Il mondo visto con i miei occhi- New York 1


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Funamboli-acrobati 6 (il sapore dell’acqua)


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Accettare quel che c’è e nient’altro, certi giorni, è devastante e la giornata diventa un po’ di m..

Ti sembra di avere in mano un gomitolo aggrovigliato, inestricabile, pieno di desideri e sogni popolati da ghepardi pronti a darti la zampata.

E’ una tragedia, grande o piccola che sia, è sempre una tragedia per chi la sperimenta.

Ma come dicevo nelle precedenti letterine di questo blog, l’arte sta proprio nello scovare la bellezza nelle tragedie quotidiane. Così diventiamo, nel nostro piccolo, artisti.

E se avete pazienza vi propongo il mio modo di vedere la questione. Sarebbe anche interessante se chi legge proponesse il suo.

Dicevamo, dunque, non solo desiderio da desiderare: ciò che in quel momento ti manca e non c’è, ma il desiderio divenuto necessità. Lo vuoi perché pensi  di averne diritto ad averlo.

Diventa una questione di giustizia cosmica che travalica qualsiasi limite universale.

Cerchi di non pensarci, fai acrobazie con il pensiero, che neanche quelli de Le Cirque du Soleil saprebbero fare, pur di liberarti da quell’idea fissa che continua a girare nel tuo cervello come una moto lanciata a 340 all’ora sul circuito del Mugello.

Sembra che sia questione di sopravvivenza e senti come sentiresti il sapore dell’acqua dopo il 20esimo giorno di camminata in solitaria nel deserto del Sahara, che chi te lo ha fatto fare, che al massimo sei buono per una passeggiatina in centro.

Ma perché, scusa,  l’acqua ha un sapore?

Si, anche le cose che sembra non abbiano niente a che fare con il gusto in situazioni normali, acquistano un sapore quando ne senti profondamente l’assenza.

La loro mancanza la percepisci proprio in bocca, cerchi di masticare ed ingoiare, ma quel niente si ferma a metà  gola e da lì parte, contro la tua volontà, un impulso che arriva dritto agli occhi e questi cominciano ad inumidirsi… e non è per la cipolla che stai tagliando.

Saranno lacrime??

Porca miseria, non sono mica una femminuccia, che succede!!

Ma non è finita ancora!

Il  cervello inizia a  giocarti uno scherzo poco simpatico: scatena una batteria di ricordi che nemmeno i fuochi d’artificio della sera del 3 della festa di Sant’Agata a Catania.

A questo punto sei fregato. Rimani come affascinato dalle visioni che quei ricordi scatenano davanti ai tuoi occhi: di quando quell’acqua che adesso ti manca, accarezzava la tua bocca e ti dava gioia pura e profumata.

Ci sono due modi diversi di ricordare.

Uno è quello che gli psicologi chiamano memoria episodica che riguarda singoli eventi e situazioni che ci sono capitati nel passato. Questo modo di ricordare è soggetto fortemente all’azione del tempo che tende a cancellare o a trasformare i dettagli di questi eventi e quindi non è molto affidabile.

Un’altro modo di ricordare è invece molto più profondo e ritengo assolutamente più importante.

E’ la memoria di un passato che si è materialmente inscritto in te, nel tuo carattere, nella tua vita, nella tua essenza più intima.

In genere questo tipo di ricordo non è legato a singoli eventi ma più spesso riguarda persone con le quali hai percorso strade su cui avete posato i piedi uno  accanto a quelli dell’altra e che, per ragioni  diverse, adesso così non è più.

In questo caso ricordare è  riconoscere come quella persona ci ha cambiato e come una parte di lei sia ormai “embedded” in noi, fa parte cioè di noi, del nostro essere e non è separabile, non più.

Poche persone mi hanno lasciato questo tipo di ricordo.

Sicuramente lo è mio fratello che non è figlio di mia madre, ma amico da quasi 40 anni, incontrato in un aula universitaria nei giorni pisani delle battaglie notturne tra studenti e paracadutisti della Folgore.

Una di queste persone è mio figlio.

Quando un giorno, aveva11 anni, con lo sguardo mi ha cercato tra gli spalti di una piscina dopo aver segnato il suo primo goal in una partita di pallanuoto.

