Funamboli-acrobati 5 (la pazza bellezza)


2 signora che piange -0023

La bellezza non è mai facile.

(E non mi riferisco al soggetto immortalato nella foto!!!)

La bellezza ci vuole tempo per realizzarla, impegno e pazienza ed un certo gusto per l’incerto.

Ma sopratutto tempo, tutto quel tempo che andrà sprecato se invece preferirai e sceglierai la strada più facile e breve.

La bellezza, quella che anche noi comuni mortali possiamo creare non è nell’opera d’arte ammirata da tutti, nel quadro o nella scultura che rimarrà per secoli testimonianza del suo creatore, artista e genio.

Mi riferisco piuttosto alla bellezza che è possibile costruire, ogni giorno, a partire dalle cose storte, da quelle  bruttine o imperfette, o anche dalle storie che partono male, dalle relazioni fra persone non proprio ben assortite, da gruppi di lavoro con qualcuno che proprio non è il massimo della competenza nel suo campo, con gente pasticciona e improvvisata.

Ci arrabbiamo moltissimo quando notiamo, chissà perché sempre negli altri e solo in loro, mancanze, errori, disattenzione e stupidità o a volte improvvisi lampi di pura follia.

L’albero che è cresciuto storto in giardino va tagliato, l’erba che nasce spontanea e che noi chiamiamo infestante, va eliminata, il cane del vicino che non ha il pedigree è un meticcio o un bastardino (detto con falsa pena e commiserazione). Il migrante negro, anche lui non ha il pedigree. Rimandiamolo a casa (per il suo bene, certo).

Ed il bambino con un cromosoma in più (Down) deve frequentare una classe a parte e non può stare con gli altri bambini con un cromosoma “in meno” (Normali). Ed anche i bambini ciechi: che stiano in classi speciali.  Così i bambini normali cresceranno con l’idea che è bello e buono solo ciò che è perfetto, che non ha crepe, che non ha cicatrici, tagli, buchi o bruciature.

Ciò che è rotto, che non funziona alla perfezione va buttato, eliminato, riciclato al più, ma deve scomparire alla vista dei nostri occhi che possono sopportare la visione solo di ciò che consideriamo normale, sano, integro, lucido, pulito, disinfettato, profumato e soprattutto funzionale ai nostri scopi.

Ed invece c’è una bellezza che possiamo creare quando abbiamo la capacità di tenere in piedi una relazione tra due persone o un gruppo di lavoro che sembrano non avere più speranza di sopravvivere, ma noi, proprio abbandonando la speranza e mettendola nella sua squallida scatola perché non possa più nuocere, andiamo lo stesso avanti, senza speranza appunto e così creiamo un senso.

Non c’è nulla da guadagnare andando avanti, ma andiamo avanti lo stesso.

Ci sentiamo in un angolo, sappiamo che arriverà dolore, ma non piagnucoliamo, né ci lamentiamo e ringhiamo un “Vaffanculo”.

E andiamo avanti.

C’è della bellezza in quel Vaffanculo, c’è un senso ed una idea di grandiosità in quel rifiuto del comune buonsenso.

Nella sfida c’è la nostra salvezza e la nostra dignità e la nostra essenza più vera; senza buonsenso e senza speranza che sono come i venditori di auto, così plausibili, così ragionevoli, così dolciastri e stucchevoli.

C’è in questo un riappropriarsi di quella parte di noi stessi che ha a che fare con il branco ed i lupi, con il loro schietto amore per la sopravvivenza del gruppo e dei suoi componenti.

Io sono sicuramente storto e non credo di riuscire a migliorare un granché con il passare degli anni. Già infatti molti ne sono trascorsi, di anni, ed i risultati non sembrano eccezionali.

Sono certo, però, che il mio branco mi vuole bene lo stesso.

Nella foto, una anziana donna con il velo nero che le copre il capo. Non so per quale motivo stesse piangendo; per pudore ho scattato la foto da lontano.

Chissà se anche lei é senza speranza ma con un branco che la protegge.

Se è così, bellezza è stata creata.

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Funamboli-acrobati 4 (il viaggio)


suonatore di fisarmonica-3

E’ difficile la vita di un io senza un tu.

