It’s all about people – (Copenhagen)


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Una difficile scelta

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Nero & Bianco

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Forever young

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Vediamo chi arriva prima!

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a kind of Happiness

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Il mondo visto con i miei occhi -(Nessuno)


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Itaca


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“Loro ridono di noi perché siamo diversi e noi rideremo di loro perché sono tutti uguali”

Questa è una citazione d’apertura che ho letto nel prologo di un libro. Non so di chi è.

Interessante perché mi ha costretto, la citazione di cui sopra, ad abitare lo spazio di alcune domande a cui non ho precisa risposta o soluzione, ma già di per se abitarlo, questo spazio, può essere un inizio o un ritorno a casa.

Perché a volte ci sentiamo profondamente diversi e quando lo siamo realmente ci becchiamo le risate di scherno da parte degli altri? ( le risate quando va bene……!!!)

Le diversità creano barriere, incomprensioni, separazioni, lotte familiari, divorzi, guerre, terrorismo e fondamentalismo religioso, segregazione, razzismo e migranti in fondo al mare.

Eppure dalla diversità e da idee originali e non “normali” nascono progresso, innovazione, arte, tecnologia, in sostanza ciò per cui come umani ci distinguiamo dagli altri esseri che abitano il mondo che conosciamo.

Ma allora perché ammiriamo la diversità in quelli che la mettono in pratica nelle arti, nella scienza, nella tecnologia ed invece la combattiamo subdolamente e ci fa paura quando la vediamo accanto a noi, nelle persone che in una maniera o nell’altra sono prossimi per vicinanza di familiarità o di luogo: i figli, le mogli, i compagni, gli amici, i colleghi di lavoro, ma anche il migrante siriano che “invade” la nostra terra o il ragazzo con il cromosoma in più e gli occhi da cinese (sindrome di Down) che abita nell’appartamento accanto al nostro?

Mi direte che le ragioni sono tante: educazione, cultura, razza, ideali, religione, disuguaglianze economiche, convinzioni politiche, regole e usanze sociali, storia, paure.

A questo punto vi propongo una provocazione.

E se la causa di tutto questo fosse, alla radice, invece una sola?

E questa causa primigenia fosse il tempo, si il tempo.

Noi siamo quello che siamo perché abbiamo, unici su questo pianeta, una percezione del tempo tutta particolare.

Infatti per noi è impossibile vivere nel momento, nell’adesso.

Lo percepiamo, sappiamo che esiste ma non lo possiamo vivere.

Quello che per noi è l’adesso è costituito dai nostri ricordi di ciò che è avvenuto prima e dalle nostre aspettative di ciò che verrà e questo equivale a dire che per noi non c’è un adesso.

Questo continuo e schizofrenico andare indietro nel tempo con i ricordi e passare avanti nel futuro con le aspettative e i desideri ci procura la maggior parte delle insofferenze, dispiaceri e infelicità che percepiamo continuamente come sottofondo musicale della nostra vita.

Quello che ci salva, per modo di dire, dalla completa pazzia o depressione totale è la nostra capacità di raccordare due cose che non esistono e non sono reali affatto, il passato ed il futuro, con qualcosa che è invece tangibile e tranquillizzante e che spalmiamo sulla nostra vita come fosse nutella su una fetta di pane. Questa nutella, dolce ma un pò stucchevole, sono le nostre abitudini di tutti i giorni e la “normalità”, che in fondo non è altro che seguire gli altri nelle loro abitudini.

La diversità, l’allontanarsi dalle abitudini, è uno strappo su questa superficie liscia e lucida di pane e crema di cioccolato.

E’ una interruzione in quel processo continuo di andare e tornare tra passato e futuro che ci rende inquieti, ansiosi e poco disponibili nei confronti dei diversi.

Agire al di fuori delle nostre abitudini, essere diversi ed accettare la diversità degli altri ci impone invece di stare nel momento, sentendo il brivido che questo produce.

Se ci fate caso quelli che noi consideriamo diversi è gente che è riuscita a volte a stare  nel momento ed è per questo che noi li percepiamo diversi.

Se vediamo un ragazzo Down mentre gioca una partita a calcio su un prato di periferia e nel bel mezzo di una concitata azione di gioco di fronte la porte avversaria si allontana per andare a raccogliere una margherita che ha visto al margine del campo, ecco questo per noi non è normale perché noi non viviamo il momento che per lui invece è la sola realtà.

E se poi, sempre il ragazzo Down, esulta quando gli avversari fanno goal, ecco per noi non è normale perchè nello sport c’è il mio avversario e non si può vincere tutti e due e soprattutto non si gioisce quando è lui a vincere.

Sono, questi, strappi al processo del tempo che lo fermano su un momento, eliminando il passato (inesistente) ed il futuro (mai visto) con i suoi obiettivi da raggiungere, interessi da soddisfare, vantaggi da procurare, progetti da acquisire. Di queste cose noi “normali” non possiamo farne a meno.

