo più protetti e sicuri se adottiamo un sano conformismo. Se ci adeguiamo alla media dei comportamenti altrui. Se attuiamo un sano “realismo” dicendo ai nostri figli che è inutile fare i Don Chisciotte, che bisogna stare con i piedi per terra.

Essere differenti, ragionare differentemente, agire differenziandosi ha un costo, l’anticonformismo è rischioso.

Amiamo “sfregarci” con persone che la pensano come noi, che sono nella norma (quindi stanno nella media) e sono perciò normali.

Pensare differente è invece una mentalità costosa, è un impegno che crea disagio, ostilità a volte, ostacoli e ostruzionismo quasi sempre.

Cerchiamo come ossessi tutto ciò e chi può confermare le nostre ipotesi e credenze. Ci viene più facile trovare conferme che disconferme alle nostre ipotesi.

Chi fa l’inverso, pochissimi, in genere ottengono fortune molto grandi (proprio perchè fuori dal gregge): George Soros quando fa una scommessa finanziaria, continua a cercare casi che potrebbero dimostrare che la sua teoria iniziale è sbagliata!

Forse è proprio questa la vera fiducia in se stessi: la capacità di assumere il mondo senza necessariamente trovare qualcosa che lusinga il proprio Io.

I manager, i professionisti aziendali, generalmente parlando, odiano la diversità. La diversità è devianza, è trasformazione, è un impegno nei confronti di ciò che non ha precedenti. E’ piena di sfumature, di complessità, di incertezza. Cose che il buon manager è addestrato ad evitare con lo stesso terrore dei gatti di fronte all’acqua.

E qui parte la mia proposta provocatoria, folle, irrealistica.

E se creassimo una nuova scuola non di Management, ma invece una che ha l’obiettivo specifico di sfornare degli ANTI-MANAGER ?

Chi è l’anti-Manager?  Come possiamo definire l’antimanager ? L’antimanager è per definizione contro i manager ?

Seguitemi ancora un po’ in questo ragionamento che sicuramente ai più sembrerà folle.  Ma il buon lettore di questo blog dovrebbe avere  la cortesia di seguirmi per qualche altro rigo.

Ritornando alle domande sull’antimanager, permettetemi un esempio per cercare di spiegare la mia visione.

La biblioteca personale di Umberto Eco è composta da più di 30.000 volumi, e vi posso assicurare che se c’è una domanda che fa uscire dai gangheri il personaggio di cui sopra è: ” ma li ha letti tutti ? “.  Esiste quindi una biblioteca di Eco dei libri letti ed una di pari valore che è “l’antibiblioteca” in questo caso dei libri non letti.

Le persone non vanno in giro con un “anticurriculum” che descrive quello che non hanno studiato o le esperienze che non hanno vissuto, ma sarebbe bello che lo facessero. Molte volte per conoscere veramente una persona è più importante sapere  quello che non ha fatto, quello a cui ha rinunciato, quello su cui non si è impegnata fino a conseguire un risultato, quello in cui ha fallito.

L’anti-manager non è contro il management classico, è proprio il contrario, così come il contrario di negativo non è neutro, ma positivo.

Nicholas Taleb parla di antifragilità per esprimere il vero contrario di fragilità.  Al contrario di quello che pensiamo infatti, il contrario di fragile non è robusto o infrangibile:  l’opposto di fragilità non è assenza di fragilità (robustezza) così come l’opposto di positivo non è neutro, ma negativo.

Antifragile è qualcosa di diverso da robusto o infrangibile. Non è qualcosa che non si rompe, ma piuttosto qualcosa che beneficia dal ricevere urti, o shock (pensate allo sciroppo medicinale sulla cui confezione c’è scritto: “agitare bene prima dell’uso”).

La natura in quanto sistema di successo che si è evoluto nel corso di milioni di anni sopravvive non perchè è un sistema robusto ma perchè è antifragile. Nel senso che ama  e trae forza dalla casualità, dalla incertezza e dal disordine e dalla continua produzione di diversità tramite errori.