Immaginate di essere a bordo di un autobus ed il viaggio è molto, veramente molto sgradevole.

(Sto per raccontarvi una storia immaginaria non inventata da me, ma per adesso non vi dico chi l’ha creata, altrimenti smettete subito di leggere, ed io invece vorrei che continuaste, perché il pensiero che viene espresso può essere interessante).

Dunque dicevamo, siete seduti su questo schifoso autobus con un sacco di altra gente e non sapete dove state andando ed il viaggio è lungo.

C’è un gran caldo, non c’è l’aria condizionata, voi sudate e anche i vostri compagni di viaggio sudano e puzzano, l’aria è maleodorante anche perché il wc chimico non funziona e la gente orina e defeca di fronte a voi accovacciati tra un sedile e l’altro.

I bambini urlano e piangono, la vostra schiena poggiata sul sedile di legno urla di dolore.

Nonostante tutto, la gente attorno a voi continua a raccontare strane e assurde storie, ridicole e senza alcun fondamento logico a riprova che nessuno sa esattamente quello che  succede e dove si va.

Ad un certo punto però tu, si proprio tu, con la coda dell’occhio noti che qualcuno ti sta osservando e ricambi lo sguardo.

In quello sguardo dell’altro ti accorgi che vi è la stessa angoscia e paura che sta assalendo te. Lo stesso disgusto, la stessa impotenza.

Allora ti rendi conto che tu e lei siete sulla stessa barca, nella stessa terribile situazione.

E presto ti accorgi che questo vale per tutti i passeggeri di questo pazzo autobus dove sei capitato.

Certo non tutte le persone hanno verso di te lo stesso sguardo della  persona che per prima ha incrociato i tuoi occhi .

Ma è solo questione di livelli di coscienza, o di intesa che può capitare solo tra due anime che si sentono istintivamente un po’ gemelle.

Comunque le storie che si raccontano tra di loro e gli sguardi sono piene di terrore e paura per tutti.

Sono impauriti, frastornati, angosciati, persi, esattamente come lo sei tu.

Raccontano storie assurde, mentendo ed ingannando per esorcizzare la paura, come fai tu.

Comprendi allora che l’unico atteggiamento ragionevole è quello della tolleranza, della sollecitudine e della pazienza nei confronti dei tuoi compagni di viaggio.

E anche di amore.

Loro sono come te, con la stessa paura. Vivono le stesse angosce. Ingannano e mentono perché vivono un viaggio che è caos, grida, dolore. Lo stesso viaggio che tu stai affrontando.

Cosa li può e ti può salvare?

Solo quello sguardo dell’altro che incrocia il tuo ed in cui riconosci il tuo stesso destino ed i tuoi stessi sentimenti profondi.

Allora quello sguardo in cui ci riconosciamo, io e tu, diventa una forza potente e sovversiva che scardina temporaneamente le leggi del caos e della distruzione.

Ma siamo capaci ancora di concederci questo sguardo che incrocia gli occhi di un altro?

E abbiamo soprattutto la capacità, quando arrivano le tempeste, di ricordarci che stiamo viaggiando, io e tu, sullo stesso assurdo autobus?

L’uomo che suona la fisarmonica nella foto, incontrato una mattina di maggio in piazza Duomo a Catania, è uno di quegli altri che viaggiano assieme a noi nell’autobus della vita, ma  che  raramente degniamo di uno sguardo.

Suonava la sua fisarmonica senza che nessuno lo ascoltasse, veniva dalla Romania e cercava un fermata di quel maledetto autobus, giusto per riposare un po’.

Il nostro sguardo s’è incrociato per un attimo e allora ho avuto la netta percezione che quel viaggio lo stavamo percorrendo assieme, io e lui.

Questo racconto, riadattato da me liberamente, è stato proposto da Schopenhauer, filosofo famoso per il suo pessimismo; se ci rifacciamo a quello che i testi di scuola riportano. A me sembra tutt’altro !!!

Per quelli che considerano questa storia immaginaria come l’espressione di un bieco e moralistico buonismo, ritengo possano riflettere che non si tratti di questo ma di un semplice metodo di sopravvivenza intelligente, se proprio  la vogliamo mettere da un punto di vista estremamente realistico e un po’ cinico.