Lui ha guardato me e solo me.

Adesso, che qualche anno è passato, preferisce guardare gli occhi a mandorla della sua ragazza, ma va bene così: lui non lo sa ma sono un uomo completamente diverso proprio per quello sguardo che mi ha rivolto pieno d’orgoglio, più di 11 anni fa.

L’altra persona, della quale ho ricordo del secondo tipo di cui accennavo, è una ragazza.

Lei non lo sa, ma con i suoi occhi grandi e neri  per la prima volta mi ha fatto sentire padre di una figlia non mia.

E’ successo un giorno che il suo sguardo triste ha incrociato il mio, chiedendomi perché, alcuni  non hanno proprio l’idea, neanche vaga, di cosa significa essere padre e della gioia che si prova ad ascoltare il respiro dei figli.

Stupidi padri che rincorrete i soldi e la carriera e che siete così stanchi la sera che quegli occhi neri non li guardate nemmeno e vi perdete tutto il mondo che ci sta dietro, le speranze, i dubbi e le gioie e le ansie e gli amori.

E tu, si tu, maledirai ogni giorno che non ti sarai goduto, ogni carezza non data a quei capelli quando ce li avevi a portata di mano, e ogni parola non detta e ogni abbraccio non dato.

Tu che padre non hai mai voluto esserlo perché per te era più importante essere che non esserci.

E tu che non hai capito che la libertà e la migliore espressione di te stesso li ottieni se segui l’attitudine a rimanere piuttosto che ad andare via.

Nella foto due ragazzi che danzano una danza che non ricordo quale fosse.

Quando ho scattato la foto ho incrociato i loro sguardi e ho compreso.

Ho avuto la fortuna di aver avuto accanto, per un po’, un’ acrobata: spesso ballavamo dovunque ci capitasse e lì eravamo altissimi toccando le nuvole.

Come i due ragazzi nella foto.

Adesso che i nostri sguardi non danzano più assieme ormai da qualche tempo, sembra come essere ad una festa quando la musica è finita: ti guardi attorno un po’ desolato, e ti mangi l’ultima pizzetta  rimasta, e fredda pure.

Mi ritrovo certe sere  a ricordare e, quando mi addormento, sogno il goal di mio figlio ed il suo sguardo e gli occhi neri della ragazza divenuta figlia e l’amico lontano.

E sogno di danzare ancora una volta con l’acrobata, sospesi assieme, su in alto su una fune, cercando di disobbedire alla gravità.

Però lei, di essere acrobata ancora non lo sa, perciò non diteglielo per piacere.

Il fatto è che, quando l’arcangelo Gabriele (protettore degli acrobati) ci ha fatto incontrare, lei aveva il disperato bisogno di una fune e io di un’acrobata.

Ma io la fune non l’avevo e lei non era ancora diventata un’acrobata.

Non solo, ma era già troppo tardi per tornare indietro: ci volevamo già bene.

Il punto fondamentale è che lei, “l’acrobata non ancora acrobata”, è stata la prima e l’unica a farmi venire veramente voglia di cercare una fune.

Ora rimane il ricordo del sapore dell’acqua, e immagino di avere quella fune e di provare a camminarci su in equilibrio instabile, allenandomi per quando il tempo, forse, arriverà.

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Funamboli-acrobati 5 (la pazza bellezza)


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La bellezza non è mai facile.

(E non mi riferisco al soggetto immortalato nella foto!!!)

La bellezza ci vuole tempo per realizzarla, impegno e pazienza ed un certo gusto per l’incerto.

Ma sopratutto tempo, tutto quel tempo che andrà sprecato se invece preferirai e sceglierai la strada più facile e breve.

La bellezza, quella che anche noi comuni mortali possiamo creare non è nell’opera d’arte ammirata da tutti, nel quadro o nella scultura che rimarrà per secoli testimonianza del suo creatore, artista e genio.

Mi riferisco piuttosto alla bellezza che è possibile costruire, ogni giorno, a partire dalle cose storte, da quelle  bruttine o imperfette, o anche dalle storie che partono male, dalle relazioni fra persone non proprio ben assortite, da gruppi di lavoro con qualcuno che proprio non è il massimo della competenza nel suo campo, con gente pasticciona e improvvisata.