Pensate alla antifragilità dei batteri che resistono agli antibiotici e che proprio grazie a questi traggono la forza per evolvere in specie genetiche sempre nuove e sempre più resistenti.

Quindi per riassumere, ringraziando la vostra pazienza:

1- FRAGILE: soffre degli shock, soffre il disordine, gli imprevisti, gli urti casuali (appunto come i manager e le loro pseudo teorie scientifiche di management)

2- ROBUSTO: resiste agli schoks, infrangibile (i politici sono un buon esempio)

3- ANTIFRAGILE: che trae beneficio proprio dal disordine, dal continuo diverso, che guadagna dagli shock e dagli errori. L’antimanager appunto o anche altro buon esempio è l’artista.

Il sistema antifragile è lontano dalla media, è asimmetrico e da questo guadagna. Beneficia e sfrutta  la variabilità, trae giovamento dagli eventi rari e imprevisti ma, proprio perchè rari, hanno un grande impatto.

Con i tempi che corrono non abbiamo bisogno di altri manager intelligenti. Con questa intelligenza espressa dai manager di oggi non andiamo molto lontani.

Abbiamo bisogno di gente che sappia agire, ma agire in maniera antifragile.

I manager di successo di oggi ritengono disdicevole parlare di tentativi  e errori, e addirittura li puniscono quando sono gli altri a commetterli e loro a valutarli e giudicarli.

Io credo nel design thinking che si basa sulla realizzazione di prototipi per verificare nel più breve tempo possibile se una idea, un processo, una tecnologia è fattibile, trovando nella realtà ciò che funziona e ciò che non funziona (gli errori).

Assistiamo oggi alla fragilità delle economie, alla fragilità dei sistemi politici, alla fragilità dei rapporti umani, dei matrimoni e di qualsiasi relazione umana.

Forse è perchè cerchiamo di creare sistemi robusti anziché antifragili.

Quindi che ne dite di una scuola per formare anti-manager, anti-mogli, anti-mariti e anti-politici ?

P.S.    Sull’ idea dell’anti-infelicità, abbiate pazienza, ho in mente qualcosa ma debbo ancora rifletterci.

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disegnare scelte coinvolgenti e proficue: il senso delle vendite e del marketing del nuovo millennio


E’ da qualche anno (più di 20) che mi occupo di marketing e vendite: come manager, poi come imprenditore, ora come consulente e advisor per aziende di diversi settori.

Ma se devo spiegare a mio figlio che significa marketing ho qualche problema a rendere il concetto con una frase che rappresenti l’essenza di questo mestiere.

Così come avrei difficoltà a dire come si fa a vendere bene e di più. Questa è in effetti la domanda principe che le aziende mi pongono spessissimo. Alcuni miei colleghi, certe volte con un ampio grado di improvvisazione, si propongono come “guru” delle tecniche di vendita, delle arti di convincere il cliente ad acquistare, delle regole fondamentali per coinvolgere i così detti opinion leader. In questo caso l’azienda si affida a questi “maghi” che faranno la loro sceneggiata in un aula di formazione con di fronte degli smarriti e perplessi venditori, in una “tre giorni” di full immersion sulle più recenti teorie psico-motivazionali e sulle “10 strategie di vendita di successo”.

Risultato atteso dall’azienda nei confronti dei poveri venditori, altissimo.

Risultati in termini di miglioramento delle performance di vendita: zero.

Perchè ?

Per tentare una risposta è utile tornare alla questione di cui sopra: come faccio a spiegare a mio figlio cosa significa fare marketing e come si fa a vendere bene?

Posso partire da questa definizione:

” fare marketing, vendere, comunicare, motivare, innovare significa fondamentalmente COINVOLGERE LE PERSONE VERSO OBIETTIVI DI COMUNE INTERESSE.

Punto.

Detta così sembra assai banale, ma non lo è. Coinvolgere le persone verso obiettivi comuni è una sfida che affrontiamo ogni giorno, con i nostri colleghi, con i nostri figli con nostra moglie o marito.