Io  non viaggio da solo su quell’autobus, ho dei compagni di viaggio che non ho avuto, per la maggior parte dei casi, la possibilità di scegliere. Così è, che mi piaccia o meno.

Ti voglio bene.

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Funamboli-acrobati 3 (ombre)


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Quando vado in giro a fotografare cerco la luce.

Certe volte incontro situazioni che della luce si prendono gioco, e anche di me.

Non è una cosa che mi infastidisce, anzi.

La situazione lascia sospesi per un attimo, ed in quel momento  mi rendo conto che ciò che vediamo o ci permettiamo di vedere, contiene un lato nascosto, in ombra, esattamente come spesso accade per le storie che raccontiamo su noi stessi o sugli altri per spiegare come siamo fatti.

Intendo dire che le storie ed il modo in cui guardiamo il mondo contengono un lato oscuro, che, se reso manifesto, potrebbe indicarci la nostra vera natura o quantomeno un’altra anima rispetto a quella che normalmente esibiamo e raccontiamo agli altri.

E questa parte in ombra, quest’anima è spesso più reale del corpo: il samurai sembra insignificante accanto alla sua armatura di nere squame di drago.

Allora chissà che non valga la pena, ogni tanto, giocare con le ombre per scoprire una nostra natura che, gli obblighi, le regole, il senso di colpa e l’ossessione per il senso di giustizia verso noi stessi, ci hanno nascosto.

Nessuna pretesa di pensieri profondi, per carità.

Lontano ogni sermone su cosa dovremmo o non dovremmo fare.

In queste righe solo un pensierino lieve da scambiarci sorridendo come commensali alla fine di un pranzo quando arriva il dolce.

Come ci ricorda Mark Rowlands nel suo magnifico libro “Il lupo e il filosofo”, una cosa può proiettare l’ombra in due maniere diverse: o ostacolando la luce, oppure essendo la fonte di luce che viene ostacolata da qualcos’altro.

Un esempio della prima modalità? La usuale tendenza a considerare tutto ciò che ci circonda, compreso le persone, come risorse da utilizzare per i nostri scopi.

Per esempio quando raccontiamo, in azienda,  storie che riguardano le  “Risorse Umane”.

Appunto, “RISORSE” !!

Tutto viene pesato, quantificato, valutato, calcolato.

Tutto, proprio tutto, compreso la felicità e l’amore.

Cosa puoi fare per me e quanto mi costerà fartelo fare.  Questione di analisi costi-benefici, appunto.

E allora…….?

Allora potrebbe essere interessante, ogni tanto, andare alla ricerca di quella fonte di luce che noi a volte ostacoliamo, gettando un’ombra sul nostro mondo.

Con leggerezza, giocando magari, senza sapere che cosa succederà alla fine.

Così le storie che raccontiamo agli altri e a noi stessi per spiegare chi siamo, forse sarebbero più interessanti e contribuirebbero ad insaporire le nostre relazioni, osservandole da lontano o facendole muovere dalla foresta scura e buia verso la radura dove un taglio di luce ci racconterà di noi stessi, personaggi che vengono da epoche molto lontane.

Ma vorrei ricordare, per onestà, che raccontare storie diverse che contengono anche il lato oscuro di noi costa, a volte molto.

Roberto Saviano a 26 anni ha cominciato a raccontare, con il suo Gomorra, storie che non nascondono questo lato oscuro: 10 anni di vita sotto scorta 24 ore al giorno.

L’ombra che vedo nella foto è quella di un acrobata che gioca, in un tiepido pomeriggio, in corso Vittorio a Milano.

Quest’ombra stampata sul selciato è solo una copia sbiadita di un’altra cosa o un modello perduto, un ideale svilito e ritrovato ?

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Funamboli-acrobati 2


acrob 1-1820-2

Se sei troppo fedele alle tue sofferenze, ti dimentichi che anche gli altri soffrono.

In Venezuela è in corso un disastro umanitario che poca o nulla rilevanza riceve dai media.

In un paese forte delle più grandi riserve petrolifere a livello mondiale, gran parte della popolazione non trova beni di prima necessità come carta igienica o medicinali per salvare i bambini da normali infezioni batteriche, che per questo muoiono a migliaia.

