Le donne sono donne sin da piccole


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Le donne sono donne sin da piccole.

Nascono donne.

Gli uomini no, ed alcuni non lo diventano mai.

Sempre pericoloso fare generalizzazioni. Usare la nostra limitata esperienza con pochi casi sperimentati e definire sulla base di questi caratteristiche comuni a tutti o ad un genere, risulta spesso falso e fuorviante.

Fissiamo nella nostra memoria, in maniera indelebile, una brutta o sgradevole esperienza con qualcuno e quel qualcuno diventa il rappresentante di una categoria, da quel momento in poi da guardare con sospetto e da assoggettare a stretto e continuo controllo.

Noi questo facciamo ogni giorno: usiamo la nostra esperienza, anche se molto limitata ed estraiamo regole generali; facciamo analogie con situazioni che ci appaiono simili ma che invece ad una riflessione più approfondita tali non sono.

A proposito di donne, adesso che qualche lustro è passato ed anche se, come abbiamo detto, analogie e generalizzazioni non sono sempre valide, mi sento di fare qualche osservazione basata sulla mia vita con loro, le donne dico, sia nell’ambito del lavoro, sia legate ai miei ricordi di bambino cresciuto in una famiglia in cui le donne prevalevano in numero………e non solo.

In casa, fino all’età di 11 anni, prima dell’arrivo dell’ultimo nato dei fratelli Fisichella, eravamo solo io e mio padre rappresentanti della categoria maschi.

Subivamo nettamente la minoranza, due maschi  contro loro, le donne, ben quattro: mia mamma, mia sorella, mia nonna paterna che viveva stabilmente con noi e una tata anche lei parte indissolubile di questa famiglia declinata decisamente al femminile.

A questo ampio gineceo, come se non bastasse, si aggiungeva con regolarità spaventosa, ogni estate  che io mi ricordi, per almeno tre mesi l’anno, una anziana zia di mio padre, vedova, ma arzilla e con una verve da paura.

Ogni anno, alle prime avvisaglie di tempo estivo, in pratica subito appena finita la scuola, la zia si presentava a casa con valige e piglio militaresco per rimanerci fino a settembre, giusto in tempo per raccomandare a noi bambini, per il nuovo anno scolastico, di studiare e guadagnare ottimi voti che  l’anno successivo si sarebbe premurata di controllare una volta tornata per le sue immancabili vacanze siciliane, precisa come un orologio svizzero, come sempre a casa nostra, naturalmente.

Ma nonostante qualche rimprovero di troppo subito, ho un ricordo bello della zia e bellissimo di mia nonna.

Se qualcosa oggi ne so in tema di cucina, nel senso che ho una certa sensibilità nel mettere d’accordo gli ingredienti per fare un buon piatto di pasta, o un secondo decente, lo devo soprattutto alle mattinate estive che spesso passavo con loro, la zia e la nonna, guardandole armeggiare in cucina con una abilità ed un amore che non posso dimenticare, assieme ai profumi inebrianti dei piatti che preparavano.

Mia nonna Eleonora e mia zia Lina, erano fantastiche non solo in cucina; portavano sempre con loro una saggezza antica, erano senza dubbio il punto di riferimento per ogni problema pratico si verificasse in famiglia.

Oggi, che loro due  sono andate via ormai da un pezzo, mi viene voglia di analizzare e scoprire, distillandole, quali fossero le regole che adottavano nella vita di tutti i giorni.

Penso di poterle riassumere nelle tre seguenti:

1- non avere paura di nessuno (forse perché erano sopravvissute a due guerre) e non barattare mai le possibilità di felicità per qualche scampolo di sicurezza

2- possedere, e sviluppare continuamente, un rilevatore di cazzate estremamente sofisticato. Che io mi ricordi , per esempio, non le ho mai sentite abbandonarsi alla malinconia da rimpianto, tipica (cazzata) invece degli anziani ormai un po’ rincoglioniti, coscienti come erano, le due, che nessun passato, anche il più felice che sia capitato, può mai rasserenare il futuro.

3- coltivare un lato del loro carattere molto tenero e sensibile e renderlo spesso visibile e disponibile agli altri (quando ero bambino se mi succedeva qualcosa era mia nonna la sola capace di confortarmi)

Se adesso ripenso ad alcune più o meno recenti esperienze che ho avuto nel lavoro, accanto a donne nell’ambito della mia professione (marketing e comunicazione) e analizzo a posteriori le mie colleghe che più di tutte rappresentavano un punto di riferimento in azienda, al di là della loro posizione gerarchica , queste erano proprio coloro che nelle attività lavorative quotidiane mettevano in atto, in una maniera o nell’altra, le tre regole di cui sopra.

Semplificare, ne sono cosciente, può essere fuorviante e riferirsi a regole di comportamento che dovrebbero produrre vite felici e di successo è sicuramente illusorio ed ingenuo, però, detto questo, forse qualcosa di buono nelle regole di nonna e zia c’è.