Ci arrabbiamo moltissimo quando notiamo, chissà perché sempre negli altri e solo in loro, mancanze, errori, disattenzione e stupidità o a volte improvvisi lampi di pura follia.

L’albero che è cresciuto storto in giardino va tagliato, l’erba che nasce spontanea e che noi chiamiamo infestante, va eliminata, il cane del vicino che non ha il pedigree è un meticcio o un bastardino (detto con falsa pena e commiserazione). Il migrante negro, anche lui non ha il pedigree. Rimandiamolo a casa (per il suo bene, certo).

Ed il bambino con un cromosoma in più (Down) deve frequentare una classe a parte e non può stare con gli altri bambini con un cromosoma “in meno” (Normali). Ed anche i bambini ciechi: che stiano in classi speciali.  Così i bambini normali cresceranno con l’idea che è bello e buono solo ciò che è perfetto, che non ha crepe, che non ha cicatrici, tagli, buchi o bruciature.

Ciò che è rotto, che non funziona alla perfezione va buttato, eliminato, riciclato al più, ma deve scomparire alla vista dei nostri occhi che possono sopportare la visione solo di ciò che consideriamo normale, sano, integro, lucido, pulito, disinfettato, profumato e soprattutto funzionale ai nostri scopi.

Ed invece c’è una bellezza che possiamo creare quando abbiamo la capacità di tenere in piedi una relazione tra due persone o un gruppo di lavoro che sembrano non avere più speranza di sopravvivere, ma noi, proprio abbandonando la speranza e mettendola nella sua squallida scatola perché non possa più nuocere, andiamo lo stesso avanti, senza speranza appunto e così creiamo un senso.

Non c’è nulla da guadagnare andando avanti, ma andiamo avanti lo stesso.

Ci sentiamo in un angolo, sappiamo che arriverà dolore, ma non piagnucoliamo, né ci lamentiamo e ringhiamo un “Vaffanculo”.

E andiamo avanti.

C’è della bellezza in quel Vaffanculo, c’è un senso ed una idea di grandiosità in quel rifiuto del comune buonsenso.

Nella sfida c’è la nostra salvezza e la nostra dignità e la nostra essenza più vera; senza buonsenso e senza speranza che sono come i venditori di auto, così plausibili, così ragionevoli, così dolciastri e stucchevoli.

C’è in questo un riappropriarsi di quella parte di noi stessi che ha a che fare con il branco ed i lupi, con il loro schietto amore per la sopravvivenza del gruppo e dei suoi componenti.

Io sono sicuramente storto e non credo di riuscire a migliorare un granché con il passare degli anni. Già infatti molti ne sono trascorsi, di anni, ed i risultati non sembrano eccezionali.

Sono certo, però, che il mio branco mi vuole bene lo stesso.

Nella foto, una anziana donna con il velo nero che le copre il capo. Non so per quale motivo stesse piangendo; per pudore ho scattato la foto da lontano.

Chissà se anche lei é senza speranza ma con un branco che la protegge.

Se è così, bellezza è stata creata.

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Funamboli-acrobati 4 (il viaggio)


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E’ difficile la vita di un io senza un tu.

Immaginate di essere a bordo di un autobus ed il viaggio è molto, veramente molto sgradevole.

(Sto per raccontarvi una storia immaginaria non inventata da me, ma per adesso non vi dico chi l’ha creata, altrimenti smettete subito di leggere, ed io invece vorrei che continuaste, perché il pensiero che viene espresso può essere interessante).

Dunque dicevamo, siete seduti su questo schifoso autobus con un sacco di altra gente e non sapete dove state andando ed il viaggio è lungo.

C’è un gran caldo, non c’è l’aria condizionata, voi sudate e anche i vostri compagni di viaggio sudano e puzzano, l’aria è maleodorante anche perché il wc chimico non funziona e la gente orina e defeca di fronte a voi accovacciati tra un sedile e l’altro.

I bambini urlano e piangono, la vostra schiena poggiata sul sedile di legno urla di dolore.