Ma nonostante la nostra natura fortemente “sociale” questo è un compito molte volte titanico e foriero di grandi frustrazioni.

Sto lavorando, ormai da diversi anni, alla progettazione di piattaforme per lo sviluppo della collaborazione e la relazione con i clienti basate sulle tecnologie del web 2.0.

Le aziende cercano strumenti per migliorare la collaborazione tra il personale interno per sviluppare progetti e innovazioni; modi alternativi per entrare in contatto con i clienti e gli opinion leader che siano meno costosi della pubblicità classica e soprattutto più efficaci nel costruire una relazione duratura nel tempo. Ma anche sistemi che permettano di attrarre competenze, idee dall’esterno per sfruttare il crowdsourcing (innovativa soluzione di outsourcing che coinvolge gruppi di individui esterni all’azienda, che possano contribuire alla gestione di sttività  e/o alla soluzione di un problema).

La parola che distingue dal tradizionale approccio al marketing e alle vendite è “COLLABORAZIONE”.

Jeffrey Kindler CEO di Pfizer, la prima multinazionale del farmaco al mondo, afferma: ” voglio assolutamente buttare alle spalle le tattiche di “hard selling”, perchè non è questo che i medici vogliono. Voglio invece promuovere strumenti e modalità per sviluppare e costruire nel tempo “a more open and honest discusion”.

Anche se non è esattamente chiaro cosa significa una aperta e onesta discussione è chiaro altresì in che direzione stanno andando le aziende che comprendono la potenza degli approcci “social” e le tecnologie web che permettono di costruire LUOGHI da raggiungere dove poter discutere, scambiare idee e raccontare storie di esperienze professionali senza che ci sia un rapporto venditore-acquirente esplicito e dove ci sia spazio per i rapporti umani anziché solo per transazioni economiche.

Sostanzialmente un modo diverso di comunicare, di informare, di vendere.

Non a caso ho parlato di LUOGHI e non di canali. Una comunità di medici specialisti in rianimazione si incontrano on line e si scambiano le esperienze quotidiane vissute cercando di strappare per i capelli pazienti alla morte, utilizzando procedure, farmaci, tecniche mediche al limite della quasi sperimentazione, perchè ogni caso è diverso ed è necessario rifarsi alla pratica dei propri colleghi più che solo agli studi clinici o ai congressi.

Per questo motivo ho scelto di chiamare il mio network professionale Business Architects. In effetti creiamo, come gli architetti, luoghi dove le persone, si ritrovano, abitano, condividono esperienze ed emozioni, proprio come le piazze di un tempo, o le case dei nonni in cui la famiglia si riuniva per ascoltare le storie dei più anziani.

La vendita one-to-one non è finita, ma sappiamo che creare luoghi in cui ascoltare anziché solo parlare e spingere all’acquisto è un ottimo modo per coinvolgere la gente a scegliere.

Se questo non è vendere !!!!!!!!

 


 

 

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Stile di vita


Sono allergico, fortemente allergico, a coloro i quali danno a piene mani consigli non richiesti e fanno sermoni su come comportarsi nella vita.

Ma…. tant’è che ancora non sono riuscito a sbarazzarmi della mia natura umana e quindi ci casco anche io. E poi è la vigilia di Pasqua e qualche riflessione mi sento di condividerla.

Sappiamo che le idee non fanno veramente presa se non si integrano con le emozioni; fuori dalle aule universitarie non riusciamo ad utilizzare il nostro cervello razionale.

I libri di psicologia spicciola sono per lo più inutili.

I consigli illuminati e “amichevoli” non lasciano traccia per più di qualche istante se vanno contro la nostra natura.

Nonostante tutto, penso che ci rimanga la scelta di fare leva sulla dignità e sul senso estetico, che dovrebbero far parte del nostro patrimonio genetico.

Al prossimo evento o relazione sia di carattere personale o professionale che ci mette in difficoltà, potremmo iniziare a dare importanza all’eleganza, esibendo il saper vivere, anziché pensare soltanto a dare la colpa ad altri o a fuggire perché la codardia ci ha invaso il cervello e il cuore.