Magari perché non provare a scrollarsi di dosso le false categorie che la società di oggi impone, soprattutto alle donne, legate a perfezione e durezza mascolina: sempre belle e senza rughe, sempre in ordine, sempre assertive e aggressive a lavoro, sempre super efficienti ed intransigenti in famiglia, sempre alla rincorsa di un modello maschile legato a: soldi, ville mega e auto superSUV, comprensivo oggigiorno anche di: cervello in pantofole, paure cosmiche e assenza di capacità di sopportare le difficoltà senza immergersi in una consolatoria, lunga e profonda tristezza e depressione, con inevitabile abbonamento annuale a sedute settimanali dallo psicologo.

Se poi si lamentano, le donne, che i maschi sono tutti inaffidabili e cazzoni, è perché, a volte, talmente si sforzano di rassomigliare a loro, ai maschi, che finiscono irrimediabilmente per identificarsi con loro e non sanno più riconoscere e scegliere invece gli uomini, hanno perso la capacità di saper quale è il grano e quale la zizzania.

Non sanno più far funzionare il rilevatore di cazzate e di cazzoni che avevo visto utilizzare egregiamente da nonna Eleonora e dalla zia Lina in tante occasioni.

Se recuperassero le regole di nonna Eleonora potrebbero addirittura compiere, penso, un immenso servizio alla nostra comunità umana: accelerare il processo di evoluzione dei maschi (troppi) in uomini (troppo pochi).

Esempi di maschi mai diventati uomini?

Solo alcuni, quelli più distruttivi, quelli che scardinano qualsiasi possibilità di vivere una vita serena assieme di un uomo con una donna:

-pseudo-padri, assenti e/o latitanti

-maschi, violenti e/o violentatori

-drogati da lavoro

-separati e divorziati che divorziano non solo dalla moglie, ma anche dalle proprie responsabilità nei confronti dei figli

-ominicchi, quaquaraquà e leccaculi di tutti i tipi.

Nelle foto una bambina indonesiana mentre posa per un ritratto fatto in strada, in piazza Navona.

Senza nessuna indicazione da parte della madre (alla quale ho chiesto il permesso di fotografare la figlia) e del ritrattista (disegnatore di grande bravura di origini argentine), la dolcissima bambina, in maniera assolutamente naturale, mostrava con piglio sicuro le diverse sfaccettature tipiche di una donna.

E’ vero: le donne sono donne sin da piccole!

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Where are we now?


BARCA SOLITARIA SCILLA (1 di 1)

Dove sono adesso? è una domanda interessante da diversi punti di vista, che da un po’ di tempo a questa parte mi faccio spesso, non solo quando viaggio, o che faccio ad altri.

Forse molto meglio fare ad una persona cara, che non si sente da parecchio tempo, la domanda dove sei adesso? piuttosto che la trita e ritrita e per nulla realmente interessata: come stai?

Il “dove sei adesso?” ci da tante informazioni sulla persona, o su noi stessi se ce la facciamo, di tanto in tanto.

Noi siamo quello che siamo e ci sentiamo come ci sentiamo in relazione a tutto ciò che ci circonda in termini spaziali: persone, luoghi, cose, case, panorami, urla, sorrisi, cieli, mare, colline, colori, odori.

E per comprendere come lo spazio che ci circonda ci definisce e definisce i nostri umori e sentimenti, immaginiamo per un attimo cosa ci succede quando dopo un lungo viaggio in aereo siamo catapultati in un luogo a noi completamente estraneo, in cui i nostri usuali punti di riferimento sono scomparsi del tutto: altri colori, altri cieli, altre tipologie di architetture, odori sconosciuti, persone con facce e fisionomie mai viste.

Il senso di straniamento che ci pervade per i primi momenti e forse per qualche giorno.

Poi passa abbastanza rapidamente perché sappiamo che torneremo presto ai nostri luoghi di origine dove abbiamo le nostre cose e le nostre case e le persone che fanno parte del nostro abituale spazio quotidiano: amici, colleghi, parenti, figli, compagne.

Non è molto importante il “come stai? “ E’ molto, ma molto più rilevante il “dove sei adesso?”

David Bowie, pochi mesi prima di morire (gennaio 2016) ha composto una canzone con il titolo: where are we now?

L’ho ascoltata ad un festival della musica a Cortona e ne sono rimasto colpito. Non sapevo che Bowie  non solo fosse cantante e cantautore, ma anche attore e pittore, con una personalità poliedrica e sensibilità magnifica che probabilmente gli ha fatto sentire vicina la fine e lo ha spinto a scrivere questa canzone che suggerisco di ascoltare con attenzione.

Bowie nella sua canzone fa riferimento proprio a quello straniamento che si percepisce quando si sa che a breve si percorreranno strade sconosciute di mondi altrove.

E per un attimo, con un salto quantico, il mio pensiero va a Ellis Island il luogo dove dalla fine del 1800 e per tanti anni sbarcano i nostri nonni e bisnonni che andavano in un altro continente  per cercare per se e per i propri figli un mondo migliore.