Nonostante tutto, la gente attorno a voi continua a raccontare strane e assurde storie, ridicole e senza alcun fondamento logico a riprova che nessuno sa esattamente quello che  succede e dove si va.

Ad un certo punto però tu, si proprio tu, con la coda dell’occhio noti che qualcuno ti sta osservando e ricambi lo sguardo.

In quello sguardo dell’altro ti accorgi che vi è la stessa angoscia e paura che sta assalendo te. Lo stesso disgusto, la stessa impotenza.

Allora ti rendi conto che tu e lei siete sulla stessa barca, nella stessa terribile situazione.

E presto ti accorgi che questo vale per tutti i passeggeri di questo pazzo autobus dove sei capitato.

Certo non tutte le persone hanno verso di te lo stesso sguardo della  persona che per prima ha incrociato i tuoi occhi .

Ma è solo questione di livelli di coscienza, o di intesa che può capitare solo tra due anime che si sentono istintivamente un po’ gemelle.

Comunque le storie che si raccontano tra di loro e gli sguardi sono piene di terrore e paura per tutti.

Sono impauriti, frastornati, angosciati, persi, esattamente come lo sei tu.

Raccontano storie assurde, mentendo ed ingannando per esorcizzare la paura, come fai tu.

Comprendi allora che l’unico atteggiamento ragionevole è quello della tolleranza, della sollecitudine e della pazienza nei confronti dei tuoi compagni di viaggio.

E anche di amore.

Loro sono come te, con la stessa paura. Vivono le stesse angosce. Ingannano e mentono perché vivono un viaggio che è caos, grida, dolore. Lo stesso viaggio che tu stai affrontando.

Cosa li può e ti può salvare?

Solo quello sguardo dell’altro che incrocia il tuo ed in cui riconosci il tuo stesso destino ed i tuoi stessi sentimenti profondi.

Allora quello sguardo in cui ci riconosciamo, io e tu, diventa una forza potente e sovversiva che scardina temporaneamente le leggi del caos e della distruzione.

Ma siamo capaci ancora di concederci questo sguardo che incrocia gli occhi di un altro?

E abbiamo soprattutto la capacità, quando arrivano le tempeste, di ricordarci che stiamo viaggiando, io e tu, sullo stesso assurdo autobus?

L’uomo che suona la fisarmonica nella foto, incontrato una mattina di maggio in piazza Duomo a Catania, è uno di quegli altri che viaggiano assieme a noi nell’autobus della vita, ma  che  raramente degniamo di uno sguardo.

Suonava la sua fisarmonica senza che nessuno lo ascoltasse, veniva dalla Romania e cercava un fermata di quel maledetto autobus, giusto per riposare un po’.

Il nostro sguardo s’è incrociato per un attimo e allora ho avuto la netta percezione che quel viaggio lo stavamo percorrendo assieme, io e lui.

Questo racconto, riadattato da me liberamente, è stato proposto da Schopenhauer, filosofo famoso per il suo pessimismo; se ci rifacciamo a quello che i testi di scuola riportano. A me sembra tutt’altro !!!

Per quelli che considerano questa storia immaginaria come l’espressione di un bieco e moralistico buonismo, ritengo possano riflettere che non si tratti di questo ma di un semplice metodo di sopravvivenza intelligente, se proprio  la vogliamo mettere da un punto di vista estremamente realistico e un po’ cinico.

Io  non viaggio da solo su quell’autobus, ho dei compagni di viaggio che non ho avuto, per la maggior parte dei casi, la possibilità di scegliere. Così è, che mi piaccia o meno.

Ti voglio bene.

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Funamboli-acrobati 3 (ombre)


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Quando vado in giro a fotografare cerco la luce.

Certe volte incontro situazioni che della luce si prendono gioco, e anche di me.

Non è una cosa che mi infastidisce, anzi.

La situazione lascia sospesi per un attimo, ed in quel momento  mi rendo conto che ciò che vediamo o ci permettiamo di vedere, contiene un lato nascosto, in ombra, esattamente come spesso accade per le storie che raccontiamo su noi stessi o sugli altri per spiegare come siamo fatti.

Intendo dire che le storie ed il modo in cui guardiamo il mondo contengono un lato oscuro, che, se reso manifesto, potrebbe indicarci la nostra vera natura o quantomeno un’altra anima rispetto a quella che normalmente esibiamo e raccontiamo agli altri.