Fosbury che , nel corso dell’ Olimpiade del 1968, salta l’asticella per primo con una tecnica assurda: all’indietro dandogli le spalle e non  guarda l’ostacolo nel momento decisivo. Cosa fuori da ogni logica per tutti gli altri che saltavano in maniera “normale” con il salto ventrale.

Guardate i filmati dell’epoca e vedrete gente che dopo quel salto, sugli spalti si sganascia dalle risate o rimane a bocca aperta. Peccato che pochissimo tempo dopo, tutti seguono la sua nuova tecnica.

Lui con la sua diversità produce uno strappo nel tempo facendo diventare gli altri, e la loro tecnica di salto in alto, dei dinosauri.

Marcel Proust che ne “La ricerca del tempo perduto”, sua opera più famosa, spende circa 50 delle 3.000 pagine del libro solo per descrivere le sensazioni legate ad una tazza di tè.

Per noi normali questo è folle, ma lui sospende il tempo, lo stira e lo spezzetta fino all’inverosimile per capire l’essenza delle cose e degli oggetti più banali della nostra vita quotidiana e lì per un attimo ritrova la gioia del momento e sospende la corsa schizzofrenica tra passato e futuro.

E potremmo continuare con Steve Jobs che abbandona l’università per frequentare un corso di calligrafia: sospende il corso normale, quello per intenderci che consigliamo ai nostri figli: scuola, università, lavoro sottopagato o diventare cervello in fuga all’estero e produce uno strappo, ponendo le basi per la rivoluzione nel mondo dei personal computer.

Perfetto. E allora? mi potreste dire.

Io non ho ricette, né posso insegnare ad alcuno a vivere (anche perché ancora devo impararlo io).

Però a questo punto una riflessione si può fare. O meglio mi viene voglia di fare un’altra domanda (le domande sono come le ciliegie!!).

C’è qualcosa, oltre le abitudini,  che può servire, magari momentaneamente, a farci uscire dalla corsa del criceto sulla ruota tra passato e futuro e fermarci per un attimo, raccordando il tempo?

Esiste un luogo o qualcosa che ci possa permettere, magari anche a tempo scaduto, di ricomporre il tempo spezzato dalla diversità che guardiamo con occhi di terrore a volte negli altri?

Ci ho pensato e non so se può essere una risposta sensata, ma io ve la dico lo stesso.

E se questo qualcosa fosse la capacità di amare?

Se ci fate caso la maggior parte delle relazioni si spezzano perché uno dei due si sente, magari dopo anni, troppo diverso dall’altro, finiscono così i matrimoni, le amicizie e anche i rapporti di lavoro in una azienda.

Ci sentiamo o diventiamo diversi e la diversità ci impone di rompere i legami presi in epoche diverse e poco prima che ciò accada finisce l’amore che proviamo per l’altro o la stima e la fiducia che riponevamo in lui o lei. Non esiste più un tempo comune.

Quando invece proviamo amore intenso la sensazione che abbiamo è che il tempo si fermi e noi stiamo “nel momento” con la persona amata, stiamo con lei o lui in uno spazio che esclude gli altri che vivono invece in un mondo normale in cui il tempo è un processo avanti e indietro e non un momento completo in sé.

Allora la capacità di amare potrebbe essere strumento potente per raccordare i tempi (passato e futuro),  e farci stare qualche volta nel momento, in ciò che ci succede adesso, e ricomporre così gli strappi prodotti dalle diversità di ognuno di noi.

Mi viene in mente l’Odissea e una delle più belle storie d’amore mai raccontate, quella di Ulisse e Penelope, che è il fulcro di tutto il fantastico racconto mitologico di Omero. Nell’Odissea questo fulcro è il ritorno a casa, mentre nell’Iliade è l’assedio determinato e feroce di ciò che hai sempre desiderato.

L’Odissea è storia di tempi spezzati dalla lontananza, di momenti trascorsi ognuno con le proprie peripezie (Ulisse con maghe, ciclopi e sirene e Penelope con i Proci e la sua tela) e di ritorni e ricomposizione di legami e raccordo di tempi.

La storia la conosciamo tutti, ma qui mi piace ricordare il penultimo episodio: il ritorno di Ulisse ad Itaca, da Penelope.

A parte la carneficina dei Proci fatta da Ulisse, è tenerissimo l’incontro tra Penelope e colui che lei non riconosce più perché cambiato fisicamente e invecchiato. Il tempo comune di loro due è stato spezzato dalla lontananza, hanno vissuto vite diverse, sono passati 20 anni, che li hanno fatti diventare altri da quelli che erano.

Ulisse, che per intelligenza e genio non era secondo a nessuno, comprende e accetta in un primo momento di dormire lontano dal suo talamo e da lei.