Ho visitato quei luoghi, ho visto i brogliacci originali dove venivano registrati i loro dati prima di essere ammessi ad entrare in America.

Ho visto il luogo dove sono stati raccolti gli effetti personali: scarpe, vestiti, bracciali e fedi di quelli che, sapendo che non avevano i requisiti per passare i controlli, si gettavano dalla nave che era ferma in rada, aspettando di entrare nel  porto di Ellis Island.

Dovevano percorrere circa 700 metri nelle acque gelide, in genere di notte per non essere visti, per raggiungere la costa e da li entrare clandestinamente.

Molti non ce la facevano e morivano.

Mi immagino quelli che invece riuscivano ed entravano in un mondo completamente diverso senza nessun punto di riferimento e non conoscendo che sarebbe stato di loro, che futuro gli sarebbe toccato e se ce l’avrebbero fatta a dare sostentamento alla famiglia che si erano portati con loro dal paese.

Penso che la domanda che si ponevano era: dove siamo adesso? e non certo come sto?

Come sto adesso? è invece la domanda che ci facciamo noi adesso, in ogni momento della giornata per capire se abbiamo quello che riteniamo indispensabile per il nostro conforto, se le sensazioni che abbiamo sono di serenità o siamo di malumore. Siamo rivolti verso il nostro interno, attenti a noi stessi e a come ci sentiamo minuto per minuto, ossessivamente.

Abbandoniamo la percezione invece del “dove siamo adesso” che a forza ci metterebbe in relazione alle cose, alle persone e ai fatti che ci circondano nello spazio a noi prossimo.

Quest’anno più di 1.600 bambini sono morti nelle acque del  mare vicinissimo casa nostra, portati, da terre lontane, da padri e madri che cercavano per loro un mondo migliore.

Esattamente come i nostri nonni sbarcati agli inizi del secolo scorso ad Ellis Island.

E noi dove siamo adesso?

E noi dove siamo mentre questi esseri umani arrivano a Lampedusa, la nostra Ellis Island, e affamati e stremati ci chiedono di aiutarli a dare un futuro ai loro figli ?

Noi siamo a chiederci: COME STO ADESSO? COME MI SENTO?

Perfetto.

E’ tutto perfetto così.

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Il mondo visto con i miei occhi – (cappelli da spiaggia)


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Amore, mare, famiglia, pasta e caffè a NYC


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Guardavo una vetrina di Dolce & Gabbana sulla 5th Avenue di una New York immersa in un sole così luminoso che sembrava quasi di essere ad Acitrezza se non fosse stato per qualche grattacielo di troppo, arredate, le bellissime vetrine, come a ricreare un angolo di Sicilia, e sono stato attratto da qualcosa che voleva ricordare, credo, nelle intenzioni degli esperti di comunicazione della maison, alcuni stereotipi  su cui si fonda l’immaginario collettivo dell’Italia nel mondo.

Scritte su una tenda parasole c’erano cinque parole: Amore, Mare, Famiglia, Pasta, Caffè.

Per un attimo, allora, mi sono fermato affascinato dai colori e dall’allegria della vetrina e ho pensato che in fondo in quelle cinque parole si può condensare con un buon grado di approssimazione ciò che è davvero importante per me.

Caspita, capisci ciò che è importante per te guardando una vetrina di Dolce & Gabbana a New York?

Ci vogliono tipi come Dolce e Gabbana per fartelo capire?

E sei dovuto andare fino a New York per avere questa folgorazione come San Paolo sulla via di Damasco?

Questo è successo e credo che sia dovuto al modo in cui io intendo il viaggiare.

Ma non voglio parlare della filosofia del viaggio, perché quando ho visto scritte nella vetrina quelle parole ho pensato a tutt’altro. Mi è venuto un pensierino che ora vi racconto. Seguitemi con un po’ di pazienza, alla fine avrete un certo languirono, ve lo assicuro.

Consideriamo delle 5 di cui sopra, per esempio, la parola amore e confrontiamola con caffè.

Se andate al bar e chiedete un caffè, il barman non ha nessun dubbio, parte subito ad armeggiare con la macchina per l’espresso ed in 20 secondi vi scodella una tazzina fumante con dentro il vostro profumatissimo caffè.

Nessun dubbio, la parola “caffè” esprime esattamente quello che volete: un caffè.

Adesso provate a fare lo stesso con la parola “amore”. E pensate a quello che volete dire quando dite: “io amo”.

Se cercate in un buon vocabolario ci trovate almeno 11 significati diversi.

Ditemi se amare la letteratura è uguale ad amare una donna.

Oppure  quando dite a vostro figlio che lo amate, è lo stesso rispetto a  quando dite che amate stare con i vostri amici, oppure amate fare il vostro lavoro, o fare passeggiate da solo nel parco alle 5 del mattino?

Amate vostra madre come state amando la vostra attuale amante? Credo proprio di no se non siete affetti dal complesso di Edipo!!