La causa di tutto questo?

Semplice: un presidente autoritario che ha imposto un falso socialismo moderno e che non rispetta le basilari regole di una economia mondiale. E poi corruzione, spese per infrastrutture inutili, criminalità fuori controllo.

Vi ricorda qualcosa di quello che sta succedendo a casa nostra?

Nella foto, il ragazzo giocoliere, con una spada (vera e senza trucco, l’ho verificato) infilata giù per la gola, l’ho incontrato mentre si esibiva in corso Vittorio a Milano qualche giorno fa.

Sentendolo parlare ho capito che probabilmente viene da qualche paese dell’America del Sud. Chissà magari è proprio venezuelano.

Lui fa l’acrobata-funambolo per vivere ogni giorno. Anche gente che vediamo passare accanto a noi lo fa, ma non ce ne accorgiamo perché non li vediamo in equilibrio su un cavo oppure con una spada infilata giù per la gola.

Geni delle start-up che fate un sacco di soldi nella Silicon valley, andate in Venezuela ed insegnate ai giovani di quel luogo a ribellarsi, con le idee. Loro il coraggio lo hanno già imparato, quello di stare a metri di altezza su un cavo senza rete di sicurezza.

 

 

 

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funamboli acrobati – 1


Un bambino cieco è un funambolo acrobata fantastico.

Lo dovrà essere, anche perché a differenza di altri, a lui è toccato il destino di cominciare a a fare l’acrobata su un filo a centinaia di metri dal suolo sin da subito senza rete.

Li tra le nuvole, sospeso, il suo tempo rallenterà e avrà il gusto di sentire il vento che lo accarezzerà.

Cieco e libero.

acrobata senza rete

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funamboli acrobati


senza titolo-4-3Loro sospesi su in aria che danzano figure impossibili, io con il naso in su a cercare di scorgere i motivi sconosciuti di un equilibrio cercato e a volte trovato.

Mi hanno sempre affascinato quelli che cercano di superare la gravità: a volte solo quella terrestre che ci trattiene su questa terra, altre volte si tratta di un altro tipo di gravità, forse ancora più forte. Quella che ci tiene giù quando questo mondo da noi così precisamente ordinato ed organizzato trattiene il nostro animo dentro gabbie concettuali e di pensiero e paure stantie.

Dovremmo se fosse possibile, tentare di non farci attrarre definitivamente da questa gravità, stando ancora per un po’ su in alto tra le nuvole come quando eravamo bambini. Così sospesi, come funamboli acrobati, con il rischio di cadere ma con lo sguardo libero, avendo fatto pace con il mondo, liberi dalla gravità.

Mi sto domandando se questa idea di funamboli acrobati che mi percorre dentro ormai da diversi anni, non a caso questo luogo si chiama “officina di funamboli”, possa essere espressa attraverso immagini.

Se succede sarà anche questa una passeggiata da funamboli, con la possibilità di cadere ma con la pace di chi sta compiendo qualcosa che ha valore in sé e non finalizzata ad ottenere qualcos’altro, con un pizzico di ironia e sorriso, a volte, e altre con il taglio di una luce che testimonia della sfida di chi cerca quotidianamente di resistere e di opporsi alla gravità di questo mondo, non cercando giustizia, ma ribellandosi alle leggi della fisica su cui è stato progettato l’universo.

Prima e seconda legge della termodinamica, valide a livello universale, pare ci costringano a vivere brevemente con dentro il destino ultimo di tutte le cose: la distruzione, il caos, il disordine, la morte dovuti all’entropia.

Il senso allora arriva, forse, quando ci ribelliamo a questa legge, non annullandola (impossibile!!!), ma piegandola temporaneamente e deviando verso traiettorie che portano a coscienze che  fanno vedere per un attimo le cose e le persone che ci circondano non come altri con cui competere ma solo e soltanto da amare.

Amare forse è il vero, definitivo atto di sfida alle leggi di questo universo, bellissimo ma crudele. Giocare è senza dubbio l’espressione più intensa e vera dell’amore.

Amare e giocare sono entrambi assolutamente incompatibili con i concetti che più di tutti abbiamo radicati nei nostri pensieri e comportamenti quotidiani: lavoro, sacrificio, dovere, colpa, fallimento.