Solo dopo dice a Penelope qualcosa che permette di ricomporre il loro tempo, raccontando a lei come, anni prima, aveva costruito il loro talamo da un grande olivo che aveva tagliato e scavato con le sue mani per ricavarne il letto dove avevano dormito e si erano amati, prima che lui lasciasse Itaca.

Solo allora Penelope riconosce ed è sicura che quell’uomo è Ulisse. Omero dice:” …..ed in quel momento a Penelope si sciolsero le ginocchia e venne meno il cuore”. Bellissimo.

Solo loro due conoscono il segreto del talamo e quindi, ora, Penelope è certa che lui è Ulisse. Il  tempo  è stato ricomposto ed è di nuovo unico per loro. Ora esiste il momento, lo spazio, o meglio il tempo unico, in cui Penelope e Ulisse si possono amare.

Forse Ulisse, o meglio Omero, voleva suggerire che il significato della vita sta nei momenti: certo non in tutti, ma solo in alcuni.

Non sto dicendo che Omero fosse così malvagio da consigliarci di vivere i momenti (come fanno alcuni pseudo maestri orientali) perchè sarebbe stato da parte sua una profonda cattiveria suggerire qualcosa che è impossibile. Solo che quando arriva quel momento, dovremmo riconoscerlo e fare ciò che è necessario fare senza rimandare aspettando tempi migliori.

Quindi la prossima volta che proviamo a ricomporre un legame spezzato dovremmo, fare come fece Ulisse: innanzitutto raccordare e mettere in sintonia il tempo nostro e quello della persona amata. Poi magari abbracciarsi. Quindi raccontare cosa è successo nel tempo della lontananza, fare poi l’amore (se possibile) e dopo, solo dopo, addormentarsi.

Magari provate a farlo stasera.

(nella foto due che mi rassomigliano molto ad una Penelope ed un Ulisse, incontrati per caso in una via di Bucarest)

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Tornando a casa


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Viaggio spesso per lavoro. Quando posso viaggio anche con grande piacere per vedere luoghi e persone che mi interessano ma non per lavoro.

Ed una parte sicuramente piacevole del viaggio è l’ultima, quella che ti porta di nuovo verso casa.

Da qualche tempo, mi sono messo in testa, sarà forse l’età, di fare il possibile, e certe volte anche l’impossibile, per vivere la vita facendo surf sulle onde invece che immerso sott’acqua sempre sul punto di affogare travolto da correnti marine, nel buio e nei gorghi della paura.

In sostanza vorrei godermi la vita invece che subirla, smettendo di attendere che qualcun altro componga per me la musica perfetta, preferendo costruirla io e suonarla io, magari imperfetta, ma che sia salvacondotto per la passione.

Questo atteggiamento necessita l’abilità costante nell’estendere i significati di eventi, fatti e pensieri che sono per noi particolarmente piacevoli.

Faccio un esempio e mi lego a quello a cui accennavo prima: tornare a casa.

Ora, tornare a casa è l’evento piacevole legato al ritorno da un viaggio, quindi riferito al punto di partenza che si è lasciato per iniziare un percorso.

Ma per un attimo lasciamo perdere il viaggio.

Vorrei fermarmi al concetto di casa e mi domando cosa può essere assimilato alla casa, non nel senso delle mura però.

Ci penso e mi sento felice, come se proprio tornassi a casa, anche quando:

Riabbraccio una persona cara che non vedo da tanto tempo. Anche questo è tornare a casa.

Ascolto una canzone che mi ricorda un pomeriggio sotto un noce secolare accanto a mio nonno che mi racconta un pezzo della storia della sua vita. Anche questo è tornare a casa.

Sento al telefono mio figlio dall’altro capo del mondo che mi racconta la giornata trascorsa a rendere felici un manipolo di australiani con una fantastica caponata alla siciliana. Anche questo è tornare a casa.

Apro per caso un libro, tra i tantissimi che ho nella mia biblioteca, dove trovo nell’ultima pagina ciò che ho scritto più di 30 anni prima: una dedica a colei che sarebbe stata la mia donna, immaginandola perché a quel tempo non c’era ancora. Anche questo è tornare a casa.

Mio figlio che apre per caso un libro della mia biblioteca e trova un bigliettino chiuso in una busta che suo padre aveva scritto per lui sapendo che forse un giorno l’avrebbe letto, appunto per caso. E vedo la sua emozione quando ha finito di leggere. Anche questo è tornare a casa.

Una colazione in un albergo lontano da casa. Per caso si siede accanto a me una persona a cui voglio molto bene e mangiamo allegri una fetta di buon pane con burro e marmellata. Anche questo è tornare a casa.

Sogno, durante una notte buia ed agitata, mio padre che mi accarezza il viso e tutto si rasserena e si illumina. Anche questo è tornare a casa.

Chissà quante volte ci capitano durante la giornata cose che sono un “tornare a casa”, ma non le riconosciamo e non le facciamo diventare piacevoli ritorni.