Amare è una di quelle parole che non ha un solo significato, ma tanti, purtroppo. Così come matrimonio oppure politica, o famiglia.

E noi con questo tipo di parole spesso simuliamo, oppure non diciamo in quale senso, in quella precisa situazione, la stiamo usando e quale valore gli diamo ed in che senso ci prendiamo responsabilità delle conseguenze.

Non solo, ma in aggiunta e a complicare le cose c’è il fatto che noi nel tempo cambiamo e cambia come vediamo il mondo e come sentiamo noi stessi e le persone che ci stanno accanto.

Ed in genere succede che i tempi e i modi dei nostri cambiamenti non sono in sintonia con i cambiamenti dell’altro.

Tutto questo produce una quantità industriale di dolore, rabbia, recriminazioni, sensi di colpa, rimorsi.

Da qualche tempo cerco di intendere le cose e le parole dando loro significati unici, chiari, che non si prestino a confondere realtà vere e desideri profondi con convenienze del momento o false illusioni create, per esempio, dall’idea, diffusa abbondantemente oggi, del così detto “amore romantico” che ci impone di credere che esiste da qualche parte l’essere perfetto in grado di soddisfare tutte le nostre esigenze.

La realtà è un po’ diversa. Tutti noi abbiamo una vena di follia più o meno nascosta e alla prima cena a lume di candela una domanda intelligente potrebbe essere: “ Che tipo di pazzia è la tua?”

Le relazioni con gli altri, inevitabilmente, mettono in luce le nostre ossessioni, paure, mancanze ma cerchiamo di nasconderle e dissimularle.

A volte desidererei appartenere alla specie lupina. Il lupo non si può permettere di essere vago, allusivo. Non ammette complotti e menzogne. Non può farlo perché metterebbe a repentaglio la sopravvivenza del branco e quindi la sua. Non è nella natura del lupo.

Ma è nella nostra, invece.

Basterebbe ogni tanto accorgersene e tornare, quando si può, ad utilizzare parole con significati precisi oppure quando ci si trova di fronte a parole complesse come amare o voler bene, chiedere sempre:

“Hai detto che mi vuoi bene, ok, mi dici in che senso esattamente?”

Poiché, per esempio, il voler bene sta soprattutto nel fare, la prossima volta quando vi viene l’impulso di dire ti voglio bene ad una persona, anziché dirlo solamente, preparate per lei o lui, prendendovi tutto il tempo necessario, un bel piatto di pasta al pomodoro fresco e basilico, ma che sia “pasta” vera e non come quella che fanno da Pellegrino’s in Mulberry street.

E offritegli alla fine un fragrante caffè, che sia “caffè” però, fatto da voi con la moka, e non come quello che trovate da Starbucks in Madison Avenue.

E se possibile il caffè servitelo in una terrazza che si affaccia sul “mare” profumato di Sicilia.

Anche se la terrazza del Club Quarters hotel non da sul mare, ma è incastonata tra i grattaceli della 51th e Rockefeller Plaza, comunque è veramente uno spettacolo. Andateci a fare una ricca colazione all’americana.

Io che ci sono stato, il profumo del mare non l’ho trovato, ma ero  in “famiglia”: mio figlio ed io.

Felice, allegro e un po’ matto come il tipo ritratto nella foto che ho incontrato in una via di New York nei pressi di Chinatown mentre ballava, con una bottiglia di vino sulla testa, al ritmo di una orchestrina d’altri tempi, intonando una canzone yiddish.

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Il mondo visto con i miei occhi – NYC 2


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Funamboli-bucanieri a NYC


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Chissà perché pensavo a New York come ad una città talmente oppressa da grattacieli altissimi, da strade che sembrano strettissime per ragioni di prospettiva, dove fosse assolutamente impossibile vedere il sole, che fosse impedito, a chi la visita come a chi la abita, la visione di aurore e crepuscoli, di piogge e soli incandescenti.

Mi sono chiesto più volte, prima di partire, cosa andavo a fare in un luogo dove di sicuro non avrei potuto vedere deserti e montagne, foreste e campagne, aurore boreali e arcobaleni e nuvole.

Nel mio immaginario una città costruita come una foresta di grattacieli immensi, che riflettono se stessi all’infinito come nel gioco dei due specchi messi uno di fronte all’altro, non mi avrebbe mai permesso di gustare un riflesso della luna sul mare argenteo in una sera d’estate, né avrei mai potuto godere del fascino dei vicoli stretti e coloratissimi di una strada andalusa.

Ero sicuro che la molteplicità dei paesaggi che ci si immagina di esplorare quando si parte, soprattutto verso un altro continente, sarebbe stata annientata dalla unicità e ripetitività di una megalopoli come New York.

Ero convinto che in una megalopoli il diverso si sarebbe perduto e mi sarei trovato a ritornare, per tutti i giorni che vi avrei trascorso, sempre negli stessi posti, con gli stessi grattacieli, le stesse strade tinte di giallo degli infiniti taxi che le percorrono e gli stessi negozi extralarge sfarzosamente illuminati.