Entrambi sono invece attività serissime che chiedono la massima concentrazione senza mai avere la sicurezza del risultato desiderato. Senza desiderare il risultato finale, in entrambi si agisce senza scopi se non quello dell’atto in sé.

Allora come due funamboli acrobati, amando-giocando, rimaniamo per un tempo, sospesi fuori dalle leggi del caos, liberi.

Forse, a quel punto, chissà, se qualcuno che sta da lassù a guardare, si intenerisce per il nostro atto di disobbedienza infantile, ci sorride e ci accarezza con mano amorevole, davvero amorevole.

E magari scende giù da noi, per giocare assieme.

 

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Il mondo visto con i miei occhi 2 (Blind child school Bucarest)


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il mondo visto con i miei occhi 1 (Milano- Catania-Roma)


Milano poor maserati-3il mercato del pesceA cavallo per Roma

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Due pannocchie e due fili d’erba


I_fantastici_viaggi_di_Gulliver

Sono partito per Montegiorgio e ci sono rimasto 10 giorni.

Ho viaggiato ogni giorno da Porto San Giorgio alla sede della “doppia O”, percorrendo una strada tra colline e campi di girasole, respirando aria contadina che, per contrasto, mi facevano ricordare le giornate trascorse negli uffici grigi al 15° piano della sede di una multinazionale in cui lavoravo a Milano.

Ho conosciuto i componenti di una “tribù” fondata un decennio fa da due “capi tribù” che avevo incontrato parecchi anni prima, quando ancora muovevo i primi passi nell’industria farmaceutica.

Mi hanno accolto tutti con grande professionalità e cordialità e, senza perdersi in chiacchiere, abbiamo subito condiviso idee per lo sviluppo di progetti operativi che possano produrre competenze, conoscenze e servizi per facilitare le relazioni di vendita e i processi di marketing.

Opero nel settore del “Pharma” da oltre 25 anni, ma con qualche digressione in settori diversi (bancario, prodotti per la grande distribuzione, beni industriali). Sempre nell’ambito del marketing, delle vendite e della formazione manageriale, sviluppando progetti come manager e come consulente.

“Tutto molto interessante”, qualcuno di voi dirà, “ma concretamente di cosa ti occuperai e soprattutto come ci darai una mano nelle attività di tutti i giorni?”

Vi rispondo con una domanda, anche se qualche esperto di comunicazione dirà che non è tecnicamente corretto.

Vi è mai capitato di ricevere alle 7 della sera la telefonata di un paio di amici e relative mogli che si auto-invitano per una cena ?

Ti dicono : “…… è da parecchio che non ci vediamo, ci facciamo due spaghetti? Solo per il piacere di stare un po’ assieme. E’ sabato e non abbiamo voglia di fare la fila in pizzeria. Veniamo da te per le 8. Ok? “

Ok…..

…….A parte il fatto che avevi programmato una serata tranquilla per i fatti tuoi. Niente di eccezionale: una doccia, un salutare mix di verdure in padella e un bicchiere di merlot.

Ma va bene così. Mi piace improvvisare. Anche se non ho quasi nulla in frigo. Non lo riempio perché mi da profondo fastidio buttare la roba;  faccio la spesa giorno per giorno (poca) per quello che mi serve.

E allora quando ricevo il tipo di telefonate di cui sopra, diventa per me una sfida preparare qualcosa di buono per i miei amici, facendo affidamento solo a quello che  si trova in frigo e in dispensa e ad una grossa dose di faccia tosta ed inventiva.

Partendo da alcuni ingredienti e materie prime che trovo “per caso”, la sfida consiste nel produrre una cena che sia originale e faccia contenti i miei amici, soddisfacendo il loro palato e i loro occhi.

In genere i risultati non sono malvagi, anzi… E poi è un divertimento!!

Nel mio lavoro mi è capitato molte volte di trovare soluzioni  ”raccogliendo” alcuni elementi già presenti e di “mixarli” per dare vita ad una nuova ricetta che produca risultati interessanti.

Non ho mai trascorso molto tempo in un solo settore o azienda e in una sola tipologia di responsabilità.