Se qualcuno la pensa così potrebbe sentirsi rappresentato da una poesia di Kavafis. Per gli amanti della poesia Kavafis è uno dei più grandi poeti mai vissuti. I greci lo considerano il loro monumento nazionale.

L’ho scoperto da poco e mi affascina il suo senso dell’estetismo, asciutto e privo di sentimentalismi.

“Il dio abbandona Antonio” è una delle sue poesie.

La poesia si rivolge a Marco Antonio, che ha appena perso la sua battaglia contro Ottaviano ed è stato abbandonato da Bacco, il dio che lo ha protetto fino ad allora. La poesia si rivolge ad Antonio, ora sconfitto e tradito (dice la leggenda che anche il suo cavallo lo abbandonò per raggiungere il nemico Ottaviano). Gli chiede di dire addio alla sua Alessandria, la città che lo sta lasciando. Lo invita a non lamentarsi della sua fortuna, a non negare la realtà.

Antonio ascolta scosso dalle emozioni. Non c’è orgoglio qui. Non c’è nulla di sbagliato nelle emozioni, siamo fatti per averne. Quel che è sbagliato è non seguire la via della dignità, astenendosi dall’autocommiserazione, dalla furbizia e dal puro calcolo economico.

L’unica cosa sulla quale signora Fortuna non ha il controllo è il nostro comportamento. Buona fortuna.

Il Dio abbandona Antonio

Quando d’un tratto a mezzanotte si ode
un corteo invisibile che passa
con musiche sublimi e canti -
per la tua sorte che s’incrina ormai, per i tuoi
fallimenti, per i progetti della tua vita
rivelatisi tutti errori, non piangere invano.
Da uomo ormai pronto, da coraggioso,
salutala l’Alessandria che ti sfugge.
Soprattutto non ti illudere, non dire che
si è trattato di un sogno, che ti ha tradito l’udito:
non ti abbassare a tali vane speranze.
Da uomo ormai pronto, da coraggioso,
come si addice a te che fosti degno di una tale città,
avvicinati con passo fermo alla finestra,
e ascolta commosso, ma senza
le suppliche e le lamentele dei vili,
come estremo piacere, i suoni,
i sublimi strumenti del corteo religioso
e salutala l’Alessandria che tu perdi.
Costantino Kavafis 1911
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Provare a volare correndo più veloci


Siamo immersi nella cultura del “più”:

1- dobbiamo fare di più

2- dobbiamo avere più cose

3- dobbiamo acquistare di più

4-dobbiamo provare più piaceri (possibilmente istantanei)

5- dobbiamo avere più amici (su facebook !! però)

6- dobbiamo essere più bravi del nostro collega di lavoro

7- le aziende e i pubblicitari ci sommergono di spot televisivi ridicoli, cercando di convincerci che il dentifricio “biancospino” ci fa i denti più bianchi

8-quelle scarpe a punta stile fattucchiera ai tempi di mago Merlino sono più trendy

9- vogliamo più soddisfazioni e più riconoscimenti del nostro valore da parte degli altri

10- vogliamo più soldi

11- un’auto non ci basta: dobbiamo avere più auto in famiglia

12 – un telefonino non basta: più telefonini in tasca o nella borsetta

E potremmo continuare all’infinito.

Tutto questo con un solo agognato obbiettivo: essere più felici!!

Per il mestiere che faccio giro molte aziende, ascolto molta gente, molti amici e conoscenti si confidano con me: forse perché ho una certa predisposizione all’ascolto o forse perché di mestiere faccio anche il coach – parola che sta ad indicare un personaggio che armato di buona volontà tenta di dare consigli su come vivere (di più) meglio e ottenere (più) risultati migliori- (ed ecco che ricompare il “più”!!!).

Dicevo che ascoltando molte persone, non vedo in giro tutta questa soddisfazione, per non parlare di felicità, sia nella vita professionale che in quella personale, nonostante il gran da fare e lo spasmodico, giornaliero impegno che mettiamo nel fare e avere di più.