MI sono accorto invece, quando ero già sull’aereo ritornando verso casa, dopo aver trascorso a New York quasi una settimana  che viaggiare per penetrare il mistero ed i segreti di una civiltà diversa (quella americana è senza dubbio diversa dalla nostra mediterranea) conduce ad incorrere a dei malintesi, a dare per scontate alcune impossibilità e a vedere deluse alcune aspettative che normalmente è legittimo avere quando si parte per andare così lontano.

Ora so che se decido di viaggiare per luoghi a migliaia di chilometri di distanza, lo faccio perché finalmente posso acconsentire a sogni di infanzia in cui la visione di terre esotiche lontane si intreccia sempre ad avventure che hanno come ingredienti fondamentali animali ferocissimi, bucanieri su navi impossibili e ragazze dai profumi inebrianti.

Ora mi domanderete, ma scusa Enrico pensavi di trovare tutto questo a New York?

Ecco, se proprio devo essere sincero, no, ma nel più profondo recesso del mio cuore lo speravo.

E l’ho trovato!

Certo non sto dicendo che ho incontrato animali feroci, come pantere e tigri della Malesia con le esatte sembianze di queste, ma qualcosa di molto simile, si.

E ragazze dai profumi inebrianti pure.

E bucanieri anche.

Anche bucanieri? Nooo??!!!

Si, ora non per fare il saputello, ma il termine bucaniere viene dal francese Boucanier ed indicava, nei Caraibi del XVII secolo, cacciatori di frodo che avevano l’abitudine di affumicare la carne in una graticola di legno.

E’ da questo metodo chiamato barbicoa che deriva il termine barbecue per il quale gli americani vanno pazzi e che rappresenta il massimo, per loro, della convivialità e allegria durante i weekend nei giorni di sole.

Vi posso assicurare che nella zona residenziale della Columbia University che si trova nell’Upper West Side dopo il Central Park, un sabato all’ora di pranzo, c’era per le strade un odore di barbecue così intenso che sembrava di stare ai Caraibi durante i baccanali dei peggiori bucanieri di Santo Domingo.

E altro è successo, nei giorni seguenti: sono riuscito a vedere  tutte quelle cose che popolavano i miei sogni di bambino e che ero in qualche modo sicuro di non aver mai potuto vedere in una città come New York dove immaginavo che la modernità, la tecnologia, il progresso e la finanza rampante avessero annullato del tutto qualsiasi riferimento a misteri, avventure, scoperte.

Penso che ciò sia dovuto al fatto che quando viaggiamo per terre a noi ignote, il primo viaggiatore che incontriamo siamo noi stessi e con lui i nostri sogni di bambini.

Questi sogni rimangono nascosti a noi da quando qualcuno decide che siamo divenuti adulti ma che anche da adulti ci portiamo dietro senza accorgercene come una coperta di Linus.

Quando siamo lontani da casa in luoghi non familiari, l’altro nostro io viene fuori e cominciamo a percepire, a vedere in maniera completamente diversa.

La nostra parte di ciò che siamo o crediamo di essere quando siamo nei posti in cui abitiamo o siamo cresciuti, non permette all’altra parte dell’io di uscire.

Ma all’estero questa nostra abituale e pervicace identità comincia a fluttuare, senza appoggi e senza punti di riferimento, e allora la parte di noi esploratore-viaggiatore-bambino può venir fuori e cominciamo finalmente a vivere.

E’ una scoperta magnifica e ci sentiamo leggeri e allora vediamo foreste e campagne e aurore boreali e animali feroci bellissimi e bucanieri lì dove non avremmo mai immaginato di trovarli.

O di ritrovarli dopo tanto tempo che l’ultimo sogno di bambino si è spento.

Nella foto che ho fatto in metropolitana a New York una domenica mattina, vi è la testimonianza che i bucanieri esistono veramente a New York.

Bisogna solo saperli scovare, indossando occhi da bambino.

La macchina fotografica mi ha aiutato in questo.

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Il mondo visto con i miei occhi- New York 1


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Funamboli-acrobati 6 (il sapore dell’acqua)


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Accettare quel che c’è e nient’altro, certi giorni, è devastante e la giornata diventa un po’ di m..

Ti sembra di avere in mano un gomitolo aggrovigliato, inestricabile, pieno di desideri e sogni popolati da ghepardi pronti a darti la zampata.

E’ una tragedia, grande o piccola che sia, è sempre una tragedia per chi la sperimenta.

Ma come dicevo nelle precedenti letterine di questo blog, l’arte sta proprio nello scovare la bellezza nelle tragedie quotidiane. Così diventiamo, nel nostro piccolo, artisti.

E se avete pazienza vi propongo il mio modo di vedere la questione. Sarebbe anche interessante se chi legge proponesse il suo.

Dicevamo, dunque, non solo desiderio da desiderare: ciò che in quel momento ti manca e non c’è, ma il desiderio divenuto necessità. Lo vuoi perché pensi  di averne diritto ad averlo.