E questa parte in ombra, quest’anima è spesso più reale del corpo: il samurai sembra insignificante accanto alla sua armatura di nere squame di drago.

Allora chissà che non valga la pena, ogni tanto, giocare con le ombre per scoprire una nostra natura che, gli obblighi, le regole, il senso di colpa e l’ossessione per il senso di giustizia verso noi stessi, ci hanno nascosto.

Nessuna pretesa di pensieri profondi, per carità.

Lontano ogni sermone su cosa dovremmo o non dovremmo fare.

In queste righe solo un pensierino lieve da scambiarci sorridendo come commensali alla fine di un pranzo quando arriva il dolce.

Come ci ricorda Mark Rowlands nel suo magnifico libro “Il lupo e il filosofo”, una cosa può proiettare l’ombra in due maniere diverse: o ostacolando la luce, oppure essendo la fonte di luce che viene ostacolata da qualcos’altro.

Un esempio della prima modalità? La usuale tendenza a considerare tutto ciò che ci circonda, compreso le persone, come risorse da utilizzare per i nostri scopi.

Per esempio quando raccontiamo, in azienda,  storie che riguardano le  “Risorse Umane”.

Appunto, “RISORSE” !!

Tutto viene pesato, quantificato, valutato, calcolato.

Tutto, proprio tutto, compreso la felicità e l’amore.

Cosa puoi fare per me e quanto mi costerà fartelo fare.  Questione di analisi costi-benefici, appunto.

E allora…….?

Allora potrebbe essere interessante, ogni tanto, andare alla ricerca di quella fonte di luce che noi a volte ostacoliamo, gettando un’ombra sul nostro mondo.

Con leggerezza, giocando magari, senza sapere che cosa succederà alla fine.

Così le storie che raccontiamo agli altri e a noi stessi per spiegare chi siamo, forse sarebbero più interessanti e contribuirebbero ad insaporire le nostre relazioni, osservandole da lontano o facendole muovere dalla foresta scura e buia verso la radura dove un taglio di luce ci racconterà di noi stessi, personaggi che vengono da epoche molto lontane.

Ma vorrei ricordare, per onestà, che raccontare storie diverse che contengono anche il lato oscuro di noi costa, a volte molto.

Roberto Saviano a 26 anni ha cominciato a raccontare, con il suo Gomorra, storie che non nascondono questo lato oscuro: 10 anni di vita sotto scorta 24 ore al giorno.

L’ombra che vedo nella foto è quella di un acrobata che gioca, in un tiepido pomeriggio, in corso Vittorio a Milano.

Quest’ombra stampata sul selciato è solo una copia sbiadita di un’altra cosa o un modello perduto, un ideale svilito e ritrovato ?

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Funamboli-acrobati 2


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Se sei troppo fedele alle tue sofferenze, ti dimentichi che anche gli altri soffrono.

In Venezuela è in corso un disastro umanitario che poca o nulla rilevanza riceve dai media.

In un paese forte delle più grandi riserve petrolifere a livello mondiale, gran parte della popolazione non trova beni di prima necessità come carta igienica o medicinali per salvare i bambini da normali infezioni batteriche, che per questo muoiono a migliaia.

La causa di tutto questo?

Semplice: un presidente autoritario che ha imposto un falso socialismo moderno e che non rispetta le basilari regole di una economia mondiale. E poi corruzione, spese per infrastrutture inutili, criminalità fuori controllo.

Vi ricorda qualcosa di quello che sta succedendo a casa nostra?

Nella foto, il ragazzo giocoliere, con una spada (vera e senza trucco, l’ho verificato) infilata giù per la gola, l’ho incontrato mentre si esibiva in corso Vittorio a Milano qualche giorno fa.

Sentendolo parlare ho capito che probabilmente viene da qualche paese dell’America del Sud. Chissà magari è proprio venezuelano.

Lui fa l’acrobata-funambolo per vivere ogni giorno. Anche gente che vediamo passare accanto a noi lo fa, ma non ce ne accorgiamo perché non li vediamo in equilibrio su un cavo oppure con una spada infilata giù per la gola.