Mentre scrivo queste righe sull’aereo che mi riporta a casa da Copenhagen, una bellissima sorpresa: un paio di ragazzi compaiono con chitarre  e microfono e cantano per tutti alcune dolcissime canzoni danesi.

Nella foto un disegno che mi è stato regalato da una persona che, sull’aereo, me ne ha voluto fare dono.Grazie Heartmad.

Un bel ritorno a casa, pieno di onde, tutte su cui fare surf.

 

 

 

 

 

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Le donne sono donne sin da piccole


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Le donne sono donne sin da piccole.

Nascono donne.

Gli uomini no, ed alcuni non lo diventano mai.

Sempre pericoloso fare generalizzazioni. Usare la nostra limitata esperienza con pochi casi sperimentati e definire sulla base di questi caratteristiche comuni a tutti o ad un genere, risulta spesso falso e fuorviante.

Fissiamo nella nostra memoria, in maniera indelebile, una brutta o sgradevole esperienza con qualcuno e quel qualcuno diventa il rappresentante di una categoria, da quel momento in poi da guardare con sospetto e da assoggettare a stretto e continuo controllo.

Noi questo facciamo ogni giorno: usiamo la nostra esperienza, anche se molto limitata ed estraiamo regole generali; facciamo analogie con situazioni che ci appaiono simili ma che invece ad una riflessione più approfondita tali non sono.

A proposito di donne, adesso che qualche lustro è passato ed anche se, come abbiamo detto, analogie e generalizzazioni non sono sempre valide, mi sento di fare qualche osservazione basata sulla mia vita con loro, le donne dico, sia nell’ambito del lavoro, sia legate ai miei ricordi di bambino cresciuto in una famiglia in cui le donne prevalevano in numero………e non solo.

In casa, fino all’età di 11 anni, prima dell’arrivo dell’ultimo nato dei fratelli Fisichella, eravamo solo io e mio padre rappresentanti della categoria maschi.

Subivamo nettamente la minoranza, due maschi  contro loro, le donne, ben quattro: mia mamma, mia sorella, mia nonna paterna che viveva stabilmente con noi e una tata anche lei parte indissolubile di questa famiglia declinata decisamente al femminile.

A questo ampio gineceo, come se non bastasse, si aggiungeva con regolarità spaventosa, ogni estate  che io mi ricordi, per almeno tre mesi l’anno, una anziana zia di mio padre, vedova, ma arzilla e con una verve da paura.

Ogni anno, alle prime avvisaglie di tempo estivo, in pratica subito appena finita la scuola, la zia si presentava a casa con valige e piglio militaresco per rimanerci fino a settembre, giusto in tempo per raccomandare a noi bambini, per il nuovo anno scolastico, di studiare e guadagnare ottimi voti che  l’anno successivo si sarebbe premurata di controllare una volta tornata per le sue immancabili vacanze siciliane, precisa come un orologio svizzero, come sempre a casa nostra, naturalmente.

Ma nonostante qualche rimprovero di troppo subito, ho un ricordo bello della zia e bellissimo di mia nonna.

Se qualcosa oggi ne so in tema di cucina, nel senso che ho una certa sensibilità nel mettere d’accordo gli ingredienti per fare un buon piatto di pasta, o un secondo decente, lo devo soprattutto alle mattinate estive che spesso passavo con loro, la zia e la nonna, guardandole armeggiare in cucina con una abilità ed un amore che non posso dimenticare, assieme ai profumi inebrianti dei piatti che preparavano.

Mia nonna Eleonora e mia zia Lina, erano fantastiche non solo in cucina; portavano sempre con loro una saggezza antica, erano senza dubbio il punto di riferimento per ogni problema pratico si verificasse in famiglia.

Oggi, che loro due  sono andate via ormai da un pezzo, mi viene voglia di analizzare e scoprire, distillandole, quali fossero le regole che adottavano nella vita di tutti i giorni.

Penso di poterle riassumere nelle tre seguenti:

1- non avere paura di nessuno (forse perché erano sopravvissute a due guerre) e non barattare mai le possibilità di felicità per qualche scampolo di sicurezza

2- possedere, e sviluppare continuamente, un rilevatore di cazzate estremamente sofisticato. Che io mi ricordi , per esempio, non le ho mai sentite abbandonarsi alla malinconia da rimpianto, tipica (cazzata) invece degli anziani ormai un po’ rincoglioniti, coscienti come erano, le due, che nessun passato, anche il più felice che sia capitato, può mai rasserenare il futuro.

3- coltivare un lato del loro carattere molto tenero e sensibile e renderlo spesso visibile e disponibile agli altri (quando ero bambino se mi succedeva qualcosa era mia nonna la sola capace di confortarmi)

Se adesso ripenso ad alcune più o meno recenti esperienze che ho avuto nel lavoro, accanto a donne nell’ambito della mia professione (marketing e comunicazione) e analizzo a posteriori le mie colleghe che più di tutte rappresentavano un punto di riferimento in azienda, al di là della loro posizione gerarchica , queste erano proprio coloro che nelle attività lavorative quotidiane mettevano in atto, in una maniera o nell’altra, le tre regole di cui sopra.