Diventa una questione di giustizia cosmica che travalica qualsiasi limite universale.

Cerchi di non pensarci, fai acrobazie con il pensiero, che neanche quelli de Le Cirque du Soleil saprebbero fare, pur di liberarti da quell’idea fissa che continua a girare nel tuo cervello come una moto lanciata a 340 all’ora sul circuito del Mugello.

Sembra che sia questione di sopravvivenza e senti come sentiresti il sapore dell’acqua dopo il 20esimo giorno di camminata in solitaria nel deserto del Sahara, che chi te lo ha fatto fare, che al massimo sei buono per una passeggiatina in centro.

Ma perché, scusa,  l’acqua ha un sapore?

Si, anche le cose che sembra non abbiano niente a che fare con il gusto in situazioni normali, acquistano un sapore quando ne senti profondamente l’assenza.

La loro mancanza la percepisci proprio in bocca, cerchi di masticare ed ingoiare, ma quel niente si ferma a metà  gola e da lì parte, contro la tua volontà, un impulso che arriva dritto agli occhi e questi cominciano ad inumidirsi… e non è per la cipolla che stai tagliando.

Saranno lacrime??

Porca miseria, non sono mica una femminuccia, che succede!!

Ma non è finita ancora!

Il  cervello inizia a  giocarti uno scherzo poco simpatico: scatena una batteria di ricordi che nemmeno i fuochi d’artificio della sera del 3 della festa di Sant’Agata a Catania.

A questo punto sei fregato. Rimani come affascinato dalle visioni che quei ricordi scatenano davanti ai tuoi occhi: di quando quell’acqua che adesso ti manca, accarezzava la tua bocca e ti dava gioia pura e profumata.

Ci sono due modi diversi di ricordare.

Uno è quello che gli psicologi chiamano memoria episodica che riguarda singoli eventi e situazioni che ci sono capitati nel passato. Questo modo di ricordare è soggetto fortemente all’azione del tempo che tende a cancellare o a trasformare i dettagli di questi eventi e quindi non è molto affidabile.

Un’altro modo di ricordare è invece molto più profondo e ritengo assolutamente più importante.

E’ la memoria di un passato che si è materialmente inscritto in te, nel tuo carattere, nella tua vita, nella tua essenza più intima.

In genere questo tipo di ricordo non è legato a singoli eventi ma più spesso riguarda persone con le quali hai percorso strade su cui avete posato i piedi uno  accanto a quelli dell’altra e che, per ragioni  diverse, adesso così non è più.

In questo caso ricordare è  riconoscere come quella persona ci ha cambiato e come una parte di lei sia ormai “embedded” in noi, fa parte cioè di noi, del nostro essere e non è separabile, non più.

Poche persone mi hanno lasciato questo tipo di ricordo.

Sicuramente lo è mio fratello che non è figlio di mia madre, ma amico da quasi 40 anni, incontrato in un aula universitaria nei giorni pisani delle battaglie notturne tra studenti e paracadutisti della Folgore.

Una di queste persone è mio figlio.

Quando un giorno, aveva11 anni, con lo sguardo mi ha cercato tra gli spalti di una piscina dopo aver segnato il suo primo goal in una partita di pallanuoto.

Lui ha guardato me e solo me.

Adesso, che qualche anno è passato, preferisce guardare gli occhi a mandorla della sua ragazza, ma va bene così: lui non lo sa ma sono un uomo completamente diverso proprio per quello sguardo che mi ha rivolto pieno d’orgoglio, più di 11 anni fa.

L’altra persona, della quale ho ricordo del secondo tipo di cui accennavo, è una ragazza.

Lei non lo sa, ma con i suoi occhi grandi e neri  per la prima volta mi ha fatto sentire padre di una figlia non mia.

E’ successo un giorno che il suo sguardo triste ha incrociato il mio, chiedendomi perché, alcuni  non hanno proprio l’idea, neanche vaga, di cosa significa essere padre e della gioia che si prova ad ascoltare il respiro dei figli.

Stupidi padri che rincorrete i soldi e la carriera e che siete così stanchi la sera che quegli occhi neri non li guardate nemmeno e vi perdete tutto il mondo che ci sta dietro, le speranze, i dubbi e le gioie e le ansie e gli amori.

E tu, si tu, maledirai ogni giorno che non ti sarai goduto, ogni carezza non data a quei capelli quando ce li avevi a portata di mano, e ogni parola non detta e ogni abbraccio non dato.

Tu che padre non hai mai voluto esserlo perché per te era più importante essere che non esserci.

E tu che non hai capito che la libertà e la migliore espressione di te stesso li ottieni se segui l’attitudine a rimanere piuttosto che ad andare via.

Nella foto due ragazzi che danzano una danza che non ricordo quale fosse.

Quando ho scattato la foto ho incrociato i loro sguardi e ho compreso.

Ho avuto la fortuna di aver avuto accanto, per un po’, un’ acrobata: spesso ballavamo dovunque ci capitasse e lì eravamo altissimi toccando le nuvole.