Sarà che c’è qualcosa che non va in questa ricetta del “più” ???

Vuoi vedere che ci hanno convinto che per volare dobbiamo semplicemente correre di più!!!

Sembriamo la versione, un pò rincoglionita e depotenziata, di Bip Bip della indimenticata serie di “Willy il coyote” della Disney.

Molti credono che si tratti di uno struzzo, in realtà si tratta di un uccello dei deserti americani il cui nome scientifico è Geococcyx californianus, appartenente alla famiglia dei cuculidi e chiamato volgarmente Roadrunner (corridore della strada).

Fatto sta che l’uccello  di cui sopra seppur dotato di ampie ali non le usa quasi mai per seminare Willy, ma preferisce correre come un pazzo per i deserti americani.

Forse, quelli della mia generazione, hanno visto troppe puntate di questi cartoni e ci siamo convinti che, per ottenere un WELL-LIFE -un buon vivere-  non si possa far altro che correre e soprattutto CORRERE DI PIU’.

Di più perchè per ottenere quello che vogliamo dobbiamo competere con gli altri (sarebbe meglio dire contro gli altri).

Non sono un filosofo, nè uno psicologo. Non ho ricette da dare, nè consigli da offrire, ma penso che una domanda dovremmo pur porcela, prima di continuare a sprecare tanta fatica per avere poi solo e sempre un pugno di mosche in mano.

Ma non è per caso che c’è qualcosa di sbagliato nel circolo vizioso che ci costringe a fare di più e volere di più, senza comprendere che forse per volare (sotto metafora il buon vivere) dovremmo smettere di correre di più e dotarci invece delle competenze, del coraggio di rischiare per usare strumenti più adeguati per il volo: per esempio le ali anzicché le gambe, per di più da bipedi??

Forse dovremmo smetterla di lasciare inserito il pilota automatico e fare una breve riflessione su alcuni aspetti incoerentemente ridicoli del consumo, dei comportamenti, delle teorie di marketing e dei professionisti aziendali che ci portano ad accettare certe regole, certe abitudini, certi modelli culturali che sembrano più appartenere a quelli tipici del gregge di pecore.

Sono convinto che possiamo fare meglio di così, non facendo di più, ma riflettendo più a fondo su ciò che facciamo effettivamente.

Si è vero, sono un “idealista deluso” nel senso che sono convinto che, indipendentemente dal disincanto che caratterizza un dato ambiente, c’ è ancora spazio per chi scelga di suonare in una chiave diversa.

Questo blog è dedicato a coloro i quali si sentono “idealisti delusi” o, come dice un medico mio amico, “devianti positivi” ossia quel piccolo gruppo di professionisti, manager, imprenditori, mariti, mogli, figli che sono impantanati nelle stesse condizioni ambientali di tutti gli altri, ma si rifiutano testardamente di lasciarsi frenare dalle opinioni prevalenti e di conseguenza riescono a identificare soluzioni originali e spesso contrarie alla tradizione a problematiche apparentemente irrisolvibili.

In questo senso mi interessa un approccio concreto alla questione del well-life, traendo metodi e strumenti tipici del designer e dell’artigiano, che pur innovando rimangono aderenti alla realtà e a un progetto.

Appuntamento alla prossima puntata……….Senza dubbio

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C’era una volta……… Pazienti che condividono le loro storie e migliorano la propria salute


…..” Voi dottori siete stati fantastici, avete risposto a tutte le mie domande, ma quello di cui avevo veramente bisogno era ascoltare le storie raccontate da persone come me su come avevano vissuto il trapianto prima e dopo l’operazione!!”

Questo è quello che ha detto un uomo di 60 anni che doveva sottoporsi ad un trapianto di fegato ed era angosciato dal dubbio di essere abbastanza forte da poter sopportare, sia fisicamente che mentalmente lo stress di un trapianto ad alto rischio.