Semplificare, ne sono cosciente, può essere fuorviante e riferirsi a regole di comportamento che dovrebbero produrre vite felici e di successo è sicuramente illusorio ed ingenuo, però, detto questo, forse qualcosa di buono nelle regole di nonna e zia c’è.

Magari perché non provare a scrollarsi di dosso le false categorie che la società di oggi impone, soprattutto alle donne, legate a perfezione e durezza mascolina: sempre belle e senza rughe, sempre in ordine, sempre assertive e aggressive a lavoro, sempre super efficienti ed intransigenti in famiglia, sempre alla rincorsa di un modello maschile legato a: soldi, ville mega e auto superSUV, comprensivo oggigiorno anche di: cervello in pantofole, paure cosmiche e assenza di capacità di sopportare le difficoltà senza immergersi in una consolatoria, lunga e profonda tristezza e depressione, con inevitabile abbonamento annuale a sedute settimanali dallo psicologo.

Se poi si lamentano, le donne, che i maschi sono tutti inaffidabili e cazzoni, è perché, a volte, talmente si sforzano di rassomigliare a loro, ai maschi, che finiscono irrimediabilmente per identificarsi con loro e non sanno più riconoscere e scegliere invece gli uomini, hanno perso la capacità di saper quale è il grano e quale la zizzania.

Non sanno più far funzionare il rilevatore di cazzate e di cazzoni che avevo visto utilizzare egregiamente da nonna Eleonora e dalla zia Lina in tante occasioni.

Se recuperassero le regole di nonna Eleonora potrebbero addirittura compiere, penso, un immenso servizio alla nostra comunità umana: accelerare il processo di evoluzione dei maschi (troppi) in uomini (troppo pochi).

Esempi di maschi mai diventati uomini?

Solo alcuni, quelli più distruttivi, quelli che scardinano qualsiasi possibilità di vivere una vita serena assieme di un uomo con una donna:

-pseudo-padri, assenti e/o latitanti

-maschi, violenti e/o violentatori

-drogati da lavoro

-separati e divorziati che divorziano non solo dalla moglie, ma anche dalle proprie responsabilità nei confronti dei figli

-ominicchi, quaquaraquà e leccaculi di tutti i tipi.

Nelle foto una bambina indonesiana mentre posa per un ritratto fatto in strada, in piazza Navona.

Senza nessuna indicazione da parte della madre (alla quale ho chiesto il permesso di fotografare la figlia) e del ritrattista (disegnatore di grande bravura di origini argentine), la dolcissima bambina, in maniera assolutamente naturale, mostrava con piglio sicuro le diverse sfaccettature tipiche di una donna.

E’ vero: le donne sono donne sin da piccole!

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Where are we now?


BARCA SOLITARIA SCILLA (1 di 1)

Dove sono adesso? è una domanda interessante da diversi punti di vista, che da un po’ di tempo a questa parte mi faccio spesso, non solo quando viaggio, o che faccio ad altri.

Forse molto meglio fare ad una persona cara, che non si sente da parecchio tempo, la domanda dove sei adesso? piuttosto che la trita e ritrita e per nulla realmente interessata: come stai?

Il “dove sei adesso?” ci da tante informazioni sulla persona, o su noi stessi se ce la facciamo, di tanto in tanto.

Noi siamo quello che siamo e ci sentiamo come ci sentiamo in relazione a tutto ciò che ci circonda in termini spaziali: persone, luoghi, cose, case, panorami, urla, sorrisi, cieli, mare, colline, colori, odori.

E per comprendere come lo spazio che ci circonda ci definisce e definisce i nostri umori e sentimenti, immaginiamo per un attimo cosa ci succede quando dopo un lungo viaggio in aereo siamo catapultati in un luogo a noi completamente estraneo, in cui i nostri usuali punti di riferimento sono scomparsi del tutto: altri colori, altri cieli, altre tipologie di architetture, odori sconosciuti, persone con facce e fisionomie mai viste.

Il senso di straniamento che ci pervade per i primi momenti e forse per qualche giorno.

Poi passa abbastanza rapidamente perché sappiamo che torneremo presto ai nostri luoghi di origine dove abbiamo le nostre cose e le nostre case e le persone che fanno parte del nostro abituale spazio quotidiano: amici, colleghi, parenti, figli, compagne.

Non è molto importante il “come stai? “ E’ molto, ma molto più rilevante il “dove sei adesso?”

David Bowie, pochi mesi prima di morire (gennaio 2016) ha composto una canzone con il titolo: where are we now?