Come i due ragazzi nella foto.

Adesso che i nostri sguardi non danzano più assieme ormai da qualche tempo, sembra come essere ad una festa quando la musica è finita: ti guardi attorno un po’ desolato, e ti mangi l’ultima pizzetta  rimasta, e fredda pure.

Mi ritrovo certe sere  a ricordare e, quando mi addormento, sogno il goal di mio figlio ed il suo sguardo e gli occhi neri della ragazza divenuta figlia e l’amico lontano.

E sogno di danzare ancora una volta con l’acrobata, sospesi assieme, su in alto su una fune, cercando di disobbedire alla gravità.

Però lei, di essere acrobata ancora non lo sa, perciò non diteglielo per piacere.

Il fatto è che, quando l’arcangelo Gabriele (protettore degli acrobati) ci ha fatto incontrare, lei aveva il disperato bisogno di una fune e io di un’acrobata.

Ma io la fune non l’avevo e lei non era ancora diventata un’acrobata.

Non solo, ma era già troppo tardi per tornare indietro: ci volevamo già bene.

Il punto fondamentale è che lei, “l’acrobata non ancora acrobata”, è stata la prima e l’unica a farmi venire veramente voglia di cercare una fune.

Ora rimane il ricordo del sapore dell’acqua, e immagino di avere quella fune e di provare a camminarci su in equilibrio instabile, allenandomi per quando il tempo, forse, arriverà.

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Funamboli-acrobati 5 (la pazza bellezza)


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La bellezza non è mai facile.

(E non mi riferisco al soggetto immortalato nella foto!!!)

La bellezza ci vuole tempo per realizzarla, impegno e pazienza ed un certo gusto per l’incerto.

Ma sopratutto tempo, tutto quel tempo che andrà sprecato se invece preferirai e sceglierai la strada più facile e breve.

La bellezza, quella che anche noi comuni mortali possiamo creare non è nell’opera d’arte ammirata da tutti, nel quadro o nella scultura che rimarrà per secoli testimonianza del suo creatore, artista e genio.

Mi riferisco piuttosto alla bellezza che è possibile costruire, ogni giorno, a partire dalle cose storte, da quelle  bruttine o imperfette, o anche dalle storie che partono male, dalle relazioni fra persone non proprio ben assortite, da gruppi di lavoro con qualcuno che proprio non è il massimo della competenza nel suo campo, con gente pasticciona e improvvisata.

Ci arrabbiamo moltissimo quando notiamo, chissà perché sempre negli altri e solo in loro, mancanze, errori, disattenzione e stupidità o a volte improvvisi lampi di pura follia.

L’albero che è cresciuto storto in giardino va tagliato, l’erba che nasce spontanea e che noi chiamiamo infestante, va eliminata, il cane del vicino che non ha il pedigree è un meticcio o un bastardino (detto con falsa pena e commiserazione). Il migrante negro, anche lui non ha il pedigree. Rimandiamolo a casa (per il suo bene, certo).

Ed il bambino con un cromosoma in più (Down) deve frequentare una classe a parte e non può stare con gli altri bambini con un cromosoma “in meno” (Normali). Ed anche i bambini ciechi: che stiano in classi speciali.  Così i bambini normali cresceranno con l’idea che è bello e buono solo ciò che è perfetto, che non ha crepe, che non ha cicatrici, tagli, buchi o bruciature.

Ciò che è rotto, che non funziona alla perfezione va buttato, eliminato, riciclato al più, ma deve scomparire alla vista dei nostri occhi che possono sopportare la visione solo di ciò che consideriamo normale, sano, integro, lucido, pulito, disinfettato, profumato e soprattutto funzionale ai nostri scopi.

Ed invece c’è una bellezza che possiamo creare quando abbiamo la capacità di tenere in piedi una relazione tra due persone o un gruppo di lavoro che sembrano non avere più speranza di sopravvivere, ma noi, proprio abbandonando la speranza e mettendola nella sua squallida scatola perché non possa più nuocere, andiamo lo stesso avanti, senza speranza appunto e così creiamo un senso.

Non c’è nulla da guadagnare andando avanti, ma andiamo avanti lo stesso.

Ci sentiamo in un angolo, sappiamo che arriverà dolore, ma non piagnucoliamo, né ci lamentiamo e ringhiamo un “Vaffanculo”.

E andiamo avanti.

C’è della bellezza in quel Vaffanculo, c’è un senso ed una idea di grandiosità in quel rifiuto del comune buonsenso.

Nella sfida c’è la nostra salvezza e la nostra dignità e la nostra essenza più vera; senza buonsenso e senza speranza che sono come i venditori di auto, così plausibili, così ragionevoli, così dolciastri e stucchevoli.

C’è in questo un riappropriarsi di quella parte di noi stessi che ha a che fare con il branco ed i lupi, con il loro schietto amore per la sopravvivenza del gruppo e dei suoi componenti.

Io sono sicuramente storto e non credo di riuscire a migliorare un granché con il passare degli anni. Già infatti molti ne sono trascorsi, di anni, ed i risultati non sembrano eccezionali.