Lui aveva letto tutto ciò che era riuscito a trovare in letteratura sulle procedure di trapianto, sui possibili rischi e sul post-operatorio. Si era sottoposto ad un preciso programma di esercizi fisici per prepararsi nel modo migliore ai rigori dell’operazione che lo attendeva.

Ma solo quando ebbe l’occasione di confrontarsi con le storie di altri pazienti che avevano subito lo stesso tipo di operazione ed ascoltando dalla loro voce gli stati emotivi, fisici e il tipo di dolore che avevano sopportato, solo allora si sentì pronto ad affrontare l’operazione e l’impegnativo percorso post-operatorio.

La forma più antica di comunicazione che gli uomini conoscono dalla notte dei tempi è il racconto. Ci sono state civiltà che non hanno conosciuto la ruota, ma nessuna che non abbia conosciuto le storie.

I racconti sono la base attraverso cui noi comunichiamo, interpretiamo le nostre esperienze e incorporiamo le nuove informazioni e conoscenze nella nostra vita.

Le storie sono tipiche del genere umano. Noi impariamo tramite le storie e noi usiamo queste per dare un senso alle nostre vite.

Era intuitivo pensare, come naturale estensione, che potevamo usare le storie anche per migliorare i percorsi per una buona salute.

Adesso questa intuizione è stata addirittura provata attraverso uno studio scientifico (pubblicato su Annals of Internal Medicine) condotto in un ospedale americano da alcuni medici ricercatori che hanno sottoposto ad un test circa 300 pazienti affetti da ipertensione.

Il risultato, dimostrato statisticamente, è stato che il gruppo di pazienti che avevano ascoltato nel corso dei 9 mesi (periodo in cui sono stati tenuti sotto controllo) i racconti di esperienze di pazienti con la loro stessa patologia (venivano inviati periodicamente dei dvd con brevi filmati in cui uomini e donne raccontavano liberamente), riuscivano meglio a tenere sotto controllo la pressione sanguigna e seguivano più scrupolosamente l’assunzione delle medicine prescritte.

In effetti bisogna considerare che l’ipertensione è, in genere, una patologia da cui non si guarisce e che necessita di una cura natural durante e un cambiamento nello stile di vita e alimentare.

Ascoltare le storie degli altri sulle medesime esperienze, permette di abbassare le difese che in genere tutti alziamo quando siamo spinti a cambiare abitudini e comportamenti quotidiani.

Raccontare storie è quindi uno metodo molto più potente per convincere le persone sui cambiamenti o a condividere nuove idee, che non la dimostrazione razionale o per argomenti.

In qualsiasi campo, dalla medicina al business e alla politica o nelle relazioni personali, non c’è nessun altra forma di comunicazione che ha la forza e i vantaggi di una buona storia: vera, umana, breve, interessante, emozionante, facile da esporre e soprattutto da ricordare.

Mi permetto a questo punto di riportare brevemente una mia esperienza professionale di cui ho accennato in un precedente post di questo blog.

L’idea da cui siamo partiti è che anche  per i medici, essendo persone, ha la stessa importanza il raccontare e condividere storie per migliorare le loro competenze nel gestire i propri pazienti e le loro patologie.

Stiamo sperimentando tutto questo mettendo a disposizione di anestesisti-rianimatori un ambiente web per condividere le loro esperienze vere e quotidiane di pratica clinica, vissuta nei reparti di terapia intensiva dove arrivano persone ad un passo dalla morte e che solo la maestria, la pratica e la conoscenza condivisa, aperta, spontanea di questi professionisti della rianimazione permettono di ridare vita e speranze di vita.

Concludo con un altro esempio (di casi ne ho da citare tantissimi e chi è interessato può farmene richiesta alla mia email: http://www.enrico_fisichella@yahoo.it oppure su questo blog).