Geni delle start-up che fate un sacco di soldi nella Silicon valley, andate in Venezuela ed insegnate ai giovani di quel luogo a ribellarsi, con le idee. Loro il coraggio lo hanno già imparato, quello di stare a metri di altezza su un cavo senza rete di sicurezza.

 

 

 

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funamboli acrobati – 1


Un bambino cieco è un funambolo acrobata fantastico.

Lo dovrà essere, anche perché a differenza di altri, a lui è toccato il destino di cominciare a a fare l’acrobata su un filo a centinaia di metri dal suolo sin da subito senza rete.

Li tra le nuvole, sospeso, il suo tempo rallenterà e avrà il gusto di sentire il vento che lo accarezzerà.

Cieco e libero.

acrobata senza rete

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funamboli acrobati


senza titolo-4-3Loro sospesi su in aria che danzano figure impossibili, io con il naso in su a cercare di scorgere i motivi sconosciuti di un equilibrio cercato e a volte trovato.

Mi hanno sempre affascinato quelli che cercano di superare la gravità: a volte solo quella terrestre che ci trattiene su questa terra, altre volte si tratta di un altro tipo di gravità, forse ancora più forte. Quella che ci tiene giù quando questo mondo da noi così precisamente ordinato ed organizzato trattiene il nostro animo dentro gabbie concettuali e di pensiero e paure stantie.

Dovremmo se fosse possibile, tentare di non farci attrarre definitivamente da questa gravità, stando ancora per un po’ su in alto tra le nuvole come quando eravamo bambini. Così sospesi, come funamboli acrobati, con il rischio di cadere ma con lo sguardo libero, avendo fatto pace con il mondo, liberi dalla gravità.

Mi sto domandando se questa idea di funamboli acrobati che mi percorre dentro ormai da diversi anni, non a caso questo luogo si chiama “officina di funamboli”, possa essere espressa attraverso immagini.

Se succede sarà anche questa una passeggiata da funamboli, con la possibilità di cadere ma con la pace di chi sta compiendo qualcosa che ha valore in sé e non finalizzata ad ottenere qualcos’altro, con un pizzico di ironia e sorriso, a volte, e altre con il taglio di una luce che testimonia della sfida di chi cerca quotidianamente di resistere e di opporsi alla gravità di questo mondo, non cercando giustizia, ma ribellandosi alle leggi della fisica su cui è stato progettato l’universo.

Prima e seconda legge della termodinamica, valide a livello universale, pare ci costringano a vivere brevemente con dentro il destino ultimo di tutte le cose: la distruzione, il caos, il disordine, la morte dovuti all’entropia.

Il senso allora arriva, forse, quando ci ribelliamo a questa legge, non annullandola (impossibile!!!), ma piegandola temporaneamente e deviando verso traiettorie che portano a coscienze che  fanno vedere per un attimo le cose e le persone che ci circondano non come altri con cui competere ma solo e soltanto da amare.

Amare forse è il vero, definitivo atto di sfida alle leggi di questo universo, bellissimo ma crudele. Giocare è senza dubbio l’espressione più intensa e vera dell’amore.

Amare e giocare sono entrambi assolutamente incompatibili con i concetti che più di tutti abbiamo radicati nei nostri pensieri e comportamenti quotidiani: lavoro, sacrificio, dovere, colpa, fallimento.

Entrambi sono invece attività serissime che chiedono la massima concentrazione senza mai avere la sicurezza del risultato desiderato. Senza desiderare il risultato finale, in entrambi si agisce senza scopi se non quello dell’atto in sé.

Allora come due funamboli acrobati, amando-giocando, rimaniamo per un tempo, sospesi fuori dalle leggi del caos, liberi.

Forse, a quel punto, chissà, se qualcuno che sta da lassù a guardare, si intenerisce per il nostro atto di disobbedienza infantile, ci sorride e ci accarezza con mano amorevole, davvero amorevole.

E magari scende giù da noi, per giocare assieme.

 

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Il mondo visto con i miei occhi 2 (Blind child school Bucarest)


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il mondo visto con i miei occhi 1 (Milano- Catania-Roma)


Milano poor maserati-3il mercato del pesceA cavallo per Roma

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