L’ho ascoltata ad un festival della musica a Cortona e ne sono rimasto colpito. Non sapevo che Bowie  non solo fosse cantante e cantautore, ma anche attore e pittore, con una personalità poliedrica e sensibilità magnifica che probabilmente gli ha fatto sentire vicina la fine e lo ha spinto a scrivere questa canzone che suggerisco di ascoltare con attenzione.

Bowie nella sua canzone fa riferimento proprio a quello straniamento che si percepisce quando si sa che a breve si percorreranno strade sconosciute di mondi altrove.

E per un attimo, con un salto quantico, il mio pensiero va a Ellis Island il luogo dove dalla fine del 1800 e per tanti anni sbarcano i nostri nonni e bisnonni che andavano in un altro continente  per cercare per se e per i propri figli un mondo migliore.

Ho visitato quei luoghi, ho visto i brogliacci originali dove venivano registrati i loro dati prima di essere ammessi ad entrare in America.

Ho visto il luogo dove sono stati raccolti gli effetti personali: scarpe, vestiti, bracciali e fedi di quelli che, sapendo che non avevano i requisiti per passare i controlli, si gettavano dalla nave che era ferma in rada, aspettando di entrare nel  porto di Ellis Island.

Dovevano percorrere circa 700 metri nelle acque gelide, in genere di notte per non essere visti, per raggiungere la costa e da li entrare clandestinamente.

Molti non ce la facevano e morivano.

Mi immagino quelli che invece riuscivano ed entravano in un mondo completamente diverso senza nessun punto di riferimento e non conoscendo che sarebbe stato di loro, che futuro gli sarebbe toccato e se ce l’avrebbero fatta a dare sostentamento alla famiglia che si erano portati con loro dal paese.

Penso che la domanda che si ponevano era: dove siamo adesso? e non certo come sto?

Come sto adesso? è invece la domanda che ci facciamo noi adesso, in ogni momento della giornata per capire se abbiamo quello che riteniamo indispensabile per il nostro conforto, se le sensazioni che abbiamo sono di serenità o siamo di malumore. Siamo rivolti verso il nostro interno, attenti a noi stessi e a come ci sentiamo minuto per minuto, ossessivamente.

Abbandoniamo la percezione invece del “dove siamo adesso” che a forza ci metterebbe in relazione alle cose, alle persone e ai fatti che ci circondano nello spazio a noi prossimo.

Quest’anno più di 1.600 bambini sono morti nelle acque del  mare vicinissimo casa nostra, portati, da terre lontane, da padri e madri che cercavano per loro un mondo migliore.

Esattamente come i nostri nonni sbarcati agli inizi del secolo scorso ad Ellis Island.

E noi dove siamo adesso?

E noi dove siamo mentre questi esseri umani arrivano a Lampedusa, la nostra Ellis Island, e affamati e stremati ci chiedono di aiutarli a dare un futuro ai loro figli ?

Noi siamo a chiederci: COME STO ADESSO? COME MI SENTO?

Perfetto.

E’ tutto perfetto così.

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Il mondo visto con i miei occhi – (cappelli da spiaggia)


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Amore, mare, famiglia, pasta e caffè a NYC


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Guardavo una vetrina di Dolce & Gabbana sulla 5th Avenue di una New York immersa in un sole così luminoso che sembrava quasi di essere ad Acitrezza se non fosse stato per qualche grattacielo di troppo, arredate, le bellissime vetrine, come a ricreare un angolo di Sicilia, e sono stato attratto da qualcosa che voleva ricordare, credo, nelle intenzioni degli esperti di comunicazione della maison, alcuni stereotipi  su cui si fonda l’immaginario collettivo dell’Italia nel mondo.

Scritte su una tenda parasole c’erano cinque parole: Amore, Mare, Famiglia, Pasta, Caffè.

Per un attimo, allora, mi sono fermato affascinato dai colori e dall’allegria della vetrina e ho pensato che in fondo in quelle cinque parole si può condensare con un buon grado di approssimazione ciò che è davvero importante per me.

Caspita, capisci ciò che è importante per te guardando una vetrina di Dolce & Gabbana a New York?

Ci vogliono tipi come Dolce e Gabbana per fartelo capire?

E sei dovuto andare fino a New York per avere questa folgorazione come San Paolo sulla via di Damasco?

Questo è successo e credo che sia dovuto al modo in cui io intendo il viaggiare.

Ma non voglio parlare della filosofia del viaggio, perché quando ho visto scritte nella vetrina quelle parole ho pensato a tutt’altro. Mi è venuto un pensierino che ora vi racconto. Seguitemi con un po’ di pazienza, alla fine avrete un certo languirono, ve lo assicuro.

Consideriamo delle 5 di cui sopra, per esempio, la parola amore e confrontiamola con caffè.

Se andate al bar e chiedete un caffè, il barman non ha nessun dubbio, parte subito ad armeggiare con la macchina per l’espresso ed in 20 secondi vi scodella una tazzina fumante con dentro il vostro profumatissimo caffè.