In questo caso si tratta di una azienda vitivinicola delle Langhe che affida il suo sito direttamente a due artisti (non a esperti informatici!!!!!!): un fotografo, Davide Dutto e uno scrittore, Michele Marziani, che così descrive il territorio in cui l’azienda opera:

” Il colore è un lampo di luce e muta con la stagione, ora è nebbia, ora è rosso al tramonto, ora giallo di viti d’autunno, ora scuro, bluastro, polposo, come l’uva Nebbiolo. Anche un bicchiere di Barolo è un lampo che cambia colore col tempo. E’ un signore elegante, ma schivo, si conosce pian piano, bisogna entrare in confidenza per poterlo capire ed apprezzare: Così sono le Langhe, porzione di Piemonte a nord ovest dell’Italia, territorio del vino per eccellenza. Qui, in 11 piccoli comuni nasce il Barolo, il più importante vino del Piemonte, forse d’Italia, tra i primi nel mondo.”

Inutile dire che dopo aver fatto viaggiare il lettore con l’immaginazione e il desiderio, il testo si chiude con un altro lampo di luce.

Dimenticavo, a beneficio di coloro i quali sono fortemente orientati al profitto e sono scettici, di dire che l’azienda, a conduzione prevalentemente familiare, ha un ottimo successo anche nei mercati esteri, non è grande e investe molto poco in operazioni di marketing classico.

C’era una volta……….!!!!!

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intelligenza reticolare


Certo, come sostiene Gladwell sul New Yorker, la nuova rivoluzione non avverrà su Twitter.

Queste nuove rivoluzioni hanno infatti preso forma sulle strade della Tunisia, dell’Egitto ed ora in Libia, tra la gente che con forza è stata capace di unirsi per gridare a gran voce la propria rabbia contro la corruzione, l’ingiustizia e la povertà.

Ciononostante per capire fino in fondo queste rivoluzioni, è importante riconoscere anche il potenziale dei nuovi media, sia in termini di denuncia che in termini di organizzazione.

In fondo è anche giusto riconoscere che è proprio grazie a social network come Twitter o siti come Youtube che la comunità internazionale ha potuto seguire passo dopo passo la storia che in questi mesi si sta riscrivendo in Nord Africa.

Sono giorni di foschia e di tumulti in cui si stanno delineando i contorni di inedite forme di organizzazioni, tanto rivoluzionarie quanto, sembra, poco o per niente legate a fondamentalismi religiosi.

La connettività sociale, potenziata dalle nuove tecnologie social, non è certo la panacea che permette di risolvere tutti i problemi del mondo e nè può essere il surrogato, del buon governo, dell’onestà e del libero pensiero.

In tanti ambiti, tuttavia, l’ intelligenza reticolare sta rendendo gli approcci tradizionali obsoleti e fallimentari.

L’innovazione collaborativa sta eliminando la vecchia mentalità radicata nel business del “plan & push” (pianifica e spingi le vendite) insegnata nelle business school più famose.

Allo stesso tempo alcuni pionieri hanno dimostrato che il business sociale è possibile e anche profittevole come testimonia Muhammad Yunus con la sua Grameen Bank che fa micro-prestiti ai poveri mai considerati da una banca “normale”.

Le aziende, le organizzazioni, i singoli possono avere successo se sposano alcuni principi:

COLLABORAZIONE

APERTURA

CONDIVISIONE

INTEGRITA’

INTERDIPENDENZA

C’è un nuovo tessuto sociale e nuove tecnologie che consentono a milioni di persone di entrare in contatto e collaborare sulla base di qualunque interesse condiviso. Imbrigliare queste forze significa promuovere innovazioni sociali ed economiche.

Conviene a ciascuno di noi.

E’ da stupidi e da pazzi, credere che questa è solo utopia.

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Riavviare il mondo


“It was just really fascinating to see how quickly the public picked up the technology and was able to embrace it. They really were dying to have an avenue to express their views.”

Nuovi modelli di collaborazione e produzione sociale: USHAHIDI

Una storia bellissima in cui tecnologia, motivazione, collaborazione e inventiva producono risultati eccezionali, con pochi o quasi nulli investimenti.

Per saperne di più andate nella sezione “CERCARE SIGNIFICATI” di questo blog.

………………………Ushahidi significa testimone in lingua swahili
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