Così, con qualche frustrazione, non sono uno esperto esclusivo di un settore o di un argomento, non ho competenze esclusive definitive, mi sono sempre mosso su progetti, come si dice, “cross” che coinvolgevano diversi dipartimenti aziendali e diverse competenze. Nella maggior parte dei casi dovevano essere gestiti tramite team inter-funzionali, mettendo d’accordo visioni diverse, interessi diversi, mentalità e competenze più che variegate, come succede in cucina quando componiamo un piatto gustoso e bello a vedersi.

L’idea della Presidenza e delle Risorse Umane dell’azienda dalla “doppia O” di costituire un team di lavoro (il mio compito sarà quello di supportare questo team) che si occupi di progettare prima e di erogare poi servizi formativi a supporto delle attività operative, si basa proprio sul concetto moderno di innovazione che non è solo tecnologica e/o di prodotto, ma anche di competenze e capacità manageriali che fanno la differenza: differenza nella capacità di portare risultati, raggiungere obiettivi, imparando a gestire risorse e progetti sviluppati in team.

Imparando a rimanere concentrati sugli obiettivi anche se intorno vediamo caos, crisi e gente che si lamenta.

Certe volte abbiamo la netta sensazione che qualcuno ci abbia messo a forza su un filo d’acciaio a 300 metri d’altezza e  che degli imbecilli stiano giù sulla strada con il naso all’insù per vedere l’attimo in cui perdiamo l’equilibrio e cadiamo.

Prima di cadere, possiamo però forse fare qualcosa.

E se facessimo LA SCELTA, noi, di camminare sul filo come funamboli? In questo caso nessuno ci ha costretto: abbiamo deciso noi di stare lassù in equilibrio instabile. Si, pazzi incoscienti a 300 metri d’altezza. Meglio emozioni in più che emozioni in meno!!

Se cado, cado da uomo e non da “Quaquaraquà”.

Meglio percorrere strade differenti, incerte perché nuove, anziché vegetare per terra aspettando la fine.

Ho visto a Montegiorgio gente che ha voglia di fare la differenza e che ha il coraggio di innovare.

Non a parole ma con i risultati.

Vorrei concludere questa mia presentazione con un frase che una volta mi disse un maestro delle vendite, per farmi capire quale è il senso concreto che dovremmo dare alla nostra attività quotidiana dentro in azienda e fuori quando ci confrontiamo col mercato.

Il brano è tratto da “ I viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift.

Chi riusciva a far crescere due pannocchie, o due fili d’erba, in una zolla dove prima ne cresceva uno solo, rendeva miglior servizio al proprio paese, e si meritava il plauso dell’umanità più di tutta la razza dei politicanti”.

 

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The “Company Renewable Energy Community”


Possiamo utilizzare un modello partecipativo per realizzare un impianto per la produzione di energia rinnovabile (fotovoltaico per esempio) attraverso un meccanismo che prevede la partecipazione dei dipendenti, dei clienti, dei fornitori dell’azienda che, mediante l’acquisto di quote dell’impianto,  possano partecipare agli utili derivanti dalla produzione di energia elettrica?

L’azienda ha il vantaggio di limitare l’investimento necessario per la realizzazione dell’impianto fotovoltaico, realizza il risparmio energetico, non ha bisogno di rivolgersi al sistema bancario per farsi finanziare l’impianto stesso (realizza infatti una sorta di fundraising), sviluppa un modello di incentivazione e partecipazione per i dipendenti, fa un investimento “smart”, comunica e fa marketing promuovendo il concetto di sostenibilità e coinvolge allo stesso tempo potenziali clienti e fornitori che così diventano Partners (quale migliore sistema di fidelizzazione!!)

Il dipendente dell’azienda o il cliente o comunque chi acquista una quota dell’impianto, ha la possibilità di ricevere un utile annuo derivante dai proventi della produzione di energia (circa il 10% del valore della quota) per non meno di 30 anni, rientrando dall’investimento effettuato in circa 6 anni.

Questo in poche parole.

Lo sviluppo del progetto richiede un po’ più di sforzo e di tempo!  Ma l’idea funziona.

Fantastic !!!!

Chi volesse saperne di più mi contatti su questo blog.

company ren energy community

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