Sono certo, però, che il mio branco mi vuole bene lo stesso.

Nella foto, una anziana donna con il velo nero che le copre il capo. Non so per quale motivo stesse piangendo; per pudore ho scattato la foto da lontano.

Chissà se anche lei é senza speranza ma con un branco che la protegge.

Se è così, bellezza è stata creata.

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Funamboli-acrobati 4 (il viaggio)


suonatore di fisarmonica-3

E’ difficile la vita di un io senza un tu.

Immaginate di essere a bordo di un autobus ed il viaggio è molto, veramente molto sgradevole.

(Sto per raccontarvi una storia immaginaria non inventata da me, ma per adesso non vi dico chi l’ha creata, altrimenti smettete subito di leggere, ed io invece vorrei che continuaste, perché il pensiero che viene espresso può essere interessante).

Dunque dicevamo, siete seduti su questo schifoso autobus con un sacco di altra gente e non sapete dove state andando ed il viaggio è lungo.

C’è un gran caldo, non c’è l’aria condizionata, voi sudate e anche i vostri compagni di viaggio sudano e puzzano, l’aria è maleodorante anche perché il wc chimico non funziona e la gente orina e defeca di fronte a voi accovacciati tra un sedile e l’altro.

I bambini urlano e piangono, la vostra schiena poggiata sul sedile di legno urla di dolore.

Nonostante tutto, la gente attorno a voi continua a raccontare strane e assurde storie, ridicole e senza alcun fondamento logico a riprova che nessuno sa esattamente quello che  succede e dove si va.

Ad un certo punto però tu, si proprio tu, con la coda dell’occhio noti che qualcuno ti sta osservando e ricambi lo sguardo.

In quello sguardo dell’altro ti accorgi che vi è la stessa angoscia e paura che sta assalendo te. Lo stesso disgusto, la stessa impotenza.

Allora ti rendi conto che tu e lei siete sulla stessa barca, nella stessa terribile situazione.

E presto ti accorgi che questo vale per tutti i passeggeri di questo pazzo autobus dove sei capitato.

Certo non tutte le persone hanno verso di te lo stesso sguardo della  persona che per prima ha incrociato i tuoi occhi .

Ma è solo questione di livelli di coscienza, o di intesa che può capitare solo tra due anime che si sentono istintivamente un po’ gemelle.

Comunque le storie che si raccontano tra di loro e gli sguardi sono piene di terrore e paura per tutti.

Sono impauriti, frastornati, angosciati, persi, esattamente come lo sei tu.

Raccontano storie assurde, mentendo ed ingannando per esorcizzare la paura, come fai tu.

Comprendi allora che l’unico atteggiamento ragionevole è quello della tolleranza, della sollecitudine e della pazienza nei confronti dei tuoi compagni di viaggio.

E anche di amore.

Loro sono come te, con la stessa paura. Vivono le stesse angosce. Ingannano e mentono perché vivono un viaggio che è caos, grida, dolore. Lo stesso viaggio che tu stai affrontando.

Cosa li può e ti può salvare?

Solo quello sguardo dell’altro che incrocia il tuo ed in cui riconosci il tuo stesso destino ed i tuoi stessi sentimenti profondi.

Allora quello sguardo in cui ci riconosciamo, io e tu, diventa una forza potente e sovversiva che scardina temporaneamente le leggi del caos e della distruzione.

Ma siamo capaci ancora di concederci questo sguardo che incrocia gli occhi di un altro?

E abbiamo soprattutto la capacità, quando arrivano le tempeste, di ricordarci che stiamo viaggiando, io e tu, sullo stesso assurdo autobus?

L’uomo che suona la fisarmonica nella foto, incontrato una mattina di maggio in piazza Duomo a Catania, è uno di quegli altri che viaggiano assieme a noi nell’autobus della vita, ma  che  raramente degniamo di uno sguardo.

Suonava la sua fisarmonica senza che nessuno lo ascoltasse, veniva dalla Romania e cercava un fermata di quel maledetto autobus, giusto per riposare un po’.

Il nostro sguardo s’è incrociato per un attimo e allora ho avuto la netta percezione che quel viaggio lo stavamo percorrendo assieme, io e lui.

Questo racconto, riadattato da me liberamente, è stato proposto da Schopenhauer, filosofo famoso per il suo pessimismo; se ci rifacciamo a quello che i testi di scuola riportano. A me sembra tutt’altro !!!

Per quelli che considerano questa storia immaginaria come l’espressione di un bieco e moralistico buonismo, ritengo possano riflettere che non si tratti di questo ma di un semplice metodo di sopravvivenza intelligente, se proprio  la vogliamo mettere da un punto di vista estremamente realistico e un po’ cinico.

Io  non viaggio da solo su quell’autobus, ho dei compagni di viaggio che non ho avuto, per la maggior parte dei casi, la possibilità di scegliere. Così è, che mi piaccia o meno.

Ti voglio bene.

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