Nessun dubbio, la parola “caffè” esprime esattamente quello che volete: un caffè.

Adesso provate a fare lo stesso con la parola “amore”. E pensate a quello che volete dire quando dite: “io amo”.

Se cercate in un buon vocabolario ci trovate almeno 11 significati diversi.

Ditemi se amare la letteratura è uguale ad amare una donna.

Oppure  quando dite a vostro figlio che lo amate, è lo stesso rispetto a  quando dite che amate stare con i vostri amici, oppure amate fare il vostro lavoro, o fare passeggiate da solo nel parco alle 5 del mattino?

Amate vostra madre come state amando la vostra attuale amante? Credo proprio di no se non siete affetti dal complesso di Edipo!!

Amare è una di quelle parole che non ha un solo significato, ma tanti, purtroppo. Così come matrimonio oppure politica, o famiglia.

E noi con questo tipo di parole spesso simuliamo, oppure non diciamo in quale senso, in quella precisa situazione, la stiamo usando e quale valore gli diamo ed in che senso ci prendiamo responsabilità delle conseguenze.

Non solo, ma in aggiunta e a complicare le cose c’è il fatto che noi nel tempo cambiamo e cambia come vediamo il mondo e come sentiamo noi stessi e le persone che ci stanno accanto.

Ed in genere succede che i tempi e i modi dei nostri cambiamenti non sono in sintonia con i cambiamenti dell’altro.

Tutto questo produce una quantità industriale di dolore, rabbia, recriminazioni, sensi di colpa, rimorsi.

Da qualche tempo cerco di intendere le cose e le parole dando loro significati unici, chiari, che non si prestino a confondere realtà vere e desideri profondi con convenienze del momento o false illusioni create, per esempio, dall’idea, diffusa abbondantemente oggi, del così detto “amore romantico” che ci impone di credere che esiste da qualche parte l’essere perfetto in grado di soddisfare tutte le nostre esigenze.

La realtà è un po’ diversa. Tutti noi abbiamo una vena di follia più o meno nascosta e alla prima cena a lume di candela una domanda intelligente potrebbe essere: “ Che tipo di pazzia è la tua?”

Le relazioni con gli altri, inevitabilmente, mettono in luce le nostre ossessioni, paure, mancanze ma cerchiamo di nasconderle e dissimularle.

A volte desidererei appartenere alla specie lupina. Il lupo non si può permettere di essere vago, allusivo. Non ammette complotti e menzogne. Non può farlo perché metterebbe a repentaglio la sopravvivenza del branco e quindi la sua. Non è nella natura del lupo.

Ma è nella nostra, invece.

Basterebbe ogni tanto accorgersene e tornare, quando si può, ad utilizzare parole con significati precisi oppure quando ci si trova di fronte a parole complesse come amare o voler bene, chiedere sempre:

“Hai detto che mi vuoi bene, ok, mi dici in che senso esattamente?”

Poiché, per esempio, il voler bene sta soprattutto nel fare, la prossima volta quando vi viene l’impulso di dire ti voglio bene ad una persona, anziché dirlo solamente, preparate per lei o lui, prendendovi tutto il tempo necessario, un bel piatto di pasta al pomodoro fresco e basilico, ma che sia “pasta” vera e non come quella che fanno da Pellegrino’s in Mulberry street.

E offritegli alla fine un fragrante caffè, che sia “caffè” però, fatto da voi con la moka, e non come quello che trovate da Starbucks in Madison Avenue.

E se possibile il caffè servitelo in una terrazza che si affaccia sul “mare” profumato di Sicilia.

Anche se la terrazza del Club Quarters hotel non da sul mare, ma è incastonata tra i grattaceli della 51th e Rockefeller Plaza, comunque è veramente uno spettacolo. Andateci a fare una ricca colazione all’americana.

Io che ci sono stato, il profumo del mare non l’ho trovato, ma ero  in “famiglia”: mio figlio ed io.

Felice, allegro e un po’ matto come il tipo ritratto nella foto che ho incontrato in una via di New York nei pressi di Chinatown mentre ballava, con una bottiglia di vino sulla testa, al ritmo di una orchestrina d’altri tempi, intonando una canzone yiddish.

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Il mondo visto con i miei occhi – NYC 2


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Funamboli-bucanieri a NYC


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Chissà perché pensavo a New York come ad una città talmente oppressa da grattacieli altissimi, da strade che sembrano strettissime per ragioni di prospettiva, dove fosse assolutamente impossibile vedere il sole, che fosse impedito, a chi la visita come a chi la abita, la visione di aurore e crepuscoli, di piogge e soli incandescenti.

Mi sono chiesto più volte, prima di partire, cosa andavo a fare in un luogo dove di sicuro non avrei potuto vedere deserti e montagne, foreste e campagne, aurore boreali e arcobaleni e nuvole.

Nel mio immaginario una città costruita come una foresta di grattacieli immensi, che riflettono se stessi all’infinito come nel gioco dei due specchi messi uno di fronte all’altro, non mi avrebbe mai permesso di gustare un riflesso della luna sul mare argenteo in una sera d’estate, né avrei mai potuto godere del fascino dei vicoli stretti e coloratissimi di una strada andalusa.

Ero sicuro che la molteplicità dei paesaggi che ci si immagina di esplorare quando si parte, soprattutto verso un altro continente, sarebbe stata annientata dalla unicità e ripetitività di una megalopoli come New York.

Ero convinto che in una megalopoli il diverso si sarebbe perduto e mi sarei trovato a ritornare, per tutti i giorni che vi avrei trascorso, sempre negli stessi posti, con gli stessi grattacieli, le stesse strade tinte di giallo degli infiniti taxi che le percorrono e gli stessi negozi extralarge sfarzosamente illuminati.

MI sono accorto invece, quando ero già sull’aereo ritornando verso casa, dopo aver trascorso a New York quasi una settimana  che viaggiare per penetrare il mistero ed i segreti di una civiltà diversa (quella americana è senza dubbio diversa dalla nostra mediterranea) conduce ad incorrere a dei malintesi, a dare per scontate alcune impossibilità e a vedere deluse alcune aspettative che normalmente è legittimo avere quando si parte per andare così lontano.

Ora so che se decido di viaggiare per luoghi a migliaia di chilometri di distanza, lo faccio perché finalmente posso acconsentire a sogni di infanzia in cui la visione di terre esotiche lontane si intreccia sempre ad avventure che hanno come ingredienti fondamentali animali ferocissimi, bucanieri su navi impossibili e ragazze dai profumi inebrianti.

Ora mi domanderete, ma scusa Enrico pensavi di trovare tutto questo a New York?

Ecco, se proprio devo essere sincero, no, ma nel più profondo recesso del mio cuore lo speravo.

E l’ho trovato!

Certo non sto dicendo che ho incontrato animali feroci, come pantere e tigri della Malesia con le esatte sembianze di queste, ma qualcosa di molto simile, si.

E ragazze dai profumi inebrianti pure.

E bucanieri anche.

Anche bucanieri? Nooo??!!!

Si, ora non per fare il saputello, ma il termine bucaniere viene dal francese Boucanier ed indicava, nei Caraibi del XVII secolo, cacciatori di frodo che avevano l’abitudine di affumicare la carne in una graticola di legno.

E’ da questo metodo chiamato barbicoa che deriva il termine barbecue per il quale gli americani vanno pazzi e che rappresenta il massimo, per loro, della convivialità e allegria durante i weekend nei giorni di sole.

Vi posso assicurare che nella zona residenziale della Columbia University che si trova nell’Upper West Side dopo il Central Park, un sabato all’ora di pranzo, c’era per le strade un odore di barbecue così intenso che sembrava di stare ai Caraibi durante i baccanali dei peggiori bucanieri di Santo Domingo.

E altro è successo, nei giorni seguenti: sono riuscito a vedere  tutte quelle cose che popolavano i miei sogni di bambino e che ero in qualche modo sicuro di non aver mai potuto vedere in una città come New York dove immaginavo che la modernità, la tecnologia, il progresso e la finanza rampante avessero annullato del tutto qualsiasi riferimento a misteri, avventure, scoperte.

Penso che ciò sia dovuto al fatto che quando viaggiamo per terre a noi ignote, il primo viaggiatore che incontriamo siamo noi stessi e con lui i nostri sogni di bambini.

Questi sogni rimangono nascosti a noi da quando qualcuno decide che siamo divenuti adulti ma che anche da adulti ci portiamo dietro senza accorgercene come una coperta di Linus.

Quando siamo lontani da casa in luoghi non familiari, l’altro nostro io viene fuori e cominciamo a percepire, a vedere in maniera completamente diversa.

La nostra parte di ciò che siamo o crediamo di essere quando siamo nei posti in cui abitiamo o siamo cresciuti, non permette all’altra parte dell’io di uscire.

Ma all’estero questa nostra abituale e pervicace identità comincia a fluttuare, senza appoggi e senza punti di riferimento, e allora la parte di noi esploratore-viaggiatore-bambino può venir fuori e cominciamo finalmente a vivere.

E’ una scoperta magnifica e ci sentiamo leggeri e allora vediamo foreste e campagne e aurore boreali e animali feroci bellissimi e bucanieri lì dove non avremmo mai immaginato di trovarli.

O di ritrovarli dopo tanto tempo che l’ultimo sogno di bambino si è spento.

Nella foto che ho fatto in metropolitana a New York una domenica mattina, vi è la testimonianza che i bucanieri esistono veramente a New York.

Bisogna solo saperli scovare, indossando occhi da bambino.

La macchina fotografica mi ha aiutato in questo.

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